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fonte accademianuovaitalia.it 22/06/2018

Autore Francesco Lamendola

Un odioso ricatto finanziario, le trame di Soros, Obama e Clinton per provocare una “primavera vaticana” e la strana, fulminea elezione e "convergenza" del signor Bergoglio

Il nome di John Podesta, probabilmente, non dice niente al grande pubblico italiano ed europeo. Eppure questo oscuro (per noi) personaggio, consigliere di Hillary Clinton quando costei pareva lanciata alla conquista della presidenza degli USA nel 2016, ci darà forse, un giorno, la chiave per illuminare uno dei più tenebrosi misteri del XXI secolo: le dimissioni improvvise, traumatiche, di papa Benedetto XVI nel febbraio del 20013, le prima da oltre sette secoli, cioè da quelle di papa Celestino V, nel 1294. Perché in uno scambio di messaggi fra lui e Sandy Newman, direttore di una rivista progressista, si fa cenno alla volontà della signora Clinton di provocare una “primavera vaticana”, sul modello delle “primavere arabe”, con l’intenzione di attuare una vera e propria rivoluzione nella Chiesa e sostituire un pontificato “conservatore” con uno più in linea con la filosofia e la pratica dei democratici statunitensi, sui temi-chiave, a livello mondiale, della vita (e quindi dell’aborto e il controllo delle nascite), della famiglia (e quindi l’ideologia di genere e il riconoscimento delle “famiglie arcobaleno”) e dell’immigrazione.

Ecco cosa scriveva il giornalista Claudio Cartaldo su Il Giornale il 02/02/2017:

Il 20 gennaio scorso la rivista cattolica tradizionalista “The Remnant” ha scritto una lettera aperta al nuovo Presidente americano [cioè Trump] per chiedergli di fare chiarezza sulle mosse Oltretevere di Barack Obama e il suo ruolo nel’abdicazione del papa emerito, Benedetto XVI. A firmare la missiva sono stati David Sonnier, ex tenente colonnello dell’esercito USA, Christopher Ferrara, presidente dell’associazione avvocati cattolici americani, e Michael Matt, direttore di The Remnant. Il fulcro della missiva, che prende spunto da alcune rivelazioni documenti pubblicati da Wikileaks, è il sospetto che “il cambio di regime [in Vaticano] sia stato progettato dall’amministrazione Obama”. Niente di più e niente di meno. Si tratterebbe di uno scandalo.

Durante il terzo anno del primo mandato dell’amministrazione Obama – si legge nella lettera aperta – il segretario di Stato Hillary Clinton, e altri funzionari del governo, hanno proposto una “rivoluzione cattolica il cui obiettivo era la scomparsa definitiva di ciò che restava della Chiesa cattolica in America”. […]

Secondo i firmatari della missiva, l’elezione di papa Francesco sarebbe servita a “dare un appoggio spirituale al programma ideologico radicale della sinistra internazionale”, tanto che oggi il pontefice sarebbe ormai diventato “il leader della sinistra mondiale”. La rovista The Remnant quindi chiede a Trump di aprire una inchiesta che spieghi “per quale motivo la NSA ha monitorato il conclave che ha eletto papa Francesco”, “quali operazioni segrete sono state effettuate dal governo USA sulle dimissioni di benedetto XVI” e renda conto delle “transazioni monetarie con il Vaticano sospese pochi giorni prima delle dimissioni di Ratzinger”. In effetti nel dicembre 2013 [una svista per “gennaio”] Deutsche Bank chiuse i bancomat all’interno della Santa Sede con la scusa delle indagini sulle norme anti-riciclaggio sullo Ior, ma poi il giorno successivo alle dimissioni del’ex pontefice il Vaticano e la banca trovarono subito un accordo. Riaprendo i bancomat. […]

Infine, i firmatari chiedono al presidente di chiarire il ruolo di Podesta n quella che lui stesso avrebbe definito “primavera cattolica”, quale influenza abbia avuto il finanziere George Soros e se l’amministrazione Obama sia entrata in qualche modo in contatto con quella che è stata chiamata la “mafia di San Gallo”, ovvero il consesso di cardinali e vescovi (Carlo Maria Martini, Adriaan Va Luyn, Walter Kasper e Krl Lehman, Achille Silvestrini e Basil Hume) che già nel 2005 avrebbe individuato in Bertgoglio il papa perfetto per la riforma della Chiesa in senso progressista.

