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Fonte oppotuneimportune.blogspot.it 07/12/2018

 Autore Cesare Baronio

Et effeminati dominabuntur eis.
Is. III, 4
 
Nel post precedente [qui] ho delineato alcuni parallelismi tra la vicenda di Lucio Silla e gli accadimenti odierni che stanno sostanzialmente portando all’instaurazione di una tirannide da parte della setta progressista. Come osserva Archbold [qui], «È stato notato da alcuni, me compreso, che la Chiesa si è trovata in uno stato di scisma de facto per qualche tempo, ma coloro che non seguono più gli insegnamenti della Chiesa si sono rifiutati di andarsene. Ora, loro non sono solo all’interno della Chiesa, ma vi ricoprono ruoli importanti. Non vogliono fondare una loro chiesa alternativa né una gerarchia parallela: al contrario, hanno agito sul lungo termine per appropriarsi del nome Cattolico e della sua struttura gerarchica. Non volevano una loro chiesa: volevano la nostra. Adesso hanno il potere e lo usano».
 
Perché questo disegno si compia, si deve tener presente chi siano le dramatis personae, ossia coloro che rendono possibile la tirannide. Mi pare che - eccezion fatta per i Cattolici tradizionali, vittime della tirannide - gli altri personaggi possano esser catalogati come segue: i pavidi, i servili, gli interessati, i ricattabili, i complici ideologici, gli esecutori materiali.
 
I pavidi tacciono e cercano di non farsi notare, lasciando intendere impliciter il loro assenso alla tirannide, sperando che nessuno chieda loro un gesto di approvazione esplicita. Solitamente questa è la schiera più numerosa, ma è indubbio che con il proprio silenzio i pavidi si rendono complici del tiranno e rendono molto più difficile qualsiasi forma di dissenso, perché anche se in teoria possono desiderarne la caduta, di fatto non fanno nulla per consentirla, ed anzi spesso sono i primi a ritirarsi laddove li si chiami in causa. E fanno massa. In seno alla neo-chiesa gli esempi di pavidità si concretizzano in quella forma di viltà che giunge ad esser accidia, il vizio capitale che si oppone alla virtù cardinale della fortezza. Nella crisi presente, peccano di pavidità ed accidia soprattutto i chierici, massimamente i Prelati, che dinanzi alla verità conculcata tacciono, dinanzi all’abuso guardano altrove, dinanzi all’ingiustizia coltivano il proprio particulare cercando di passare inosservati, per non dover subire l’ostracismo o le rappresaglie del potente. Sono i Vescovi che in termini generali possono anche esser ortodossi, ma che si guardano bene dal denunziare l’errore, oppure che denunziano l’errore ma non indicano chi concretamente lo compie, e tantomeno prendono provvedimenti - per quanto sta in loro potere - per estirparlo.
 
I servili, che si rendono compiacenti e si fanno notare dal potere, non necessariamente perché approvino chi lo detiene, ma per il semplice fatto di essere un potente. Per molti il servilismo costituisce una sorta di vocazione, sicché alla libido dominandi del tiranno corrisponde necessariamente la libido serviendi di, privo di dignità, pensa solo a compiacere chi lo tiene soggetto. Il servile rinunzia a qualsiasi principio, se non è addirittura completamente privo di principi. Non di rado, il cortigiano deve testimoniare la propria soggezione per dar prova di una fedeltà ch’egli per primo sa esser messa in dubbio, ad esempio perché è passato al campo opposto. Esempio di servilismo prono al potente fu quello della turba nei confronti del Sinedrio e di Pilato: «Non habemus regem, nisi Caesarem». In ambito ecclesiastico, gli esempi si sprecano. Il chierico servile si fa scudo dell’oboedientia, la quale non è intesa in senso cattolico, ma piuttosto come acritica ed incondizionata collaborazione con l’autorità, quasiasi essa sia ed in qualsiasi modo essa sia esercitata. Si noti che il servile ecclesiastico è ontologicamente anche versipelle. Così il monsignorino che sino a ieri vestiva l’abito talare e la fascia marezzata e squittiva estasiato ai pontificali di Benedetto XVI oggi indossa con altrettanta disinvoltura un clergyman négligé e si mostra per i corridoi di Santa Marta con un saggio di Ravasi o l’ultima enciclica di Bergoglio sotto braccio. O il Vescovo prodigo di elogi all’ermeneutica della continuità col rocchetto e l’ametista improvvisamente déguisé in veste nera e anello conciliare, in prima fila alle assemblee della Conferenza Episcopale. Nel novero dei servili in sacris non possono ovviamente mancare i transfuga della Fraternità San Pio X, tanto acerrimi nemici di Roma prima, quanto acerrimi nemici dei lefebvriani poi. La loro argomentata coerenza con il più rigoroso antimodernismo cede in un fiat alla strenua ed argomentata difesa del Vaticano II e della necessaria fedeltà alla Sede di Pietro; le più aspre invettive al rito riformato si mutano d’incanto in un’appassionata perorazione per la liturgia conciliare. Va da sé che il disprezzo da parte della comunità tradita continua, nonostante le moltiplicate attestazioni di prona sudditanza, anche da parte di quella di approdo. In questa categoria rientrano ovviamente le quinte colonne (consapevoli o meno) all’interno degli Istituti o degli istituti di indirizzo tradizionale o anche solo conservatore, i quali cooperano servilmente ai piani del tiranno, ad esempio chiedendo l’invio di una Visita Apostolica.
 
