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Fonte pierolaporta.it

Autore Piero Laporta

Dai circoli liberal (e dalle entità occulte USA) alle 50 sfumature di terrorismo nostrano fino ad Adriano Sofri

 

Sebbene oggi appaiano concentrati a propalare il gender, cavallo di Troia della pedofilia, non significa che il loro passato sia cancellato. Infatti torna, talvolta grazie a iniziative sgangherate e maldestre.
Andrea Orlando, il ministro della giustizia più amato dai Clinton, con un decreto del 19 giugno scorso, inserisce l’ex leader di Lotta Continua nel pool di esperti incaricati di avviare la riforma del sistema carcerario. Il sindacato di polizia penitenziaria insorge. Prima ancora insorgono Mario Calabresi e la madre. Sofri decide di rinunciare all’incarico. Huffington Post, cassa di risonanza di Obama &C., difende Sofri e si stupisce che Mario Calabresi si indigni.
È curioso che l’ex leader di Lotta Continua e mandante dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi, sia tuttora in grado di muovere a suo favore importanti centri di potere.
Cerchiamo di comprenderne le ragioni attraverso due testi: un’ANSA con una “fotografia” socio politica, stilata da Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato di polizia Sap; e, qui di seguito, lo stralcio dal volume “Mass Media e Fango” a cura di Vincenzo Mastronardi, ed. Armando 2015, capitolo 12 «Esempi di manipolazioni della notizia al servizio del potere. Menzogne di lotta e di governo (dal commissario Calabresi a Cossiga)» di P.Laporta (n.b. importanti le note quanto il testo).

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[…]La disinformazione della repubblica italiana è in perfetta continuità con quella del Ventennio fascista, le cui tracce, come vedremo, sono vistose fino ai tempi recenti. Sin dai primordi la disinformazione fu lanciata attraverso le agenzie di stampa mediante le veline[1]; oppure dalle residenture[2], comunque percorrendo crocevia obbligati, in qualche modo banali.
Incroci noti a tutti peraltro, come l’Ufficio Ricerche del SID (Sevizio Informazioni Difesa)[3] in via Bissolati, a due passi dalla sede centrale della FIAT nella Capitale; oppure il ristorante di gran classe, prossimo all’ambasciata francese, l’uno e l’altra prediletti da Federico Umberto D’Amato[4], gourmeur de L’Espresso e capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale[5], giunto sino a noi dal Ventennio senza alcuna soluzione di continuità.

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