Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Fonte accademianuovaitalia.it 10/01/2018

Autore Francesco Lamendola

 

    Neochiesa, ultima blasfemia: l’Epifania dei Popoli. Affermare che noi possiamo conoscere Gesù sempre meglio, grazie al progredire della storia, è semplicemente una sciocchezza ed è una questione di fede, non di scienza

Credevamo di sapere, noi cattolici retrogradi e reazionari, che cosa sia l’Epifania: vale a dire (dal greco antico) la manifestazione del Signore all’umanità, che si celebra il 6 gennaio, dodici giorni dopo il Natale, ricordando la visita dei Re Magi al Bambino Gesù. Ma non abbiamo tenuto conto delle vette sopraffine di aggiornamento teologico che può raggiungere la neochiesa, quando ci si mette d’impegno. Perché, come dice il padre carmelitano Giorgio Rossi (sulla rivista Il Carmelo oggi, Monza, n. di novembre 2012, p. 28):

 

Il Dogma cresce e si approfondisce : è vivo. Perché esprime ed approfondisce la persona di Gesù Cristo, la comprensione di Lui cresce lungo la storia. Noi conosciamo Gesù, ci adeguiamo al Cristo lungo i secoli; come Lui ha fatto con noi nel breve tempo del suo vivere come uomo tra gli uomini.

 

Tradotto in parole più semplici: i nostri nonni e i nostri padri, poverini, nella loro semplicità, credevano di adorare Gesù in spirito di verità, secondo l’insegnamento millenario della Chiesa; e credevamo che il Gesù da loro adorato fosse lo stesso che avevano adorato anche san Massimilano Kolbe, san Giovanni Bosco, il santo Curato d’Ars, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, il beato Marco d’Aviano, santa Teresa d’Avila, san Giovanni della Croce, san Filippo Neri, san Francesco di Paola, santa Caterina da Siena, sant’Antonio di Padova, san Francesco d’Assisi, santa Chiara, san Domenico, san Tommaso d’Aquino, sant’Alberto Magno… Ma ci siamo sbagliati; la conoscenza e la comprensione di Gesù crescono col progresso dei tempi, girano con la ruota della storia: per cui il Gesù che conosciamo oggi, grazie alla neochiesa e ai neoteologi, è un Gesù più “vero”, più “vivo” di quello che conoscevano e adoravano tutti costoro, poiché noi siamo più moderni di loro; come dice il gesuita spagnolo Busto Saiz, ora abbiamo davanti a noi, grazie agli sforzi di aggiornamento e di approfondimento di questa neochiesa, un Gesù più credibile, mentre quello conosciuto e adorato in passato dalle generazioni di cattolici che ci hanno preceduti, era, evidentemente, meno credibile. Proprio così: non abbiamo davanti Gesù, ma “un” Gesù nuovo e più credibile; credevamo, nella nostra ingenuità e nella nostra grossolana ignoranza che Gesù, il Gesù della fede, fosse sempre uguale a Se stesso, ma sbagliavamo, perché Gesù è pur sempre un uomo della storia, manifestatosi nella storia, uomo fra gli uomini; quindi, ogni epoca ha il “suo” Gesù; oh, ma niente paura: un Gesù sempre più vero, sempre più umano e sempre più credibile. Chissà come lo conosceranno bene, allora, i posteri, per esempio quelli che vivranno alla metà del terzo millennio, oppure, meglio ancora, alla fine di esso; per non parlare dei fortunatissimi cristiani del quinto, del sesto e del settimo millennio! Altro che le banali meraviglie del futuro di un Jules Verne: quelle sì, che saranno generazioni baciate in fronte dalla fortuna, naturalmente per opera del dio Progresso: grazie a lui, saranno quasi giunte al punto di vedere Gesù faccia a faccia, senza più segreti, proprio come se fosse uno di noi, un uomo come tutti noi…