 

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La presenza di George Soros nel dossier “primavera vaticana”, acquista una luce tutta particolare se la si confronta con la perfetta sintonia oggi esistente fra la linea di Soros e quella di Bergoglio

 

Dietro le dimissioni di Benedetto XVI non ci sarebbe, dunque, la “stanchezza” del pontefice, ma, assai più prosaicamente, un odioso ricatto finanziario: la minaccia di far “saltare” le finanze vaticane, bloccando tutti i pagamenti sul circuito bancario internazionale; qualcosa di non molto diverso dalla manovra che, nel 2011, a colpi di spread e con altre forme di pressione finanziaria, costrinse Berlusconi a dimettersi (e forse per delle ragioni analoghe: una eccessiva sintonia con la Russia, con Putin e con la Chiesa ortodossa, cosa che non piaceva all’amministrazione democratica USA). Non sappiamo se Donald Trump, a sua volta messo sotto pressione, e perfino sotto ricatto, fin dal giorno della sua elezione, sia dai media che dalla magistratura USA di marca progressista, potrà mai dare corso all’inchiesta e pubblicarne i risultati, cosa che sarebbe devastante per il prestigio e il buon nome degli Stati Uniti nel mondo (almeno dal punto di vista delle anime belle che vedono ancora in quel Paese il bastione più fulgido della libertà e della democrazia mondiale). Probabilmente no, e per vari motivi. Intanto, però, il dubbio c’è, e vi sono anche parecchi indizi; così come si nota la presenza di George Soros nel dossier di questa “primavera vaticana”, cosa che acquista una luce tutta particolare se la si confronta con la perfetta sintonia oggi esistente fra la linea di Soros e quella di Bergoglio sul tema delle migrazioni, dei diritti umani e delle organizzazioni non governative, così come la loro comune avversione per Matteo Salvini, il nuovo ministro degli Interni italiano, il quale, sul tema dei cosiddetti profughi, ha assunto una posizione, da essi bollata come populista e disumana, che è agli antipodi della loro.

Ma già il 28/08/2016 Riccardo Cascioli, il direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, aveva pubblicato un coraggioso articolo per denunciare le trame di Soros, Obama e Clinton per imprimere una svolta in senso progressista (e quindi, almeno potenzialmente, pro migrazioni e gay friendly) alla politica vaticana, attraverso le dimissioni di Benedetto XVI, articolo al quale gli ambienti politicamente corretti non vollero dare il peso che avrebbe meritato:

Il finanziere George Soros ha dato consistenti contributi ad organizzazioni cattoliche per “spostare le priorità della chiesa cattolica americana” dai temi vita e famiglia a quelli della giustizia sociale: occasione particolare la visita di papa Francesco negli USA nel settembre 2015. È quanto emerso nei giorni scorsi, in aggiunta alle precedenti rivelazioni, dai numerosi documenti riservati hackerati alla sua Open Society Foundation. La notizia è circolata soprattutto negli Stati Uniti, ficus dell’azione di Soros, ma merita di essere ripresa e conosciuta ovunque perché le sue implicazioni riguardano la Chiesa universale.

Partiamo dai fatti contenuti nei documenti pubblicati da DC Leaks: nell’aprile 2015 la Open Society ha versato 650 mila dollari nelle casse di due organizzazioni legate ad ambienti cattolici progressisti,il PICO e il Faith in Public Life (FPL), con lo scopo di “influenzare singoli vescovi con lo scopo di avere voci pubbliche a sostegno di messaggi di giustizia economica e razziale allo scopo di iniziare a creare una massa critica di vescovi allineati con il Papa”. Le due organizzazioni destinatarie dei versamenti sono state scelte, spiegano i documenti, perché impegnate in progetti a lungo termine che hanno lo scopo di cambiare “le priorità della Chiesa cattolica statunitense”. La grande occasione è data dalla visita del papa negli Stai Uniti e la fondazione Soros punta esplicitamente ad usare i buoni rapporti di PICO con il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, tra i principali consiglieri di papa Francesco, per “impegnare” il Pontefice sui temi giustizia sociale e anche avere la possibilità di inviare una delegazione in Vaticano prima della visita di settembre in modo da far ascoltare direttamente al papa la voce dei cattolici più poveri in America.

 

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Dietro le dimissioni di Benedetto XVI non ci sarebbe, la “stanchezza” del pontefice, ma, assai più prosaicamente, un odioso ricatto finanziario

 

Cosa che l’ottimo cardinale Maradiaga ha fatto, dall’alto dei suoi 35.000 euro di stipendio personale mensile per rappresentare “la Chiesa dei poveri”: niente male come coerenza, anche se i soldi vengono da un noto filantropo come Geogre Soros e da altri banchieri che, come tutti sanno, sono il non plus ultra della filantropia internazionale. Non sarà del resto un caso che la fondazione Soros si chiami Open Society, società aperta: più aperta di così: via le frontiere, avanti tutti i “poveri” del mondo, e libera circolazione dei capitali, cioè dei meccanismi finanziari coi quali le banche stanno mettendo il giogo sulle spalle del mondo intero, un Paese dopo l’altro, un popolo dopo l’altro. In molti avevano notato, da tempo, la strana convergenza fra i discorsi “umanitari” di Soros e quelli del signor Bergoglio, ad esempio il filosofo marxista Diego Fusaro; ma le rivelazioni di Witileaks ci offrono una chiave di lettura più concreta, e, se si vuole, più brutalmente semplice, di questa inopinata sintonia: il denaro. Che cosa c’entra il papa di Roma con uno squalo della finanza, una persona che si è smisuratamente arricchita attraverso le manovre speculative più ciniche e amorali, oltre al fatto, invero un po’ generico, che entrambi dichiarano di voler andare incontro all’umanità sofferente, ad esempio aiutando milioni di “poveri” (che però pagano fino a 4.000 dollari ciascuno) a trasferirsi in Paesi dove ci sono migliori opportunità di vita? È semplice: i soldi. Soldi che Soros versa alla Chiesa progressista, in cambio di una modifica nell’agenda delle priorità: basta coi discorsi su aborto, moralità, valori, difesa della vita dal concepimento alla morte naturale; e sì ai discorsi su diritti umani e civili, centralità della persona umana, autodeterminazione e unioni gay: perché no, poverini? Chi siamo noi per giudicarli, se vogliono “sposarsi” e avere dei bambini? In fondo, che male fanno? Dopotutto, quel che conta non è sempre l’amore?

