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Fonte Radici Cristiane n.61

 

Autore Massimo Viglione

 

«L’Italia è fatta, restano a fare gli italiani». Ecco la frase più famosa della storia italiana, pronunciata negli stessi giorni fatali dell’unificazione da uno dei suoi più intelligenti protagonisti, Massimo d’Azeglio, e già disincantato critico.

    Non è facile immaginare quanta profonda verità vi fosse in questa affermazione che ancora oggi costituisce una fonte di riflessioni e dibattiti fra storici e politologi. In questa audace e provocatoria frase si racchiude in nuce tutta la problematica della Rivoluzione Italiana: l’unificazione non era stata attuata proprio in quanto gli italiani già c’erano e soffrivano perché senza patria? I moti, i complotti, le congiure, gli attentati, le guerre, non erano stati fatti per liberare gli italiani da intollerabile e brutale oppressione straniera e indigena?

    Inoltre, altra non secondaria questione: gli italiani “si fanno”? Un popolo lo si crea con le guerre e i plebisciti, o un popolo esiste già di per sé? E se si arriva a sentire un’esigenza come quella espressa dal d’Azeglio (quali ne possano essere le motivazioni, e al di là dell’aspetto provocatorio), non se ne deve concludere forse che l’unificazione non è stata voluta e sentita dalle popolazioni italiane ma è stata loro imposta da una ristretta élite politica e sociale?

    Come si può notare, in tali questioni si ritrovano le principali cause di disfunzione che da 150 anni lacerano la società e la storia nazionale; e in particolare se ne riscontra, nell’immediato, una su tutte, la più grave, la più irrisolta: la divisione del nostro popolo.

    Proprio il principio stesso di “dover fare gli italiani” dimostra che si era volutamente rinnegata la millenaria identità italiana in nome di una strada nuova, antitetica alla vera civiltà italica, quindi sovversiva. Si era scelto insomma di rinnegare e distruggere la vera Italia (che infatti i protagonisti del Risorgimento – e con loro nei decenni seguenti tutti i risorgimentisti – chiamavano “La vecchia Italia”) in nome de “La nuova Italia”. Vale a dire, un’Italia non più universale, non più cattolica, di lì a poco neanche più monarchica; insomma, non più “romana”, e quindi, non più “italiana”.     Occorreva insomma – secondo i dettami dello spirito utopista tanto caro al mondo delle sette massoniche – “fare gli italiani”, come se non esistessero già da sempre, ovvero diversi da come essi da sempre erano e volevano restare.

    Era la “nuova Italia”, appunto: coloro che la capivano e la condividevano, erano i “veri italiani”; tutti gli altri (nella concretezza storica, la stragrande maggioranza), non erano più “italiani”.



Una svolta nel dibattito storiografico

    In questi ultimi decenni è iniziato (e si sta sviluppando in maniera sempre più intensa e coinvolgente) un riesame storico degli eventi – e dei loro protagonisti – che condussero all’unificazione nazionale italiana e delle conseguenze del processo risorgimentale sulla storia nazionale del XX secolo. Un nucleo sempre più numeroso di cattedratici, storici e politologi ha cominciato a mettere in discussione determinati aspetti e specifici momenti del Risorgimento italiano che troppo facilmente erano stati codificati dalle correnti storiografiche dominanti – e quindi presentati per decenni a generazioni di italiani – come assunti indiscutibili, sui quali poi si è voluto fondare l’“immaginario collettivo” del popolo italiano per quanto concerne il proprio Stato nazionale.

    In particolare, vi sono alcuni momenti ideali precisi e alcuni nodi storici più drammatici che maggiormente hanno interessato tali studiosi. Il primo fra questi ad attirare l’interesse degli storici è stato, fin dagli anni Sessanta, la rivolta delle popolazioni meridionali contro il processo unitario in difesa della Chiesa e della dinastia borbonica, il cosiddetto “brigantaggio” antiunitario, argomento ormai ricco di studi che lo approfondiscono ma che non smette certo di suscitare polemiche e divisioni fra gli esperti e anche fra i profani. Sulla stessa scia si situa il problema delle insorgenze antigiacobine che avvennero a seguito dell’invasione napoleonica: ormai, da “argomento tabù” della nostra storia, realmente boicottato e mistificato per decenni, negli ultimi anni è divenuto una pagina fra le più coinvolgenti per interesse e, come sempre, fra le più – ancor più che lo stesso “brigantaggio” postunitario – discusse.