Però, un momento; fermi tutti: c’è qualcosa che non torna. Che cosa recitiamo, nel Credo (quello in cui don Fredo Olivero dice, in piena santa Messa, di non credere, per cui non lo recita e non lo fa recitare ai fedeli della sua parrocchia)? Ah, sì: dice proprio così:

 

Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, / unigenito Figlio di Dio, / nato dal Padre prima di tutti i secoli: / Dio da Dio, Luce da Luce, / Dio vero da Dio vero, / generato, non creato, della stessa sostanza del Padre; / per mezzo di lui tutte le cose sono state create. / Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, / e per opera dello Spirito Santo / si è incarnato nel seno della Vergine Maria / e si è fatto uomo. / Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, /  morì e fu sepolto. / Il terzo giorno è risuscitato, / secondo le Scritture, è salito al cielo, / siede alla destra de l Padre…

 

Dunque, Gesù non era un uomo; non era solamente un uomo; avete mai visto un uomo che muore, viene sepolto e risorge il terzo giorno dopo la sua morte, e poi sale in Cielo? Dunque, Gesù Cristo non è solo il Gesù storico: è stato generato da Dio prima di tutti i secoli, e tutte le cose sono state create per mezzo di Lui. Dunque, nel Gesù storico coesistevano due nature, quella umana e quella divina; ed è in virtù di quella divina che è risorto ed è tornato in Cielo, alla destra del Padre, di dove ritornerà, un giorno, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine. Dunque, affermare che noi possiamo conoscere Gesù sempre meglio, grazie al progredire della storia, è semplicemente una sciocchezza: perché il Gesù della storia, ammesso che possiamo conoscerlo meglio, è solo un lato della Persona divina di Gesù Cristo: l’altro lato è sempre uguale a Se stesso, perfetto, immutabile, e qualunque uomo vissuto in qualsiasi tempo, a partire dalla sua Incarnazione,  lo può conoscere, e adorare, con la stessa identica compiutezza di qualsiasi altro. È una questione di fede, non di scienza; non contano le ultime scoperte archeologiche o papirologiche, né le ultime “conquiste”, vere o presunte, di una certa teologia progressista e modernista, più o meno “di strada”, come oggi è di moda dire; conta la fede. Chi ha una grande fede lo conosce quanto è dato conoscerlo ad un essere umano, che porta ancora il peso terreno della carne: come lo hanno conosciuto san Francesco, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’ Avila, eccetera. Chi non ha fede, chi ne ha poca, chi preferisce affidarsi alla scienza, o alla”svolta antropologica” in teologia, conoscerà poco di Gesù: conoscerà quel poco che si adegua ai suoi criteri, ai suoi modi di pensare, tutti solamente umani. Sarà un Gesù piccolo, conosciuto da menti ristrette e, quel ch’è peggio, presuntuose.

Dicevamo che abbiamo creduto, fino all’altro giorno, di sapere cosa sia l’Epifania, cioè la Manifestazione di Gesù agli uomini. Ebbene, ci sbagliavamo; ora veniamo debitamente informati che l’ultimo grido delle “conquiste” postconciliari è l’Epifania dei Popoli. Sì, proprio così: “Popoli” con la lettera maiuscola, come recitano le locandine di numerose diocesi e parrocchie italiane. E che cos’è? È la celebrazione dell’auto-invasione dell’Europa da parte di orde di falsi profughi, quasi tutti islamici e in gran pare africani, accolti come un dono della grazia divina e celebrati come i novelli Re Magi. Inutile precisare, a questo punto, che “accoglierli” non è più una questione di carità, ma un assoluto dovere cristiano: non accoglierli, infatti, equivale a misconoscere l’Epifania divina, pardon, volevamo dire l’Epifania dei Popoli. Appunto. Ora, se l’Epifania del Signore Gesù si è trasformata, in omaggio agli invasori, nell’Epifania dei Popoli, è ben giusto che la banale, superata e polverosa santa Messa dell’Epifania ceda il passo a una nuova santa Messa, la Messa dei Popoli. Giustamente: non fa una grinza. Ed ecco che il vescovo di Prato, Franco Agostinelli – il vescovo, cioè, di una città e di una diocesi che sono ormai il simbolo di questa Italia post-italiana e post-cattolica, multietnica e multirazziale, che piace tanto al (falso) papa Bergoglio, ma anche, guarda un po’, a un certo George Soros, celebra in duomo, per l’Epifania, una santa Messa multilingue, appunto per esaltare l’Italia e l’Europa secondo il Piano Kalergi. Davanti alla comunità cinese (cattolica?), nigeriana (cattolica?), rumena (cattolica?), filippina, pakistana (cattolica?), polacca e ucraina, il buon vescovo ha affermato, tra l’altro:

