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Fonte magister.blogautore.espresso.repubblica.it 30/07/2019

Autore Sandro Magister

Kensington

Dopo un preconclave, nel 2013, quasi tutto speso in futili chiacchiere sulla riforma della curia vaticana e dopo sei anni di disordinato lavorio a questo scopo, sembra oggi vicino al traguardo un riassetto della curia che non soddisfa praticamente nessuno, stando alle critiche che si sono già abbattute, da destra come da sinistra, sulle anticipazioni del futuro nuovo statuto.

Tra i più malmessi continuano a figurare gli uffici amministrativi e finanziari. La cui ripulitura è lontana dall’essere compiuta, specie in quello che è l’architrave della curia in questo ambito, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, in sigla APSA.

È quanto ha messo in luce il vaticanista inglese Edward Pentin in un articolo pubblicato il 22 luglio sul “National Catholic Register, ricco di informazioni inedite di grande interesse.

L’articolo è qui riprodotto e tradotto integralmente, con il consenso dell’autore.

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Le questioni insolute che persistono nelle finanze e nelle proprietà immobiliari del Vaticano

 di Edward Pentin

CITTÀ DEL VATICANO – Nell’ottobre del 2016, a due anni dalla sua nomina a prefetto del segretariato per l’economia del Vaticano, il cardinale George Pell era venuto a conoscenza di un dicastero vaticano che gestiva grandi quantità di denaro non registrato, in conti offshore.

Ma quasi tre anni dopo, le domande sollevate allora dal cardinale Pell sulla gestione dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), il dicastero che amministra le proprietà immobiliari e finanziarie del Vaticano, sembrano non avere avuto risposta. Pell aveva identificato rischi di riciclaggio di denaro e frodi, legati all'utilizzo di conti bancari esteri da parte dell'APSA, e aveva messo sotto osservazione particolari proprietà e transazioni immobiliari.

Desideroso di procedere rapidamente con il mandato di papa Francesco di sradicare la cattiva gestione e la possibile corruzione nelle operazioni finanziarie vaticane, il cardinale prefetto contattò nel 2016 a Londra banchieri australiani suoi amici, per saperne di più. Ed essi stimarono che in quei conti potessero essere detenuti fino a 100 milioni di euro, principalmente nelle filiali di due banche private situate a Lugano, in Svizzera.

Il cardinale Pell programmò, di conseguenza, che avrebbe chiesto a uno studio legale svizzero di raccogliere per prima cosa gli estratti conto degli ultimi dieci anni di uno di quei conti e di farli valutare dal revisore generale del Vaticano, Libero Milone, già operatore di Deloitte, una società multinazionale di revisione e consulenza finanziaria. Per fare questo, Pell dovette chiedere per iscritto il permesso di papa Francesco, che glielo accordò volentieri, con una semplice firma.

Tuttavia, quegli estratti conto bancari non pervennero mai né al cardinale Pell né a Milone, entrambi successivamente allontanati dalle loro posizioni in Vaticano. Un presunto scandalo per abuso sessuale mise in cattiva luce il cardinale e una raffica di accuse colpì Milone, che un anno dopo le autorità vaticane rimossero da revisore contabile, a seguito di un'indagine interna che non è comunque riuscita a produrre prove a sostegno delle accuse.

Fonti affermano che l'iniziativa di ottenere gli estratti conto bancari è stata probabilmente sabotata dopo che alcuni individui erano venuti a sapere dell'indagine. I funzionari dell'APSA hanno spesso accampato la scusa di aver incontrato difficoltà a ottenere tali dati, quando venivano richieste informazioni relative a quei conti.

“Ritardavano dicendo di avere ‘problemi’”, ha detto una delle due fonti bene infornate interpellate dal “National Catholic Register”. “Ma in realtà stavano proteggendo quei conti”.

Una parte importante della resistenza, ha appreso il “Register”, è che gran parte del denaro è stato tenuto in "conti cifrati”, a proposito dei quali il Promontory Financial Group – una delle numerose aziende esterne chiamate ad aiutare a ripulire le finanze vaticane – aveva avvertito nel 2014 che presentavano rischi di riciclaggio di denaro e di frode che dovevano essere presi in esame.

Sebbene ora si pensi che molti di tali conti siano stati chiusi, non è ancora chiaro esattamente quanti ce ne fossero o se ve ne siano ancora in funzione. (Promontory stimava che esistevano ancora almeno sei conti che presentavano attività potenzialmente problematiche).

Nonostante l'ex dicastero del cardinale Pell, ora guidato dall'ex numero due dell'APSA mons. Luigi Mistò, sia responsabile della vigilanza e del controllo sull'APSA, secondo le fonti sembra improbabile che esso arriverà mai a conoscere il preciso ammontare delle somme detenute in quei conti, né a chi appartengano.

