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Fonte riscossacristiana.it 30/05/2015

Autore Luciano Garibaldi

Il celebre, fustigante giudizio di Sua Santità Benedetto XV sulla Grande Guerra trova una spietata ma clamorosa conferma nel libro «Maledetta guerra» di Lorenzo del Boca, voce stonata nel coro che si è levato in occasione del centenario dell’evento

In occasione del centesimo anniversario della nostra entrata nella Grande Guerra (24 maggio 1915), una vera cascata di commemorazioni si è riversata nelle librerie (con testi di storici e divulgatori, ristampe di libri famosi, raccolte di giornali) e sui teleschermi, per non parlare del web. In genere si tratta di documentari, filmati e testi che esaltano il valore dei nostri soldati e glorificano il ritorno all’Italia di italianissime genti come i trentini e i triestini. Ma una stecca nel coro non poteva mancare, e siamo molto contenti di segnalarla, con tutto il consenso che merita. Ci riferiamo al coraggioso e documentatissimo libro «Maledetta guerra. Le bugie, i misfatti, gli inganni che mandarono a morire i nostri nonni», scritto dal giornalista e storico Lorenzo del Boca per la Piemme (314 pagine, 17,50 euro). Del Boca non è certo l’ultimo arrivato: già presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti e vicepresidente della Fondazione del Salone del Libro di Torino, ha al suo attivo libri di successo che hanno rappresentato un clamoroso revisionismo sulla storia del nostro Paese. Tra questi, indimenticabile (e chiarissimo, fin dal titolo), «Indietro Savoia!», che fa le pulci alle molte, troppe ambiguità riguardanti il Risorgimento e l’unità d’Italia come sono stati ricostruiti e raccontati dagli storici, e tutt’ora insegnati nelle scuole.

Per quanto riguarda la Grande Guerra, in 18 capitoli tutti rigorosamente documentati con lettere, diari dal fronte e testimonianze da sempre accantonate ed oscurate dalla “vulgata”, Del Boca ci racconta una guerra insensata, combattuta con armi superate, indumenti inadeguati, cartine sbagliate. Dalla voce dei soldati traspaiono il dolore, la sofferenza, la necessità di obbedire a ordini spesso insensati. «Il nostro peggior nemico era Cadorna», dichiara uno di essi, con riferimento al comandante supremo, ancora oggi esaltato e riverito in ogni paese, in ogni borgo, in ogni città d’Italia con strade, piazze, palazzi dedicati al suo nome.

I  Cadorna, come ricorda Del Boca, sono un caso davvero unico nella nostra storia: una sequenza di militari di carriera, anzi di generali, di padre in figlio. E portano lo stesso nome: Luigi e Raffaele. Il primo della serie, Luigi Cadorna, a cavallo tra il 1700 e il 1800, indossò la divisa dell’allora Regno di Sardegna. Il figlio, Raffaele, visse per intero l’epopea del Risorgimento, e, al momento di conquistare Roma, gli fu affidato il compito di comandare i reparti che avrebbero tolto l’ultimo lembo di Stato al Pontefice. Insomma, il vero artefice della breccia di Porta Pia fu un generale di nome Raffaele Cadorna. Sul figlio, Luigi, nato nel 1850, è quello di cui stiamo parlando. E il figlio di quest’ultimo, un altro Raffaele, sarà il comandante del CVL (Corpo Volontari della Libertà), cioè dei partigiani armati del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) la cui impresa conclusiva sarà il massacro dei cosiddetti gerarchi della RSI sulla piazza di Dongo il 28 aprile 1945 (non di Mussolini e di Claretta Petacci, solo perché gli uomini di Churchill li avevano preceduti di qualche ora). Dunque, a lume di naso, non tutti eventi di cui vantarsi e andare fieri.

Ma torniamo al Luigi Cadorna “protagonista” del libro-requisitoria di Lorenzo del Boca, che così lo descrive: «Sconfitto sull’Isonzo dai nemici veri, Cadorna pensava di rifarsi distruggendo quelli presunti che secondo lui, sobillando le piazze e polemizzando con le sue scelte militari, compromettevano la solidità morale della nazione». In primis, i cattolici, «che incominciavano a pensarla come Papa Benedetto XV, che considerava quella guerra una “inutile strage”».

Del Boca ricostruisce e descrive nel dettaglio, facendo provare un brivido di orrore in chi legge, le repressioni attuate nei confronti dei soldati che avevano cercato in qualche modo di proteggersi, di salvarsi da morte certa. «Per Cadorna, non si doveva perdere tempo. “Qualora l’istruttoria del tribunale militare non conduca all’accertamento dei colpevoli, esigo che un militare, sorteggiato per ogni Compagnia, sia condannato alla fucilazione e che la sentenza abbia immediata esecuzione”. Ordine naturalmente eseguito con puntigliosità».

«Durante il conflitto», sintetizza Del Boca, «vennero celebrati 4.028 processi, in seguito ai quali vennero eseguite 750 condanne e morte. Il numero delle fucilazioni sommarie, invece, è desumibile solo per approssimazione. Gli studiosi sostengono che furono “almeno” un migliaio dall’inizio della guerra fino alla metà del 1917 e “almeno” 5000 dalla rotta di Caporetto in poi».

Un capitolo sicuramente orribile di una guerra che costò all’Italia 600 mila morti e un milione di feriti e invalidi. Letto e riposto il libro di Lorenzo del Boca, vien da chiedersi che cosa vi sia veramente  da commemorare.

   

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