    Negli ultimissimi anni, poi, sono fioriti anche studi, di matrice cattolica, finalizzati a ripresentare il processo risorgimentale sotto l’aspetto specifico della guerra alla Chiesa condotta sotto la veste eroica dell’unificazione nazionale.
    Ma, dagli anni Ottanta, anche storici – sovente di sicura fama – di area non cattolica o specificamente tale, hanno iniziato a ripresentare il Risorgimento e la storia nazionale del Novecento sotto nuova luce; in modo particolare un aspetto specifico – ma fondamentale – del processo unitario ha interessato – e interessa – studiosi come Ernesto Galli della Loggia, Emilio Gentile, Paolo Mieli, Sergio Romano, Marcello Veneziani, Roberto Martucci e vari altri: quello della mancata reale unità degli italiani, vale a dire quello del fallimento palese di ciò che fu lo scopo stesso del Risorgimento, la creazione di una nuova identità nazionale per gli italiani.

    Tutta la storia del XIX secolo è stata rivisitata da tali autori, e, quasi sempre, la conclusione è stata la medesima, sebbene con differenti sfumature: il processo risorgimentale – e con esso le sue più dirette conseguenze: Italia post-unitaria liberale, fascismo, antifascismo e repubblica – hanno fallito nella missione di “fare gli italiani”.

    È un intero mondo culturale e ideologico che inizia a vacillare, sotto la spinta della necessità e del desiderio che la verità sulla storia del nostro popolo sia finalmente conosciuta da tutti.



Lo sfascio dell’Italia

    In effetti, la nostra storia, negli ultimi due secoli, è una storia drammatica, un’immensa collettiva tragedia: invasione napoleonica con furti, stragi, spoliazioni, fuga di Sovrani e Papi, legislazione anticattolica, guerra insurrezionale e civile (fra giacobini e insorgenti) con più di centomila morti; quindi il settarismo sanguinario massonico-mazziniano; poi la il fallimento della Prima Guerra d’Indipendenza; dopo venne l’unificazione, ma a prezzo della guerra alla Chiesa e di un’immensa tragedia collettiva nel Meridione (la seconda guerra civile), che è costata più di 50.000 morti; poi la persecuzione massonica alla religione e la rottura fra Stato e Chiesa, la corruzione, l’immane tragedia dell’emigrazione e dell’affermazione delle associazioni mafiose, la Prima Guerra Mondiale; poi la dittatura, la Seconda Guerra Mondiale, l’8 settembre, la sconfitta e la “morte della patria” (come l’ha chiamata Galli della Loggia), la terza guerra civile (fascisti-partigiani), la caduta della monarchia che aveva fatto cadere le altre secolari monarchie della Penisola, la Repubblica del 2 giugno, nata da un plebiscito tutt’altro che limpido; e poi la storia di questi sessant’anni, dal terrorismo al compromesso storico, da tangentopoli all’attuale guerra fra i poteri statali, dalla delinquenza organizzata fino al rinascente terrorismo, dal costante disastro finanziario alla corruzione endemica.

    Gli storici suddetti hanno analizzato tali problematiche, avanzando differenti spiegazioni; ma, a mia opinione, la più profonda di queste spiegazioni rimane la volontà risorgimentale di sostituire la religione cattolica con un altra religione, la religione della patria, fomite e causa prima del nazionalismo fascista (e prefascista) e quindi di conseguenza dell’antinazionalismo sciatto e mondialista della società italiana nata dall’ultima guerra civile.



La guerra all’identità italiana

    La guerra alla Chiesa Cattolica e alle tradizioni locali condotta dal Risorgimento aveva come scopo la morte non del Papato come “Stato Pontificio” al fine dell’unificazione, bensì del “Papato”, come Chiesa Cattolica, come molti fra i più noti e meno noti protagonisti di quei giorni ebbero sempre a dichiarare pubblicamente e a testimoniare con le loro azioni: è stata una guerra condotta senza scrupoli di sorta, che ha ferito nel profondo l’identità cattolica degli italiani.

Scrive chiaramente Galli della Loggia: «L’Italia è l’unico Paese d’Europa (e non solo dell’area cattolica) la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenuti in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale (…) L’incompatibilità fra patria e religione, fra Stato e Cristianesimo, è in un certo senso un elemento fondativo della nostra identità collettiva come Stato nazionale».

Gli fa eco altrettanto chiara Gianni Baget Bozzo: «Lo Stato-nazione italiano si compie dunque combattendo la tradizione politica cattolica, la cultura d’istituzione italiana. In nessun Paese europeo occidentale lo Stato nazionale s’impone con tanta violenza, avendo l’istituzione dominante della religione, della cultura e della politica italiana, il Papato, all’opposizione».

