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Fonte oppotuneimportune.blogspot.it 23/11/2018

Autore Cesare Baronio

Continuano, imperterriti. Non conoscono requie. Come osserva oggi One Peter Five (qui), pare che la setta conciliare si comporti come un treno prossimo a deragliare, alla cui guida vi è il Maligno, inchiodato nella sua volontà di perseguire ostinatamente il male. Fautori dell’aborto come mezzo si sterminio di massa sono accolti a pontificare in Vaticano; vecchie cariatidi del femminismo sessantottardo sono ricevute con tutti gli onori all’Università Cattolica, mentre non una parola è spesa dal Satrapo di Santa Marta per elogiare l’opera indefessa dei movimenti pro-vita. Un eretico notorio, gesuita nell’accezione più spregevole del termine, è nominato superiore di tutti gli Ordini religiosi maschili. E il turpe consesso di sodomiti in porpora, sbugiardato da prove schiaccianti, insiste nel sostenere di non aver in alcun modo maneggiato con la Santa Sede per bloccare le decisioni della Conferenza Episcopale Americana volte a fronteggiare gli scandali degli abusi da parte di chierici e Prelati.
 
In questo sordido postribolo che scandalizza ormai anche i più moderati dei fedeli cattolici, il silenzio di molti Presuli ritenuti conservatori lascia allibiti. E lasciano allibiti le parole di chi viene additato come difensore della Verità. Tra costoro, un personaggio che all’epoca del Predecessore era considerato tradizionalista - forse a cagione delle due spanne di merletto Rinascimento del suo rocchetto più che per fedeltà alla Dottrina - se ne esce con un’esternazione che contraddice il Magistero e si allinea alle più trite tesi del conciliarismo.
 
Ricordiamo che il Cardinal Mauro Piacenza, ordinato a Genova nel 1969 dal Cardinal Siri, è stato docente di Teologia Dogmatica e, tra gli altri incarichi, Prefetto della Congregazione per il Clero e infine Penitenziere Maggiore.
 
Il Porporato, come riferisce con la consueta prona cortigianeria Vatican Insider (qui), si conferma paladino della Dignitatis Humanae e del peggior repertorio postconciliare, affermando che la libertà religiosa è «la roccia ferma su cui i diritti umani si fondano saldamente, poiché tale libertà rivela in modo particolare la dimensione trascendente della persona umana e l’assoluta inviolabilità della sua dignità». E sostiene che questa cosiddetta libertà di professare indifferentemente qualsiasi credo religioso «appartiene all’essenza di ogni persona, di ogni popolo, di ogni nazione», come se nel cuore dell’uomo il Creatore avesse impresso non la naturale ricerca del Vero e del Bene, ma un’inclinazione congenita all’indifferentismo e al relativismo religioso. Egli giunge a dire che nel concetto di libertà religiosa vanno necessariamente incluse «la libertà di pensiero e la libertà di parola, la libertà di espressione e la libertà di culto, la libertà di conversione e perfino la libertà di distanziarsi dall’elemento religioso». 
 
Eppure non vi può essere libertà di pensiero, quando la Verità è stata rivelata da Dio in modo vincolante; non vi può essere libertà di parola, se quella parola serve per impugnare la Verità divina; non vi può essere libertà di culto, se non nell’esercizio dell’unica Religione fondata da Nostro Signore; ed ancor meno libertà di apostatare, perché nessuno è libero di rifiutare l’autorità di Dio ed i Suoi Comandamenti. Questa libertà cui allude con parole sacrileghe il Cardinale, era bollata col termine di licenza e condannata dal Magistero dei Romani Pontefici, in particolare nell’Enciclica Libertas praestantissimum di Leone XIII (qui), promulgata solo 130 anni or sono.
 
