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Fonte Osservatorio La Rocca n. 32 marzo 2012 - www.circololarocca.it

 

Autore Eugenio Pasquinucci

 

Forse nessuna potenza europea spese mai, in uomini e denaro, tante risorse in un possedimento coloniale come l’Italia durante il suo breve possesso dell’Abissinia. Il solo programma stradale fu preventivato per assorbire cento milioni di sterline. Fu creato un sistema amministrativo completamente nuovo.
Addis Abeba e altre città importanti furono dotate di scuole elementari e tecniche, separatamente per cristiani e musulmani. Inoltre vennero istituite scuole agrarie di vario genere e si sviluppò una capillare organizzazione sanitaria.
Si costruirono officine, mulini, stazioni generatrici di energia elettrica. Fu iniziato e sviluppato un programma di costruzioni edilizie nella capitale e altrove si intrapresero lavori di ricerca mineraria e di altro genere.


Dall’ Enciclopedia Britannica

 

“Come tutti sanno, gli italiani adorano i bambini, ed era uno spettacolo assai comune vedere gruppi di soldati italiani che giocavano con i piccoli abissini in un modo che scioccava i membri della colonia tedesca, tanto sensibili alle differenze di razza”


Evelyn Waugh - “In Abissinia”.

 

In questi tempi il popolo italiano è stato sottoposto ad un bombardamento mediatico fatto di ilarità e supponenza riferiti sia alla nota vicenda dell‟affondamento del Concordia ed all‟ignominioso comportamento del suo comandante sia alle genuflessioni del nostro premier a Bruxelles, al cospetto dei primi ministri tedesco e francese. Il settimanale teutonico Der Spiegel ci ha rinfacciato la nostra fama di eterni vigliacchi .


Certamente per un Paese in cui c‟è chi vorrebbe beatificare Oscar Luigi Scalfaro e che ha preteso di vedere nei mediocri personaggi cinematografici di Alberto Sordi dei modelli esistenziali, diventa arduo dimostrare che sono gli altri a non aver nulla da insegnarci.


Eppure è proprio così.


Nel 1994 all‟esordio del primo governo Berlusconi, il vice-primo ministro belga Di Rupo si rifiutò di stringere la mano al vicepremier Giuseppe Tatarella, uomo buono, abile ed intelligente., motivando il gesto con i trascorsi fascisti dell‟Italia e la supposta simpatia del nostro politico nei confronti di quel passato regime.


Nessuno ebbe nulla da obiettare e nessuno si chiese se i belgi avessero le carte in regola per ergersi a giudici nei confronti di altri popoli.


Anni fa in Nigeria ebbi modo di incontrare un imprenditore italiano che lavorava in Africa, sposato ad una congolese. Mi raccontò che ancora oggi i congolesi se sentono arrivare una macchina a velocità sostenuta, si tuffano istintivamente dal ciglio della strada nel bush, per il terrore di essere investiti, in quanto era abitudine dei coloni belgi travolgere chi intralciava loro il passaggio per le strade; inoltre fino al 1959 fu proibito ai neri di circolare di notte.


Il Belgio fu il paese che maggiormente si distinse per crudeltà ed efferatezze nella colonizzazione dell‟Africa.


Quando alla fine dell‟Ottocento si scoprì che il Congo era ricco di caucciù, re Leopoldo del Belgio dichiarò il territorio sua proprietà ed obbligò tutti gli africani a raccogliere il prezioso materiale senza compenso. Agenti belgi passavano di villaggio in villaggio per requisire le quote di caucciù raccolto; chi, secondo loro, non aveva rispettato il quantitativo atteso, veniva punito con l‟amputazione delle mani o dei piedi o, se era una donna, con il taglio delle mammelle. In 23 anni si verificarono 10 milioni di morti, la natalità scese a zero tra il 1896 ed il 1903.


I Belgi fomentarono negli anni rivalità etniche destinate poi ad esplodere in furia omicida, come nel caso della lotta fra Hutu e Tutsi.