 

Ognuno qui è presente con la propria storia e la propria cultura, le nostre differenze sono un patrimonio prezioso per tutta la comunità di Prato; oggi celebriamo l’Epifania ma le festività, come dice il proverbio, non terminano qui, anzi devono continuare. La festa siamo noi qui riuniti con la volontà di camminare insieme nel nome del Signore.

 

Grazie, monsignor Agostinelli; grazie di cuore: dopo una omelia di questo genere, ci sentiamo tutti più confortati nella nostra fede cattolica (se è lecito esprimersi così, dopo che il falso papa Bergoglio ha detto testualmente che Dio non è cattolico; per cui forse non è cosa di buon gusto alludere alla nostra fede cattolica, sa troppo di arroganza eurocentrica e razzista). Dalle sue commoventi e interessantissime parole, abbiamo appreso alcune cose che prima, francamente, ignoravamo, per cui le siamo particolarmente grati di questo velocissimo corso di aggiornamento pastorale.

Primo, abbiano appreso che non occorre essere cattolici per andare alla santa Messa, sono graditi tutti e specialmente i non cattolici, gli islamici, gli immigrati in generale; dunque, che la santa Messa non è più il rito centrale della religione cattolica, ma un momento d’incontro inter-religioso, dove si “festeggia” la comunità, nel senso della comunità laica, non della comunità cattolica.

Secondo, che l’Epifania non è una ricorrenza religiosa, non è la celebrazione di Gesù che si rivela agli uomini, ma è una festività, genericamente e laicamente intesa: tanto è vero che per celebrarla non si citano i brani della Bibbia, ma i proverbi popolari; la festa deve continuare, the  show must go one (a proposito, ma a quale proverbio si riferisce il monsignore di Prato?).

Terzo, apprendiamo che viene a cadere uno dei pilastri della vulgata immigrazionista, così come finora ci era stata ammannita, vale a dire l’integrazione: ora non si parla più di integrare gli stranieri, ma di valorizzare le rispettive differenze, viste come un patrimonio prezioso per tutti. Benissimo; buono a sapersi. Ma non potevano dircelo prima? Perché, fino ad oggi, ce l’avevano raccontata in tutt’altra maniera: e cioè che, con la buona volontà, sia da parte nostra che da pare loro, gli stranieri si sarebbero integrati, sarebbero diventati parte della nostra cultura; ora, invece, ci viene prospettato un futuro a compartimenti stagni, ciascuno con le sue differenze. Prepariamoci: gli islamici tradizionalisti potranno esigere, in ospedale, l’infibulazione delle loro fanciulle; e, naturalmente, il diritto d’indossare non solo il velo a scuola, ma anche il burqa per la strada, come del resto già fanno, apertamente e tranquillamente, senza che i vigili urbani o le forze dell’ordine osino fermare e domandar loro di scoprirsi il viso, cioè di rispettare, come tutti gli altri, italiani per primi, le leggi vigenti nel nostro Paese.

