Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

Fonte Il Timone n.109 Gennaio 2012

 

Autore Luigi Negri


Un bilancio dopo un anno dedicato al 150° anniversario della nascita dello Stato italiano. I connotati dell'identità italiana e la possibilità di fare un "altro" Risorgimento, non ostile alla Chiesa. L'educazione come unica via per rimediare a 150 anni di mitologia "risorgimentalista"


Si sono spese molte parole sul tema dell'unità d'Italia, ma credo sia opportuno ritornare sull'argomento svolgendo alcune osservazioni che ritengo fondamentali.


L'identità italiana

La prima osservazione riguarda l'identità italiana e il suo rapporto con il cristianesimo e la Chiesa. L'identità italiana, la nazione italiana, non nasce 150 anni fa, perché esiste da molto prima. Ciò che viene raggiunto 150 anni fa è l'unità politica, è la nascita dello Stato unitario. È nel corso dell'età medievale che si costituisce una civiltà italiana, che sarà riconosciuta e stimata dal resto dell'Europa, grazie ai meriti culturali, religiosi e artistici. Decisivi per la costruzione di tale identità nazionale sono stati l'apporto del cristianesimo e il ruolo della Chiesa, che ha esercitato un'azione educativa assolutamente importante. Ne è nato un popolo, un'esperienza storica in cui è stato possibile costruire secondo verità, raggiungendo un livello elevatissimo di bellezza nelle opere d'arte, che sono ancora sotto i nostri occhi, e un livello sociale altrettanto elevato attraverso opere come le università, gli ospedali e molte altre di carattere caritatevole, culturale ed educativo.



Tuttavia, un'ideologia ha tentato di prendere il posto di questa identità, di questa esperienza storica e ciò è avvenuto proprio durante il Risorgimento. Se non si comprende la differenza fra un'identità vissuta nella storia e un'ideologia imposta con la pretesa di cambiare la storia, non si comprendono le vicende degli ultimi due secoli. Certamente non si capisce quanto accaduto nel nostro Risorgimento. Ebbene, una minoranza estremamente ridotta di ideologi, di massoni, di filo-protestanti e di borghesi ha preteso che la sua visione delle cose fosse l'unica possibile e che quindi questa dovesse prevalere sulle altre. Il Risorgimento, da questo punto di vista, può essere visto come il tentativo di sostituire la cultura del popolo con l'ideologia laicista moderna di una minoranza. Questa sostituzione è stata fatta senza nessuno scrupolo, usando la violenza, la manipolazione, l'ingiustizia, la sopraffazione e il disprezzo per il popolo, considerato maggioranza informe. Nel XIX secolo, in Italia, esisteva certamente un'esigenza di unificazione politica, ma la linea politica che ispirò il processo risorgimentale, imponendosi su tutte le altre, fu contras¬segnata da una prospettiva ideologica, già tendenzialmente totalitaria, che ne¬gava la cultura popolare di allora, radica¬ta da secoli nei principi del cattolicesimo. Lo Stato unitario, secondo una prospettiva che ha caratterizzato il consolidarsi dello Stato moderno nel corso dei secoli precedenti, ha preteso di essere autosufficiente, di non avere bisogno di altro da sé, tanto meno della dimensione religiosa dell'uomo, anche se radicata nella tradizione popolare, nella vita della Chiesa e del popolo italiano, emarginando, pertanto, le diversità.



Non bisogna inoltre dimenticare che l'ideologia ha sostituito l'identità del popolo non soltanto con la violenza, ma anche attraverso la manipolazione della conoscenza storica, tacendo una parte sostanziale della storia che non aveva diritto dì esistere, dal momento che non era prevista nei piani delle strutture centraliste, burocratiche e amministrative che hanno guidato il processo unitario. La guerra civile combattuta nel sud Italia è diventata la lotta al "brigantaggio", il contrasto con la Chiesa è stato ridotto ad una controversia circa il potere temporale dei papi, negando il carattere anticattolico della politica perseguita dai governi sabaudi, prima e dopo l'unità. È necessaria una purificazione della memoria, non si può procedere senza sottrarre alla vulgata del Risorgimento il suo carattere di indiscutibilità. I tempi sono maturi per evitare di parlare del processo di unificazione italiana secondo la mitologia "risorgimentalista".



Allo stesso tempo, occorre evitare di parlare del Risorgimento come del male assoluto. Pertanto, se è rintracciabile nel Risorgimento questa matrice ideologica, se essa è riconoscibile come la componente che è storicamente prevalsa, si deve anche affermare che esistono, almeno all'inizio, diverse anime del Risorgimento, alcune delle quali decisamente più disponibili a costruire lo Stato unitario sulla reale nazione italiana.