I tedeschi non mancano occasione per rinfacciarci una loro supposta superiorità. Eppure detengono il primato del primo genocidio del Novecento, ben antecedente all‟Olocausto.
Il 2 ottobre 1904 il generale Lothar von Trotha annunciò che avrebbe annientato il popolo Herero nell‟Africa sud-occidentale. E così fu.


“I tedeschi non facevano prigionieri. Uccisero sui bordi delle strade migliaia di donne e bambini. Li colpivano a morte con le baionette e con il calcio dei fucili. Non ci sono parole per raccontare quello che accadde; è troppo terribile. Giacevano esausti e inoffensivi lungo le strade, e i soldati, passando, li massacravano a sangue freddo. Mamme con neonati al seno, bambini e bambine, uomini troppo anziani per combattere e vecchie nonne, non si salvava nessuno. Venivano uccisi tutti, tutti quanti, e lasciati a marcire nel veldt, cibo per gli avvoltoi e le bestie feroci. _Li sterminarono finché non ne rimase neanche uno da uccidere. L’ho visto ogni giorno, ero insieme a loro.”
Jan Kubas, rapporto al Parlamento, agosto 1918, Londra

 

Nel caso dello sterminio del popolo Herero non intervenne alcuna follia ideologica che potesse annebbiare le menti di un intero popolo. Solo il venti per cento degli Herero si salvò, perché riuscì a fuggire in tempo e ad attraversare il deserto, riparando altrove.


Tutta la costa africana del golfo di Guinea è contraddistinta dalla presenza di castelli o di fortilizi dove venivano raggruppati gli schiavi prigionieri che poi venivano ammassati sulle galere dirette verso l‟Europa o successivamente l‟America.


La tratta transatlantica degli schiavi fu un eccidio di massa in cui persero la vita dai quindici ai venti milioni di africani, solo una metà sopravvisse e fu impiegata come schiavitù. Quei castelli furono proprietà di inglesi, olandesi, spagnoli, portoghesi, francesi. Gli italiani non furono mai coinvolti nel mercato degli schiavi come popolo.


Quando l‟Italia conquistò l‟Etiopia non solo abolì la schiavitù ma attuò un processo rivoluzionario.


Fino ad allora il colonialismo prevedeva che i bianchi, vivendo da aristocratici, imponessero ai neri, trattati come schiavi, i lavori più umili, per depredarli delle loro ricchezze naturali. Gli italiani arrivarono in tanti e per la prima volta si videro uomini bianchi svolgere lavori manuali faticosi ed impegnativi, costruendo strade, pozzi, edifici e ferrovie per creare un nuovo modello di stato africano.


Spesso parlando di stermini e di eccidi di massa ci si chiede non solo come siano potuti accadere ma anche come sia stato possibile che ben pochi degli esecutori si siano mai ribellati.
Emblematico è il caso di Martin Mundschutz, un graduato delle SS, che dopo tre mesi di carneficine, scrive al suo Colonnello, spiegando che non ce la fa più.

 

“Se lei, signor Colonnello, ha comprensione e cuore per un suo subordinato che vuole sacrificarsi fino all’ultimo per la causa della Germania, ma non vuole dare lo spettacolo di uno di cui si dica che ha ceduto alla codardia, la prego di allontanarmi da questo ambiente.”

 

Non quindi il pentimento per quanto compiuto ma la paura di non essere più all‟altezza e dell‟accusa di viltà fanno chiedere il trasferimento al soldato Mundschutz.


Noi Italiani non abbiamo mai vissuto con l‟ossessione di temere di essere dei codardi; gli eroi , i santi ed i navigatori sono sempre stati un‟eccezione, è vero, ma dovunque mi è capitato di andare nel mondo, quando i miei ospiti si accorgevano che ero un italiano, sono stato accolto con un sorriso.



BIBLIOGRAFIA


DANIEL J. GOLDHAGEN PEGGIO DELLA GUERRA MONDADORI
ARRIGO PETACCO FACCETTA NERA MONDADORI
EVELYN WAUGH IN ABISSINIA ADELPHI

   

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