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Fonte Radici Cristiane n. 62

 

Autore Roberto de Mattei

 

Il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha più volte deplorato la situazione di oscuramento morale del nostro Paese. Lo stesso Napolitano si è fatto grande promotore delle celebrazioni dei 150 anni dell’unificazione italiana

, nella convinzione che una delle cause primarie della crisi culturale e morale contemporanea sia da ricercare nell’abbandono degli ideali risorgimentali, radicati a loro volta negli “immortali” princìpi della Rivoluzione Francese.

 

Lo scorso 7 gennaio, a Reggio Emilia, Napolitano ha esaltato la nascita del “tricolore”, all’epoca delle repubbliche giacobine ed Eugenio Scalfari, commentando il discorso del Presidente, ha scritto: «Il Risorgimento può essere interpretato in molti modi, ma ce n’è uno che sottolinea la continuità del paese e i valori culturali della modernità ed ha la sua icona nella bandiera dei tre colori. I tre colori e i tre princìpi: libertà eguaglianza fraternità» (La Repubblica, 9 gennaio 2011).

 

Ciò che però non si dice è che l’unificazione italiana ha aperto nel corpo sociale della nostra nazione tre profonde ferite, che ancora sanguinano e non si rimarginano. Tutte hanno la loro origine nell’ideologia risorgimentale e nei “sacri princìpi” del 1789.


La prima di queste ferite è una piaga sociale e va sotto il nome di Questione meridionale.


La concezione giacobina e poi napoleonica di società prevedeva un modello amministrativo unitario e centralizzato, in cui tutte le realtà locali fossero espropriate delle loro autonomie, poteri e responsabilità.



La ricchezza dell’Italia stava invece proprio nella diversità delle sue tradizioni e autonomie regionali, che facevano della nostra penisola una sola nazione divisa in una pluralità di Stati. Il 17 marzo 1861, la nascita del nuovo Stato italiano sancì l’unificazione politica, amministrativa ed economica di tutti i territori estesi al Regno di Sardegna.



Un’unificazione però non è mai paritaria e comporta sempre un alto costo sociale. In Italia il prezzo maggiore fu pagato dal Meridione. In seguito alla politica di unificazione, il processo di sviluppo del nuovo Stato fu trasferito esclusivamente a Nord, con il sostegno della finanza pubblica e privata, mentre il Sud fu abbandonato a se stesso.



Il principale strumento di trasferimento delle risorse economiche dal Sud al Nord fu l’unificazione monetaria, con l’istituzione della lira che sostituì monete forti e reali come il ducato napoletano e l’onza siciliana.
A questo processo di unificazione economica e monetaria, analogo a quello che oggi conosciamo in “Eurolandia”, seguì la de-industrializzazione del Mezzogiorno e, soprattutto, una crescente disparità sociale tra Nord e Sud. Le inevitabili conseguenze furono la rovina dell’agricoltura, le ondate migratorie di contadini verso il Nord e verso le Americhe, e lo sviluppo di organizzazioni criminali come la mafia, la camorra, la n’drangheta, di cui Roberto Saviano ha rievocato le origini leggendarie, ma non la genesi risorgimentale.



La seconda ferita che venne inferta fu quella religiosa: la cosiddetta Questione romana. Il Risorgimento si aprì, negli anni Cinquanta dell’Ottocento, con una serie di provvedimenti legislativi del governo piemontese di forte impronta anticlericale. Il nuovo Governo italiano continuò la politica laicista del Regno di Piemonte, esigendo che i vescovi prestassero giuramento di fedeltà al sovrano e alle leggi del Regno.