 

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Un quadro complottistico chiaro. Ormai la neochiesa "massonizzata" del gesuita argentino non si cura più nemmeno di salvare le apparenze, obbedendo ai suoi "sponsor"

 

Ed ecco che si apre uno scenario ben diverso da quello ufficiale, supinamente avallato da tutti i maggiori mezzi d’informazione, sulle dimissioni di papa Benedetto e sulla successiva, fulminea elezione di Francesco (che la “mafia di San Gallo”, non dimentichiamolo, aveva già provato a piazzare al timone della Chiesa fin dal 2005, nel conclave che poi elesse Ratzinger); uno scenario che dà le vertigini perché ci proietta dall’atmosfera rarefatta delle dispute teologiche e delle divergenze pastorali, alla dimensione del vilissimo denaro, dei banchieri dai moventi inconfessabili, dei servizi segreti statunitensi e, quasi certamente, israeliani. Molto probabilmente si sono incrociati diversi tentacoli di origine diversa, convergenti sull’obiettivo finale: rimuovere il papa scomodo, intronizzare quello “comodo” e rovesciare così, in un colpo solo, l’orientamento della Chiesa sui principali temi d’interesse mondiale. Ciascuno aveva il suo particolar fine: Soros, la mafia di San Gallo, l’amministrazione Obama, ma erano fini che andavano nella stessa direzione, e hanno trovato un accordo. La mossa risolutiva, lo scacco matto al Vaticano, è venuta dallo SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che unisce oltre 10.000 banche sparse in più di 200 Paesi, lo strumento principe su cui si regge la supremazia mondiale del dollaro e, quindi, il più potente mezzo di ricatto finanziario. Per dare un’idea della sua potenza, nel 2015 una banca francese è stata condannata a pagare quasi 9 miliardi di dollari di multa per aver aggirato il sistema che esclude l’Iran dallo SWIFT (che si rivela, perciò stesso, una pedina della lobby ebraica mondiale). Nel febbraio 2013, lo I.O.R. si venne a trovare nelle stesse condizioni dell’Iran e degli altri “Stati canaglia”, con i suoi pagamenti bloccati per l’improvviso congelamento del sistema SWIFT a suo riguardo. Non appena si seppe che Benedetto XVI aveva annunciato le sue dimissioni, l’increscioso episodio fu chiuso e il Vaticano fu riammesso nello SWIFT. Ci sarebbero molte altre cose da dire, ma il nocciolo della questione sta qui: l’élite finanziaria mondiale aveva deciso che Ratzinger doveva andarsene a causa delle sue posizioni troppo intransigenti sulla vita e la famiglia, per essere sostituito da un papa conforme ai suoi desideri, che mettesse all’ordine del giorno l’ambiente, l’ecologia, i diritti civili, i migranti, e una qualche forma di riconoscimento per le coppie gay. Che è poi, guarda caso, il programma del Partito Democratico americano, notoriamente dominato dalla massoneria (non che essa sia estranea al Partito Repubblicano: la massoneria gioca sempre su due tavoli, in modo da vincere comunque). All’interno della Chiesa, poi, c’era un altro ramo della massoneria, quello che si serve dei progressisti, il quale non aspettava altro per puntare al medesimo risultato, e portare a compimento la “svolta” postconciliare. Provate a ricordare: quale fu la prima cosa che disse, in quella famosa intervista a Eugenio Scalfari, il neoeletto Bergoglio? Disse: ecco in che modo cambierò la Chiesa cattolica. Un po’ strano, vero? Un papa di settantasette anni, che inizia il suo pontificato dicendo di voler cambiare la Chiesa: è come un Giovanni XXIII senza maschera, e che va di fretta. Anche Roncalli volle fare una rivoluzione, però con un certo rispetto delle forme e con una certa cautela: l’argentino non si cura più nemmeno di salvare le apparenze. È stato eletto per fare un certo lavoro, e le sue prime mosse sono state dirette a liquidare ogni possibile opposizione Non ha tempo da perdere, e lo dice; come non ne hanno i suoi sponsor...

   

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