    Il vero problema, quindi, è che il movimento nazionale italiano, al contrario di qualsiasi altro movimento nazionale, si è voluto attuare contro la religione patria degli italiani, quindi contro la stessa millenaria identità nazionale; a ciò occorre poi aggiungere il centralismo irrazionale e isterico attuato dagli uomini della Destra Storica, che vollero ridurre ad uno ciò che “uno” non era mai stato, ma che era stato “in uno” da secoli, da millenni.

    Queste le cause principali della mancata unità degli italiani. A queste, occorrerebbe aggiungerne almeno un’altra, profonda: l’aggressione giacobina attuata negli anni napoleonici, preludio di quella risorgimentale, che divise gli italiani mettendoli per la prima volta gli uni contro gli altri armi in pugno; a cui fece seguito con l’unificazione lo sterminio dei meridionali ribelli e l’emigrazione di milioni e milioni di infelici.

    Per tali ragioni (a varie altre qui non descrivibili), il Risorgimento – così come fu condotto – fu una vera e propria rivoluzione (la “Rivoluzione Italiana”, appunto) anticattolica per cui, per almeno molti dei suoi principali protagonisti (non per tutti, beninteso) il volto dell’unitarismo nazionale era – solo o anche, a seconda dei casi – una maschera atta a nascondere ben più profondi intendimenti: l’attacco alle millenarie radici religiose e tradizioni civili e morali degli italiani di quei giorni.

Tutto questo non ha contribuito – né potrebbe mai farlo – a unire gli italiani. Anzi, ha contribuito a dividerli nell’odio, nel rancore, nel disprezzo di tutto ciò che è italiano. Il risultato di tutto questo è la seguente domanda: esiste una nazione italiana a 150 anni dall’unificazione statuale? Ecco la risposta dolorosissima di un intellettuale certamente non anti-risorgimentale come Galli della Loggia: l’immagine che gli stessi italiani hanno del loro Stato è «un’immagine a brandelli e di fatto inesistente: dal momento che ormai inesistente sembra essere qualsiasi idea dell’Italia stessa».

Ecco il risultato della Rivoluzione Italiana.


   
La vera identità italiana

    Nel 1861 nasce lo Stato italiano, ma non la nazione italiana; essa esisteva già da secoli, riposava nella identità italiana, che era ed è cattolica, romana, universale. Il Risorgimento in realtà è stato proprio la negazione di tutto questo: è stato fatto contro la Chiesa, contro l’idea universale di Roma, senza rispettare, ma anzi abbattendole, le tradizionali realtà locali esistenti nella Penisola, riducendo tutto al Piemonte ed al suo Re. E il tutto senza alcun consenso popolare, attuato solo da una piccola élite di oligarchi e un gruppo di barricaderi, tramite attentati di stampo terroristico (moti mazziniani), la calunnia (contro i civilissimi Stati preunitari) eretta a sistema di propaganda politica, aggressioni militari a Stati pacifici e alleati (i Mille e l’occupazione degli altri Stati preunitari) e la ridicola recita dei plebisciti-farsa.

    Se è vero, come è vero, che “patriota” è chi difende la propria patria, prima dell’unificazione risorgimentale, era perfettamente chiaro chi fossero i patrioti: erano coloro – gli insorgenti – che combattevano per le proprie patrie, secolari e legittime, amate dalle popolazioni (insorgenti e “briganti”); e non i giacobini, che si definivano “patrioti” in quanto desiderosi di una “nuova patria”, che allora però non esisteva se non nelle loro menti.

    Dopo l’unificazione questo non è più così chiaro; infatti, tanto per fare il più classico degli esempi, è evidente che, nell’ultima guerra civile italiana, tanto i fascisti quanto i partigiani erano “patrioti”, andando gli uni con il capo del Governo “per salvare l’onore della patria” e gli altri con il capo dello Stato “per ridare la libertà alla patria”. Questo accade per il semplice motivo che l’Italia nata dal Risorgimento non rispecchia la vera identità nazionale.

    Commenta Domenico Massè: «Il risorgimento nazionale italiano fu così influenzato e compenetrato dal suo dramma religioso, che senza di esso non è possibile comprenderlo. (…) l’aver messo in conflitto nella coscienza degli Italiani l’ancor giovane e immaturo sentimento nazionale con il ben più antico e radicato sentimento religioso, anzi, il cattolico con il cittadino, fu ben più che un errore, fu una iattura nazionale». Come ha detto Rosario Romeo: «Lo Stato nazionale che negli intenti dei suoi creatori doveva essere la chiave destinata ad aprire agli italiani le porte del mondo moderno, ha evidentemente fallito nel suo compito; e gli italiani, nei vari ceti e in modi diversi, cercano di inserirsi nella realtà moderna ed europea per altre vie ed in altri contesti».