Il risultato fu la persecuzione del clero e dei vescovi, attorno a cui si strinsero intere popolazioni. Il 1° gennaio 1866 entrò in vigore il nuovo calendario statale, che aboliva molte festività religiose, mentre il nuovo Codice Civile introdusse il matrimonio civile, togliendo ogni effetto a quello religioso. L’anno successivo, nell’agosto 1867, venne approvata dalla Camera e dal Senato la legge per la soppressione degli enti ecclesiastici e la liquidazione dell’asse ecclesiastico, che sopprimeva 25.000 enti ecclesiastici mettendoli all’asta in tutta Italia (1.300.000 ettari di terra), a vantaggio della nuova borghesia liberale.



La tensione tra Chiesa e Stato aumentò dopo l’invasione di Roma del 20 settembre 1870. Nel 1872 Vittorio Emanuele firmò una legge che prevedeva l’espulsione di tutti i religiosi e le religiose dai loro conventi. Nel 1873 furono soppresse in tutte le università, le facoltà di teologia, e i seminari furono sottoposti al controllo governativo. I preti furono costretti a prestare servizio militare e, a Roma, il Colosseo fu sconsacrato a simboleggiare la sovranità laica sulla Città sacra.



Se la conquista di Roma chiuse l’aspetto politico-militare del Risorgimento, la Questione romana rimase aperta in tutta la sua drammaticità. Essa diventò infatti la “Questione cattolica” che accompagnò la storia dello Stato risorgimentale. I Patti Lateranensi del 1929 sanarono parzialmente questa ferita, ma il Nuovo Concordato tra Italia e Santa Sede del 1985 sembra averla riaperta.



La secolarizzazione delle istituzioni e il mutato atteggiamento dei cattolici nei confronti del mondo moderno non hanno portato alla scomparsa del laicismo anticristiano, che si ripresenta più che mai aggressivo al nostro orizzonte. La questione religiosa, peraltro, non è più italiana, ma è divenuta europea e costituisce una delle più evidenti manifestazioni di quella dittatura del relativismo, di cui ha così spesso parlato Benedetto XVI.
 La terza ferita risorgimentale fu la Questione morale. L’unificazione si attuò con la violenza, in spregio alle norme del diritto internazionale. Il conte di Cavour, che ne fu il principale artefice, era un politico spregiudicato e immorale, che usò tutti i mezzi per raggiungere il suo scopo, incoraggiando il terrorismo di Mazzini e l’avventurismo di Garibaldi. Il principio cavouriano, libera Chiesa in libero Stato, separò di fatto non solo la Chiesa dallo Stato, ma anche la politica dalla morale.



Nella sfera pubblica non vigevano le leggi morali, confinate allo stretto ambito privato, ma quelle ciniche della politica, che ammettevano il mendacio, il furto, la corruzione, la persecuzione, l’incarceramento e in alcuni casi l’assassinio degli avversari politici.


La pubblicazione (prima nel 1875, poi nel 1905) del Viaggio elettorale di Francesco de Sanctis mostra la realtà del clientelismo nei collegi elettorali napoletani. Ma de Sanctis era l’uomo che aveva salutato la conquista militare di Roma con le parole “Sia gloria a Machiavelli!” e gli scandali e il malaffare che accompagnarono la storia dell’Italia postrisorgimentale, fino ai nostri giorni, furono un’inevitabile conseguenza della dissociazione tra politica e morale operata dall’autore de Il Principe.



La questione morale, ancora oggi, non è l’evasione fiscale, né la criminalità organizzata, né la corruzione politica, ma la perdita degli autentici valori, che sono quelli fondati non su effimeri costituzioni, come quella repubblicana, ma sulla legge divina e naturale, l’unica immutabile e mai negoziabile.


Ciò che 150 anni dopo si può oggettivamente dire è che l’unificazione italiana fu condotta con mezzi sbagliati e in nome di princìpi sbagliati. Fu per questa ragione che Pio IX la contrastò, prevedendo i mali del nostro tempo. Il Sillabo con cui egli condannava gli errori del suo secolo fu presentato come un manifesto reazionario e anti-italiano. Oggi, vedendo le tristi conseguenze di tali errori, quel documento ci appare come profetico e mosso da un profondo amore alla Chiesa e all’Italia.

   

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