Quarto, apprendiamo che l’Epifania, come le altre “festività” (cattoliche?) siamo noi qui riuniti. Perfetto: nemmeno i “cattolici” tedeschi ultraprogressisti e modernisti di Noi siamo Chiesa, ufficialmente non riconosciuti, a suo tempo, dal papa (era Giovanni Paolo II, nel 1997) si erano spinti così avanti: a far coincidere le ricorrenze del calendario liturgico con “l’essere qui” dell’assemblea, un’assemblea multietnica e inter-religiosa, niente affatto cattolica. E da cosa si desume il fatto che non è un’assemblea cattolica?

Quinto punto: lo si desume dal fatto che l’Epifania consiste nell’essere noi qui riuniti con la volontà di camminare insieme nel nome del Signore. Ma quale Signore? Eh, via, che domande indiscrete! Quale importanza volete che faccia? Una volta stabilito, come il Santo (?) Padre ha stabilito, che Dio non è cattolico, ha forse importanza di quale Signore si sia alla ricerca? Anzi, nemmeno alla ricerca: la frase dice testualmente camminare insieme nel nome del Signore. Dunque, si cammina per camminare; dove si vada, non si sa: l’importante è camminare insieme. E il Signore cosa c’entra, in tutto questo camminare? Nel fatto che si cammina nel suo nome. Questo è il contentino che viene dato al Signore: non si cammina verso di Lui; non è Lui lo scopo e la meta del camminare; Lui è soltanto una figura che rimane sullo sfondo, un semplice pretesto per la gioia di camminare tutti insieme, appassionatamente: cattolici, luterani, islamici, giudei, buddisti e così via. Insomma, è una celebrazione dell’uomo e una religione dell’uomo, non di Dio: in perfetto stile gnostico e massonico. Dio siamo noi, quaggiù; non è il Padre che sta nei cieli, e nemmeno il Figlio che si è incarnato; e neppure lo Spirito di verità, che essi mandano ai credenti. Semmai, lo spirito è quello degli uomini di “buona volontà”, uno spirito con la lettera minuscola, perché è tutto terreno, è tutto immanente, non ha niente a che fare con la trascendenza, non è un Soffio che scende dall’Alto.

Riassumendo: lo “spirito di Assisi” (lupus in fabula) e la Comunità di Sant’Egidio, più la scuola di Bologna, più la svolta antropologica e l’ermeneutica della discontinuità, più la teologia della liberazione, portata fino alle più estreme conseguenze, cioè alla predicazione del dovere dell’auto-invasione: questa,  la ricetta. Complimenti.

Ed ecco cosa ha detto un altro vescovo bergogliano d.o.c., Lauro Tisi, agli stranieri di Trento riuniti in cattedrale, benedicendoli, sempre per celebrare degnamente la santa Epifania dei Popoli:

 

Siete per noi domanda e provocazione, ci dite che il mondo così com’è non funziona perché c’è chi ha tutto e chi non ha niente. Voi portate il valore della diversità da avvicinare senza paura. I cristiani sono eterni migranti, chi ama si alza la mattina e si mette in movimento, esce per frequentare e donare vita: è nel nostro dna, l’uomo che si sta fermo muore. Dio stesso è migrante, la Trinità ne è evidenza concreta, e le differenze esistenti tra i popoli della terra non possono costituire un problema per chi crede in essa. Le bandiere che avete portato sono una provocazione a non avere paura egli altri, dunque migriamo nell’amore, la nostra casa è nel volto del fratello che va incontrato e festeggiato. Meno male che site arrivati: un popolo seduto è destinato a morire, voi ci fate capire che bisogna cambiare, siete angeli di Dio mandati a svegliarci, a dirci che è bello essere diversi. I Magi sono tornati a casa per altra via: è la via di Gesù, dell’accoglienza, dell’essere contenti che ci sono gli altri e della diversità. Impariamo a percorrerla senza paura, la Chiesa non deve creare barriere.