In quell’immortale documento magisteriale, il grande Pontefice diceva: «Pertanto la natura della libertà umana, comunque la si consideri, tanto nelle persone singole quanto consociate, e non meno in coloro che comandano come in coloro che ubbidiscono, presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio che comanda e vieta». E a proposito della libertà di culto: «notiamo nelle singole persone un atteggiamento che è profondamente contrario alla virtù religiosa, ossia la cosiddetta libertà di culto. Questa libertà si fonda sul principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna. […] Perciò, una volta concessa quella libertà di cui stiamo parlando, si attribuisce all’uomo la facoltà di pervertire o abbandonare impunemente un sacrosanto dovere, e conseguentemente di volgersi al male rinunciando a un bene immutabile; questa non è libertà, come dicemmo, ma licenza e schiavitù di un’anima avvilita nel peccato».
 
Ancora, sulla laicità dello Stato tanto cara alla setta conciliare e ai suoi pontefici: «La stessa libertà, se considerata nell’ambito della società, pretende che lo Stato non faccia propria alcuna forma di culto divino e non voglia professarlo pubblicamente; pretende che nessun culto sia anteposto ad un altro, ma che tutti abbiano gli stessi diritti. […] É necessario che la società civile, proprio in quanto società, riconosca Dio come padre e creatore suo proprio, e che tema e veneri il suo potere e la sua sovranità. Pertanto, la giustizia e la ragione vietano che lo Stato sia ateo o che – cadendo di nuovo nell’ateismo – conceda la stessa desiderata cittadinanza a tutte le cosiddette religioni, e gli stessi diritti ad ognuna indistintamente. Dunque, dal momento che è necessaria la professione di una sola religione nello Stato, è necessario praticare quella che è unicamente vera e che non è difficile riconoscere, soprattutto nei Paesi cattolici, per le note di verità che in essa appaiono suggellate».
 
Quanto alla libertà di parola: «è assurdo pensare che essa sia concessa dalla natura in modo promiscuo e accomunata alla verità e alla menzogna, alla onestà e alla turpitudine. La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società».
 
Leone XIII afferma che «codesta libertà di tutti e per tutti non è desiderabile di per se stessa, come più volte abbiamo detto, poiché ripugna alla ragione che la menzogna abbia gli stessi diritti della verità. E per quanto riguarda la tolleranza, sorprende quanto siano distanti dalla equità e dalla prudenza della Chiesa coloro che professano il Liberalismo. Infatti, con l’assoluta licenza di concedere tutto ai cittadini, come dicemmo, varcano completamente la misura e giungono al punto di non attribuire alla onestà e alla verità maggior valore che alla falsità e alla malvagità. […] Ricusare radicalmente la sovranità del sommo Dio e rifiutargli ogni obbedienza, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata e domestica, è la massima perversione della libertà come anche la peggiore specie di Liberalismo».
 
Il Cardinal Piacenza contraddice palesemente l’insegnamento infallibile della Chiesa Cattolica, piegandosi all’errore dei Liberalismo che ha infettato non solo la società civile, ma anche la stessa Chiesa: «Continueremo ad impegnarci motivatamente ed appassionatamente, perché, sempre e dovunque, la libertà religiosa sia difesa e dilatata, nella lucida certezza che difenderla significa difendere tutto dell’uomo e difendere ogni uomo».
 
Eppure le parole di Leone XIII non danno adito ad equivoci: «Da quanto si è detto consegue che non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo. Infatti, se veramente la natura li avesse concessi, sarebbe lecito ricusare il dominio di Dio, e la libertà umana non potrebbe essere limitata da alcuna legge».
 
Ci si sarebbe aspettato, dal Presidente della Fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre, un accenno al diritto inalienabile della Chiesa Cattolica di esercitare pienamente quella libertà che oggi viceversa pare conculcata; un riferimento al vero concetto di libertà religiosa, inteso nel senso di libertà dell’unica vera Religione di agire, predicare ed esercitare il proprio ministero. E non di sentir far proprie le dottrine condannate fino a prima del Concilio, addirittura contraddicendo parola per parola l’insegnamento di un Pontefice tra i più strenui difensori della Verità cattolica nell’età moderna.
 
Se queste sono le parole di un Prelato in odore di conservatorismo, non c’è da stupirsi se altri ecclesiastici notoriamente progressisti non temano minimamente la Curia Romana, ma la considerino anzi come ottima alleata nella demolizione della Chiesa di Cristo.
   

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