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Fonte lanuovabq.it  12/05/2015

Autore Matteo Borghi

A sentirlo così il termine “Moti di Milano” a molti suggerirà poco o nulla. Qualcuno, sbagliando, penserà si stia parlando delle Cinque giornate di Milano del 1848, mentre a qualcun altro non si accenderà proprio nessuna lampadina. Tant’è che a Milano, nei giorni scorsi, non le ha ricordate nessuno a parte un consigliere di zona, Alessandro Giacomazzi, che sabato ha deposto una corona sotto Porta Ticinese.

 

A suggerire qualcosa è semmai il nome di Fiorenzo Bava Beccaris diventato, col tempo, un simbolo per non dire quasi una personificazione della repressione violenta. Siamo nel 1898 e la popolazione di Milano è allo stremo: il prezzo del grano è passato in breve da 35 a 60 centesimi, a causa di un raccolto andato male, della guerra ispano-americana che ha alzato i costi di importazione e delle imposte. Povertà e disoccupazione interessano ampi strati della popolazione e, come non bastasse, la politica è a dir poco latitante: il ministro delle Finanze Luigi Luzzatti, ad esempio, invece di destinarli a scopi sociali ha deciso di spendere i 17 milioni di lire di avanzo primario del bilancio statale del 1897 per infoltire la burocrazia e supportare il settore bancario.

Come conseguenza le rivolte scoppiano in tutta Italia, dalla Puglia all’Emilia Romagna, per poi culminare a Milano fra il 5 e il 9 maggio. Di fronte ai manifestanti che, al massimo, lanciano qualche pietra (altro che black bloc) l’esercito al comando di Bava Beccaris reagisce con la forza - scariche di fucileria, ma anche cannonate - provocando decine di morti: 88 secondo le stime ufficiali, più di trecento secondo più affidabili osservatori indipendenti.

La vulgata comune vuole che siano tutti anarchici, socialisti o repubblicani ed invece no: fra loro c’è un numero cospicuo di cattolici. Il loro ispiratore è una figura interessante quanto dimenticata: si tratta di don Davide Albertario, direttore dell’Osservatore Cattolico, quotidiano radicato sul territorio lombardo sul quale, al termine dei Moti, scrive: «Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo». Frase per cui viene processato e condannato a tre anni di carcere e mille lire di multa, con l’accusa di essere fomentatore della protesta. Ne sconta uno a seguito del quale esce fiaccato nel fisco e nell’animo: ritorna al timone del proprio giornale che deve però lasciare, nel 1901, all’allievo Filippo Meda. Muore un anno dopo, ad appena 56 anni.

A conti fatti Albertario è una delle vittime di una repressione violenta e ingiustificata. Basti pensare che a fronte di trecento manifestanti falciati sul selciato, i morti fra le forze di sicurezza sono solo due: uno si spara inavvertitamente, l’altro viene fucilato dopo essersi rifiutato di sparare sulla folla.

D’altro canto la sua figura è emblematica del trattamento irriguardoso che i cattolici ricevettero dallo Stato unitario dalla breccia di Porta Pia, che con la forza privò il Pontefice del proprio territorio, fino ai primi anni del Novecento in cui i cattolici furono di fatto esclusi dalla vita politica (certo in parte fu una autoesclusione a seguito del Non Expedit di Pio IX, ma di certo il Regno d’Italia non fece nulla per includerli).

Ma ancor di più la sua figura è il simbolo dell’oblio in cui, troppo spesso, cadono i cattolici. Così come nei Moti di Milano è spesso dimenticato il loro ruolo nel corso della Prima Guerra Mondiale, di cui si può leggere e ascoltare un interessante dibattito storiografico su Radio Vaticana, così come dimenticato è il ruolo dei partigiani “bianchi” (come le Brigate Fiamme verdi) durante la Seconda Guerra Mondiale. In pochi ricordano l’eccidio di Porzus del febbraio 1945 in cui 17 partigiani della Brigata Osoppo vennero sterminati dai partigiani comunisti, alleatisi con gli iugoslavi. Così come non ci si ricorda degli 80 preti uccisi dai partigiani comunisti e di Rolando Rivi, seminarista ammazzato nel “Triangolo della morte” (nel modenese) dopo tre giorni di brutali torture, con l’accusa di essere una spia fascista. Aveva appena quattordici anni.

Come allora assistiamo oggi, esterrefatti, all’incessante massacro di cristiani: un massacro di fronte al quale, al di là di qualche denuncia sollevata di tanto in tanto, gli Stati occidentali non sanno reagire con la dovuta fermezza.

Certo si tratta di vicende molto diverse e forse metterle tutte insieme può apparire avventato. Ad accomunarle è però l’oblio in cui, nel tempo, sono cadute. I morti cattolici, troppo spesso, si dimenticano in fretta. 

 

   

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