 

In questo delirio inverosimile, in questa lucida (si fa per dire) farneticazione, dove non ci sono due pensieri che vadano d’accordo fra di loro – per esempio, l’esaltazione della diversità e allo stesso tempo la pretesa di “integrare”), quel che si evince è che il cattolicesimo è diventato un’altra cosa, totalmente diversa da quel che era: la celebrazione della diversità, etnica, culturale e religiosa; dove i simboli del cattolicesimo servono solo per dare una parvenza di dignità a concetti laicisti, liberali, naturalisti, immanentisti. Ad ogni modo, per chi avesse la curiosità e la pazienza di mettere insieme una specie di sintesi del Tisi-pensiero, ecco quali sarebbero i punti essenziali:

1) essere cristiani (nemmeno “cattolici”: la parola cattolico è abolita, si vede che è diventata una parolaccia) significa amare; e amare vuol dire essere sempre in movimento; apprendiamo così che il cristianesimo è una manifestazione di attivismo e vitalismo, nonché di biologismo, perché l’essere sempre in movimento “è nel nostro dna”. Niente Vangelo, niente Rivelazione, niente Incarnazione, niente Redenzione, niente Giudizio, niente vita eterna; semmai un po’ di Darwin, un po’ di Freud e un po’ di Marx (c’è chi ha tutto e chi non ha niente).

2) Dio è un migrante, la santissima Trinità è un mirabile esempio di migrazione, e le differenze tra i popoli non sono un problema (si noti la logica impeccabile che lega le prime due proposizioni, peraltro semplicemente folli, alla terza, che ci riporta bruscamente sul piano politico e materiale).

3) Noi (noi chi? noi cattolici? ma si può dire cattolici, o si offende qualcuno?) dobbiamo “migrare nell’amore”, cioè considerare casa nostra “il volto del fratello”. Tradotto: dobbiamo accogliere milioni di stranieri in casa nostra, non solo, ma accoglierli “festeggiandoli”. Prego, entrate tutti: invadete, rubate, stuprate, spacciate, ammazzate: noi vi festeggiamo, noi non abbiamo paura. E perché non si deve aver paura, secondo il Tisi-pensiero?

4) Non si deve aver paura perché gli stranieri sono angeli di Dio mandati a svegliarci. Apprendiamo, così, che l’angelologia cristiana si è arricchita di un nuovo e fondamentale capitolo: i migranti/invasori sono angeli; gli Angeli con la maiuscola non ci sono più (oppure, se ci sono, somigliano probabilmente agli orribili e ghignanti angeli-diavoli del blasfemo affresco del sodomita Cinalli nel duomo di Terni, realizzato per volontà di monsignor Paglia). Ma perché, a questo punto, angeli per angeli con la lettera minuscola, non potrebbero essere angeli anche gli italiani poveri? Gli orfani, le vedove, i pensionati che vivono con una pensione da fame (e che non godono del mantenimento garantito a spese dello Stato, come gli stranieri)? Forse perché hanno la pelle chiara, o perché sono cattolici? Ah, ecco: siamo in pieno razzismo all’incontrario.

5) Meno male che siete arrivati! Questa è la conclusione: e non ci sembra che sia necessario fare ulteriori commenti. Diciamo una cosa soltanto: se un vescovo cattolico avesse tenuto un simile discorso, nella santa Epifania, solo sei o sette anni fa, sarebbe scoppiato un caso. Venti o trenta anni fa, sarebbe stato cacciato. Cinquanta anni fa, un discorso del genere non sarebbe stato nemmeno concepibile. Quindi, i casi sono due: o era completamente falsa e sbagliata la Chiesa di allora, o è completamente falsa e sbagliata la neochiesa odierna. E, a questo punto, o il vescovo di Trento è un genio, nonché un santo, oppure è un pericoloso squilibrato, che si spaccia assurdamente per un vescovo della  Chiesa cattolica, così come qualcun  altro pretende di essere Napoleone…

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.