    Il che sta a significare che non solo la Rivoluzione Italiana ha ferito per sempre l’identità nazionale e diviso gli italiani, ma non è neanche riuscita in realtà a costruire il presupposto della sua esistenza: lo Stato nazionale, in quanto non lo ha costruito nell’animo di quegli italiani che voleva cambiare. Infatti, l’unità statuale, non essendo stata voluta fondata sulla nazione, è stata ricercata e concretata al rovescio, secondo la formula (cara anche al fascismo): “Lo Stato crea la Nazione”. Ma la storia non si fa al rovescio: una qualsiasi realtà statuale ha senso se si fonda su una nazione (i cui elementi costitutivi sono il popolo, il sangue, il territorio, la lingua, la religione, le tradizioni e la cultura, ecc.).

    La “vecchia Italia” non esiste più (se non nell’animo dei singoli ancora legati ai valori della civiltà cattolica), mentre la “nuova Italia” non è in realtà mai esistita, almeno non nella pienezza di intenti dei suoi ispiratori. Ciò che esiste, è un’ibrida commistione di pertinace attaccamento alle radici disvelte (fondato sull’innato buon senso degli italiani) e di efficace sovversione spirituale e morale dell’identità nazionale.

    Scrive Galli della Loggia: «Si delinea in tal modo un fatto decisivo: la tendenziale cesura tra l’identità nazionale e l’identità italiana, cioè tra il modo di nascita e di essere dello Stato nazionale e il passato storico del paese, divenuto la sua natura ».

    In realtà, anche la recente volontà di rinverdire i fasti risorgimentali al fine di risvegliare il sentimento patrio degli italiani, costituisce chiara conferma a quanto detto: dopo 150 anni, occorre ancora “convincere” gli italiani dell’amore per la loro Patria. Forse che in qualsiasi altro Paese dell’Occidente accade ciò? In una parola, occorre continuare a “fare gli italiani”.


   
La chiave dell’unità degli italiani

    La vera unità si sarebbe potuta raggiungere in altre maniere, con altre vie, in maggiore e profonda unità di cuori e intenti, senza la guerra alla Chiesa e al clero e senza le stragi degli italiani del Meridione, senza la corruzione dilagante e senza milioni di emigrati (e senza dover dipendere veramente dallo “straniero”, inglese, francese e “protestante”). Sarebbe bastato rispettare la vera identità nazionale degli italiani per ottenere un vero risorgimento nazionale, come gli eventi della primavera del ’48 (la Prima Guerra d’Indipendenza, l’unico momento di reale unità mai esistito, ma volato in un attimo verso il fallimento) ben dimostrano.

È da augurarsi che in questo anniversario del 2011 qualcosa cambi nelle celebrazioni per l’unità. Non è in discussione questa, ovviamente. Anzi, al contrario, il desiderio è quello di indovinare finalmente la vera strada dell’unità morale e civile degli italiani, che è quella della riscoperta della verità storica. Finché si farà finta, e sempre più in malafede, che siano esistite due Italie, una di serie a e una di serie b, o, peggio, che sia esistita una sola Italia, quella della “volontà”, un’infima minoranza illuminata che ha liberato ventidue milioni di servi ignoranti, briganti e cattivi, ebbene, allora, tutti gli sforzi di unificazione e pacificazione nazionale serviranno a poco, quand’anche vengano dalle più alte sfere della politica. Anzi, contribuiranno solo e sempre più a dividere e disilludere.

Da qui sorge il pressante invito a festeggiare il 150° anniversario dell’unificazione italiana ricordando, con la giustizia storica e l’onore militare e intellettuale dovuti, tutti quegli italiani che seppero combattere e sovente morire per la propria idea di Italia, dal 1796 al 1870. Per la propria identità, secolare, millenaria, universale e particolare allo stesso tempo. Non per l’Italia fittizia, la “Nuova Italia” di Cavour e Mazzini, ma per l’Italia vera, cattolica e universale, quella di 22 milioni di italiani allora vivi nella nostra cara terra.

Se e quando questo avverrà, un importante passo avanti verso l’unità della nazione italiana sarà stato compiuto. E da due Italie si inizierà a camminare verso una sola unica Italia.

    Il vero patriottismo può fondarsi solo sulla riscoperta della nostra profonda identità nazionale. Una profondità che si inoltra indietro nel tempo per ventisette secoli. Solo in queste radici si potrà ritrovare la vera e giusta fierezza di appartenere a un popolo che, unico nella storia umana, possiede il “Primato” per eccellenza: quello di ospitare il Pontefice della Chiesa Cattolica e di incarnare la più alta forma di civiltà religiosa, politica, culturale e artistica mai espressa nella storia degli uomini.
   

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