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Fonte lanuovabq.it 14/08/2016

Autore Andrea Zambrano

Nel cuore del martirio, senza paura. Nei giorni più terribili di Aleppo si alza forte il grido di aiuto della comunità cattolica rimasta a testimoniare la tragedia di una città ormai allo stremo. 

Mentre l’Isis retrocede dalla Siria, nella città fortino di Aleppo si intensificano i raid della coalizione pro Assad. 

In attesa della creazione di un corridoio umanitario che consenta alla Croce Rosa internazionale di entrare in una città in ginocchio a raccontare la situazione disperata dei civili e della comunità cattolica, la più a rischio delle bandiere nere, è chi è riuscito a fuggire da poco, ma che in tutti questi anni di guerra è rimasto al fianco della popolazione.

 

Suor Maria de Guadalupe è una delle missionarie dell’Istituto del Verbo Incarnato, la congregazione nata in Argentina e diffusa anche in Italia che proprio nella città simbolo della persecuzione cristiana ad opera delle milizie dell’Isis ha una sua missione. 

I missionari del Verbo Incarnato sono evangelizzatori di frontiera, abituati ai posti più rischiosi del mondo, forti di una fede che non li ha fatti retrocedere di un passo. Quando la città è caduta nelle mani dell’Isis anche a suor Maria venne data la possibilità di uscire dalla Siria, ma ha deciso di rimanere. In questi mesi ha potuto testimoniare in presa diretta le uccisioni, i saccheggi e le sofferenze di un popolo che solo oggi possiamo conoscere attraverso la sua viva voce.

Suor Maria è argentina e ora è in Cile, dove una volta tornata dalla Siria in attesa di rientrare il prima possibile, è stata invitata a raccontare che cosa succede ai cristiani siriani. E da lei apprendiamo qual è il prezzo di una testimonianza forte, fino al martirio che l’Occidente non vuole vedere. 

«I cristiani di Siria - spiega la religiosa dell’IVE - sono disposti a dar la loro vita e a farsi tagliare la testa pur di testimoniare Gesù Cristo, ma la loro allegria, il sorriso che hanno sono la retribuzione che Dio ha concesso loro per la forza che stanno manifestando in questi anni». 

E senza indugio non esita a definirli i «martiri del nostro tempo» che «sono disposti a tutto incluso il dono della loro stessa vita».

La suora ha cercato di far comprendere quanto questi «nostri fratelli confidino nelle nostre preghiere e nell’appoggio del mondo cristiano. Per questo è importante pregare e diffondere la loro condizione perché si conosca il più possibile. Necessitano del nostro appoggio».

Suor Maria de Guadalupe ha riconosciuto che «in questi ultimi mesi con l’ingresso della Russia che è entrata in guerra per appoggiare l’esercito nazionale siriano si sono visti dei passi avanti positivi perché per la prima volta abbiamo visto retrocedere lo Stato Islamico e vedere che si recuperano delle città». 

Ma ad Aleppo la situazione è ancora drammatica: «E’ stata la città che più ha sofferto durante questi anni di guerra anche se nelle ultime settimane abbiamo visto che l’esercito è riuscito a riconquistare alcuni quartieri molto importanti della città, soprattutto quelli cristiani, che in questi mesi sono stati sotto una pioggia di proiettili». Questo però comporta che l’Isis abbia intensificato la guerriglia e gli attacchi. Così ogni progresso militare dell’esercito si accompagna ad un inasprimento degli attacchi».

Ma la sua testimonianza è rivolta agli Occidentali perché «questa guerra e la persecuzione dei cristiani è nascosta qui, il cristianesimo occidentale ha poca conoscenza di che cosa sta realmente accadendo». E la colpa è da attribuire ai mezzi di comunicazione, che non casualmente riferiscono poco della tragedia dei cristiani». 

Per questo - ha proseguito - io non considero questa un’ignoranza colpevole dei cattolici occidentali, perché sono vittime di un’anestesia alimentata anche da chi si approfitta per una questione economica dalla vendita delle armi».

Che cosa resta del lavoro dei missionari dell’IVE nella mattanza siriana? «Il nostro dovere è trasmettere in Occidente che cosa stanno soffrendo questi nostri fratelli e cercare di unirne quanti più possibile alla nostra causa».

 

   

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