Chiesa e Risorgimento

La seconda osservazione che intendo fare riguarda l'atteggiamento della Chiesa Cattolica nei confronti del Risorgimento e dello Stato unitario. Pur additando, sin dall'inizio, i limiti gravissimi di questa operazione ideologica, la Chiesa non ha assunto un atteggiamento rinunciatario. Non si deve cioè ridurre la posizione cattolica a mera reazione, a ideologica chiusura nei confronti della novità dello Stato unitario. Dentro una situazione oggettivamente difficile, anche nel momento di massimo scontro con lo Stato, la Chiesa non si è mai tirata indietro e, anche in forza di fatiche e di sofferenze, ha partecipato alle vicende sociali e politiche, realizzando un'importante azione evangelizzatrice ed educativa. La grande cultura del popolo italiano - come ci ha insegnato Benedetto XVI - è stata custodita e maturata dalla vita della Chiesa nelle sue espressioni particolari. Anche per questo motivo il popolo italiano non è mai stato entusiasta delle strutture socio-politiche, né di quelle savoiarde, né di quelle fasciste, e ha sempre attinto dalla Chiesa i criteri fondamentali per le scelte personali, familiari e sociali. La Chiesa, infatti, ha resistito ai regimi e al passaggio delle ideologie attraverso il Magistero e attraverso la libera resistenza dei suoi figli. È proprio grazie all'opera educativa della Chiesa che il popolo ha sopportato il susseguirsi delle ideologie. È da rintracciarsi proprio in questa opera di educazione una delle ragioni per cui il cuore del popolo italiano non è stato afferrato né dal carattere ideologico proprio del Risorgimento, né dal fascismo, né dall'azionismo, né dal marxismo.



La Chiesa deve educare

Vorrei infine, come terza ed ultima osservazione, cercare di evidenziare quale responsabilità oggi siamo chiamati a vivere. Come ho già sottolineato in un precedente intervento sul Timone (dicembre 2011), il problema, oggi come allora, risulta quello della cultura popolare, del mancato rispetto e riconoscimento di essa, ovvero di quelle esigenze fondamentali che emergono dalla vita di un popolo, che promuovono una visione della realtà, un ethos comune, una trama di relazioni sociali. Queste esigenze vennero completamente ignorate nel 1861 dal nascente Stato italiano e, ancora oggi, non mi sembra si faccia molto per tenerne veramente conto. D'altro canto, il futuro della democrazia nel nostro Paese passa da qui: molto dipende dalla possibilità di stabilire un dialogo senza smarrire le identità che lo costituiscono, talvolta esigendo un duro confronto. La minaccia del totalitarismo è sempre presente perché la democrazia è esposta al rischio di essere ricondotta ad una pura procedura che legittimi tutti i peggiori delitti.

 

In questi 150 anni le ideologie di allora si sono diffuse nel popolo generando culture alternative a quella cristiana. Nella lunga serie delle ideologie anti-cristiane, quindi anti-umane, la più pervasiva, oserei dire la più terribile, benché possa sembrare la più innocua, è senza dubbio quella attuale, l'ideologia massmediatica. Dopo il fallimento delle ideologie del XX secolo, si  è imposta una nuova "ideologia del massmediatico", materialista, edonista e progressista. Questa ideologia tecno-scientista concepisce la natura come un oggetto manipolabile; stabilisce ciò che è corretto e, attraverso lo scientismo, si innalza ad unico termine di paragone e ad unico potere che non teme nulla sopra di sé. In altre parole, disorienta il cristiano che non riconosce altri al pari di Dio, radice autentica della libertà di coscienza e del senso dello Stato. Lo Stato per un cristiano è sicuramente importante, tuttavia non è Dio.

 

La Chiesa ha in Italia una grandissima responsabilità. Farebbe un delitto contro se stessa e contro Dio, che l'ha voluta come presenza viva nel mondo, se non se l'assumesse in maniera adeguata. A tal fine è necessario però che ritrovi e viva la capacità educativa del passato. Non c'è niente di più importante per il suo cammino e per quello della società. Si deve rinnovare l'esperienza del popolo cristiano cosciente della propria identità e disposto alla ricerca intellettuale con l'ampiezza della ragione di cui parla Benedetto XVI. Cosicché questa presenza, quantitativamente minoritaria e qualitativamente contestata, potrà porre dentro la società un fattore positivo di novità, richiamando realtà e culture non completamente omologate al massmediaticamente corretto e in grado di riconoscere le proprie radici e di vivere un dialogo. In particolare, i cattolici oggi hanno la responsabilità di testimoniare l'autentica laicità dello Stato. La laicità dello Stato richiede che venga tutelata la libertà della coscienza, la libertà religiosa, la libertà di cultura, la libertà di educazione. Questo modello di laicità garantisce la possibilità di un autentico pluralismo culturale e di un vero dialogo fra le diverse culture. Secondo una tale prospettiva, a differenza di quella laicista, è possibile riconoscere alla religione un valore pubblico, senza con questo volere sostenere una visione confessionale. Papa Benedetto XVI ha, in diverse occasioni, contrapposto un modello di "laicità positiva", dove non vi è difficoltà a riconoscere il contributo significativo della dimensione religiosa e l'apporto della Chiesa e di altre esperienze religiose alla vita pubblica, a quello conflittuale nato dal laicismo aggressivo della Rivoluzione francese. Il Paese ha bisogno oggi, come 150 anni fa, di un'autentica pluralità di forme e di strutture educative, che sviluppino le diverse culture e rendano possibile un loro autentico confronto. L'Italia ha bisogno di un'autentica libertà di educazione: senza questa libertà le culture non sono mai assunte del tutto in modo critico e sistematico. Un Paese, dove la libertà di educazione è ancora pesantemente penalizzata, impedisce quel cammino educativo che forma personalità coscienti della propria identità e, quindi, capaci di dialogo e di confronto critico. È assolutamente auspicabile che si cominci anche in Italia a favorire un autentico sistema educativo libero e pluralistico, con una pluralità di scuole, sistema che renderebbe innegabilmente vivace il tessuto di tutta la società.

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.