"Transazioni altamente irregolari"

I conti in questione avevano numeri bancari internazionali irregolari, il che li rendeva difficili da rintracciare.

Il denaro che si pensava fosse in questi conti, nelle filiali di Lugano di due banche private, Banca della Svizzera Italiana e Julius Bär, avrebbe potuto raggiungere i 7 miliardi di euro, secondo alcune stime. Entrambe le banche si sono rifiutate di confermare o negare l'esistenza dei conti: una portavoce di Julius Bär ha dichiarato al “Register” l'11 luglio che per “ragioni di politica aziendale” essi “non commentano le presunte o esistenti relazioni con i clienti".

L'esistenza dei conti offshore e la difficoltà di contabilità sono stati confermati al “Register” da una seconda fonte al corrente della situazione.

"È diventato chiaro con il passare dei mesi che c'era un centro di corruzione all'interno dell'APSA, e in relazione a ciò c'erano queste due banche a Lugano", ha detto la fonte a condizione di restare anonima. "Transazioni altamente irregolari transitavano attraverso queste banche".

Né Claudia Ciocca, una dirigente della segreteria per l’economia incaricata di indagare su questi conti, né l'arcivescovo Nunzio Galantino, l'attuale presidente dell'APSA, ha risposto alla richiesta di un commento da parte del “Register”.

Tommaso Di Ruzza, direttore dell'Autorità per l’Informazione Finanziaria del Vaticano, che ha monitorato l'APSA fino al 2016, ha dichiarato al “Register” che, per quanto lo riguardava, "non è corretto" descrivere quei conti come “conti illeciti". Ha affermato che "non può rivelare pubblicamente l’eventuale scoperta di indicatori di anomalia”.

Di Ruzza ha affermato che "come regola generale", qualora l'Autorità rilevi anomalie, "fornisce spontaneamente" e richiede informazioni alle "sue controparti estere", comprese quelle italiane se “il soggetto interessato è un cittadino italiano o la transazione è connessa con il territorio italiano”. Ha rifiutato di rispondere se ha effettuato questa verifica quando l'Autorità aveva l'APSA sotto la sua vigilanza.

Proprietà immobiliari dell’APSA

Un'altra sfida che il cardinale Pell ha dovuto affrontare nel tentativo di assicurare trasparenza, controllo e vigilanza alle finanze vaticane è stata la gestione inadeguata delle proprietà immobiliari all’estero.

Fonti affermano che solo pochi funzionari dell'APSA conoscono la vera estensione del portafoglio immobiliare estero del Vaticano, che è detenuto in gran parte "off the book" e gestito in modo confidenziale.

Gran parte del patrimonio immobiliare estero che l'APSA gestisce deriva dai fondi che il governo italiano ha versato al Vaticano dopo i Patti Lateranensi del 1929. Questi fondi sono stati pagati in compensazione dei beni della Chiesa che erano stati confiscati dallo Stato italiano durante il Risorgimento, il periodo del XIX secolo durante il quale è stato creato il moderno stato italiano.

Nel 2016, il valore delle proprietà immobiliari dell’APSA era stimato in almeno 800 milioni di euro, con un portafoglio comprendente proprietà nella prestigiosa Mayfair di Londra, nonché a Parigi e in Svizzera. La gestione del portafoglio del Regno Unito è apparentemente effettuata dall’APSA tramite una società di gestione chiamata British Grolux Investments Ltd, che non identifica la proprietà del Vaticano nei suoi registri, sebbene il suo consiglio di amministrazione contenga vari membri collegati direttamente all’APSA.

Nel 2015, per ragioni sconosciute, l’APSA spese 100 milioni di euro per acquistare una prestigiosa proprietà londinese contenente 108 appartamenti e 57 mila piedi quadrati di negozi. Secondo quanto riferito, il cardinale Domenico Calcagno, che è stato presidente dell'APSA dal luglio 2011 al giugno 2018, aveva chiesto al cardinale Pell di dare il definitivo via libera alla transazione solo all'undicesima ora, ma il cardinale la sconsigliò a motivo di seri problemi che riteneva privi di soluzione.

L'affare tuttavia andò avanti grazie al papa che scavalcò le preoccupazioni del cardinale Pell, perché il cardinale Calcagno aveva detto a Francesco che l'APSA avrebbe perso il suo anticipo di 3,5 milioni di sterline (4,9 milioni di dollari) se l'affare non fosse andato avanti immediatamente.

Il cardinale Pell si era anche fermamente opposto alla proposta di utilizzare il fondo pensione del Vaticano per metà dell'acquisto, e aveva chiesto in particolare di sapere come questo investimento rispondesse alla strategia del fondo pensione.

Ma il presidente del fondo era sempre il cardinale Calcagno il quale scrisse una lettera a se stesso, dall’APSA al fondo, per approvare la transazione. All'epoca il cardinale era anche sotto indagine per accuse di appropriazione indebita risalenti a quando era vescovo di Savona (tale indagine non ha comunque portato a procedimenti penali contro il cardinale, che ha raggiunto l'età pensionabile di 75 anni obbligatoria per i vescovi nel momento in cui le sue dimissioni come presidente dell'APSA sono state accettate lo scorso anno da papa Francesco).

L'acquisto dell'immobile di Londra nel 2015, situato in High Street Kensington 176-206 [vedi mappa], è ora visto dagli stessi funzionari dell’APSA come un errore, essendo stato fatto al culmine  di ciò che gli esperti del mercato mobiliare londinese giudicavano una "bolla speculativa", e con una sterlina ancora relativamente forte, che avrebbe perso un valore significativo dopo il referendum sulla Brexit un anno dopo.

"Ciò che deve essere sottolineato è che gli immobili che l'APSA gestisce non li deve gestire per sé ma come appartenenti alla Chiesa”, ha affermato la seconda fonte del “Register”. "Invece, si comportano come se fossero proprietà loro, e se qualcuno cerca di guardare dentro e vedere come li stanno gestendo, questa persona viene vista come un intruso, anche se proviene dalla segreteria di Stato o dalla segreteria per l'economia”.

Mancanza di trasparenza

L'APSA non è l'unico organo vaticano con un'apparente avversione al controllo. Nel 2017, il primo audit esterno in assoluto del Vaticano da parte di Price Waterhouse Coopers (PwC) fu improvvisamente annullato dalla segreteria di Stato pochi mesi dopo che era stato avviato e dopo che era stato concordato dal consiglio per l’economia - un gruppo di cardinali che sovrintende alla segreteria per l’economia.

Il dicastero del cardinale Pell aveva già scoperto enormi somme di denaro che non erano state registrate in bilancio (94 milioni di euro nella segreteria di Stato e quasi 1 miliardo di euro in vari altri dicasteri).

In un commento al “Register”, il cardinale Angelo Becciu, che all'epoca era sostituto (secondo in carica) della segreteria di Stato ed è ora prefetto della congregazione per le cause dei santi, ha dichiarato di non essere a conoscenza dei conti bancari o della proprietà immobiliari estere gestita dall’APSA. Ha affermato che l'APSA ha una sua "autonomia" e che non tutte le sue operazioni erano note alla segreteria di Stato.

Il cardinale, nativo della Sardegna, ha anche affermato che la segreteria di Stato "non si è mai opposta, in linea di principio, all’audit da parte di PwC", ma ha voluto stabilire limiti "temporali e tematici" al loro "intervento".

"Si sono presentati e hanno detto che dovevano vedere tutto", ha detto, aggiungendo: "È perfettamente chiaro che questo non avrebbe potuto essere accettato, anche a causa dei costi molto elevati dell'operazione, che era stato concordato dalla segreteria per l'economia senza consultare nessuno". Il cardinale ha anche sostenuto che, poiché la risoluzione del contratto con PwC era “consensuale" e senza alcuna penalità finanziaria, da ciò s’è visto che anche i revisori PwC “hanno compreso che l'operazione era stata pianificata male e che, per il bene di tutti, ha dovuto essere fermata”.

Tuttavia, sappiamo da fonti affidabili che a PwC è stato dato un lavoro alternativo per compensare la perdita delle commissioni.

Quelle stesse fonti hanno riferito al “Register” che gli eventi discussi in questo articolo comprendono solo un "piccolo campione" della cattiva condotta in atto, ma che l'arcivescovo Galantino e il nuovo sostituto, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, stanno facendo progressi nell’occuparsi della cattiva gestione finanziaria e della possibile corruzione in Vaticano e all'estero.

Ciò che molti valutatori, ispettori e consulenti preferirebbero vedere è un cambiamento radicale del personale.

"Sarebbe così semplice eliminare la corruzione: cambiare le persone e obbedire alle regole", ha detto la seconda fonte del “Register”. “Cambiare le strutture aiuta a creare controllo e vigilanza, ‘checks and balances’, ma è insensato farlo se le persone che controllano i beni, le risorse umane, i contratti dei dipendenti e così via, sono le stesse persone corrotte di prima, la cosiddetta 'vecchia guardia’”.

Oltre all'arcivescovo Galantino e a Claudia Ciocca, il “Register” ha contattato l'arcivescovo Peña Parra e l'ufficio stampa della Santa Sede chiedendo se potevano confermare l'esistenza dei conti svizzeri, il portafoglio immobiliare estero dell'APSA e le complete ragioni dell'annullamento dell'audit di PwC. Nessuno di costoro ha risposto alle domande del “Register” per chiarimenti in merito a tali questioni.

   

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