Gli interessati costituiscono una categoria trasversale ed immancabile, poiché chi ne fa parte è mosso soltanto dalla cupidigia e dall’interesse personale. Sono coloro che, per egoismo e avidità, servono solo se stessi, in qualsiasi tempo ed in qualsiasi luogo. Gli interessati riescono a trarre un vantaggio in tutti i regimi e in tutte le situazioni, perché l’occasione di arricchirsi o far carriera non viene mai meno. Il tiranno sa bene che costoro sono privi di qualsiasi morale, ma se ne serve per il perseguimento dei propri scopi, dal momento che l’avidità è un motore infallibile delle più basse passioni e può esser facilmente alimentata. Se ne servirono immancabilmente gli eretici, a partire da Lutero, che per ottenere appoggio politico dai principi germanici nella ribellione alla Chiesa di Roma, solleticò la loro brama di possesso, consentendo di appropriarsi di chiese, conventi, monasteri, latifondi e proprietà appartenenti alle Diocesi, agli Ordini religiosi o ad altri enti ecclesiastici. Lo stesso avvenne in Inghilterra, durante lo scisma anglicano. Sempre in nome della povertà della Chiesa, s’intende. Durante il Risorgimento, la soppressione degli Ordini religiosi nel 1866 e la relativa confisca dei beni degli enti ecclesiastici nel 1867 consentirono allo Stato di incamerare proprietà di valore incommensurabile, svendendone una parte a ricchi mercanti. L’opera anticattolica della Massoneria seppe far leva sulla cupidigia della Corona sabauda e di privati senza scrupoli, per privare la Chiesa dei suoi beni, i quali ancor oggi appartengono in massima parte al Demanio. Ma per il perseguimento dello scopo ideologico, come si vede, ci si è avvalsi dell’appoggio degli interessati, di quanti - privi di scrupoli - hanno saputo trarre un vantaggio personale di natura economica dall’eversione dell’asse ecclesiastico. Analoghe iniziative predatorie si ebbero in Francia, in Portogallo ed in tutte le Nazioni in cui la setta infame ha conquistato il potere. In seno alla neo-chiesa il ricorso agli interessati è sotto gli occhi di tutti, e si estende dalle forme più sfrontate di carrierismo fino alle più lucrose alienazioni di paramenti ed arredi sacri da parte di chierici e religiosi. All’epurazione di Prelati refrattari ha corrisposto la promozione di personaggi noti per la loro ambizione, il cui cursus honorum è pari alla loro consentaneità col potente. E gli antiquari si sono gettati sul ghiotto bottino che, in nome del Concilio e dell’aggiornamento, è stato svenduto dal clero progressista pur di far piazza pulita di reliquiari, ostensori, pianete, balaustre, altari e suppellettili liturgiche. Avviò l’operazione lo stesso Paolo VI, che svendette ai negozianti di via del Babuino gli antichi arredi del Palazzo Apostolico per sostituirvi orrendi mobiletti impiallacciati e moquette marrone da Hôtel de la gare.  Questa sacrilega operazione iconoclasta è stata peraltro possibile con l’incoraggiamento dei Superiori e la connivenza della stessa Autorità civile, che si è ben guardata dal chieder conto dell’alienazione di beni tutelati dalle Sovrintendenze. Ma anche in questo caso, lo scopo ideologico ha trovato nell’avidità del clero conciliare un ottimo alleato.
 
I ricattabili sono un’altra categoria trasversale, che comprende tutti coloro che hanno qualcosa da nascondere o da perdere, una ragione che permetta di piegarne la volontà o quantomeno di garantirsi la loro fedeltà, sotto l’implicita minaccia di rivelare turpi retroscena, piccoli o grandi scandali, vizi inconfessabili. La loro collocazione ideologica non è importante: gravando su di essi la spada di Damocle del ricatto, il potente non deve temere circa la loro fedeltà. A meno che - ovviamente - il ricattato non sia a sua volta in possesso di prove compromettenti per il ricattatore. Materie tipiche sulle quali verte l’intimidazione in ambito ecclesiastico sono la corruzione e la sodomia: soldi e sesso contro natura, per intenderci. Ancora una volta, avarizia e lussuria come vizi privilegiati. E si noti che da decenni è prassi invalsa che quanto più un chierico è ricattabile, tanto più gli si dischiudono le porte della carriera, affinché si possa ricorrere a lui non solo quando ancora si trova ai primi gradini della scala gerarchica, ma soprattutto quando è asceso a quelli più alti. Spesso avviene anzi che sia garantita al ricattabile una copertura dei suoi comportamenti censurabili, facendo sì ch’egli sappia a chi dev’esser riconoscente per lo scandalo evitato, ed allo stesso tempo dia ampia prova di fedeltà al suo protettore. Non è raro che il potente di turno si assicuri una totale fedeltà del proprio establishment basandola sulla reciproca ricattabilità dei suoi membri, una sorta di lobby che mira a perseguire i propri interessi - carriera, sesso, denaro - e che nel farlo porge al padrone il guinzaglio con il quale farsi condurre dove egli vuole. Si comprenderà che il ricattabile può trovarsi anche nello schieramento opposto, ed esser utilizzato come delatore o quinta colonna. Inutile dire che l’avversario ricattabile ha solitamente vita breve: è uno dei primi sacrificabili, perché lo scoppiare dello scandalo lo priva ipso facto di qualsiasi credibilità. Infine, è possibile ricattare anche una persona perbene, se solo gli si fa comprendere quale danno potrebbe derivargli se questi non obbedisce agli ordini ricevuti, diffondendo ad arte notizie false ma verosimili, specialmente quando risulta impossibile dimostrare la propria innocenza, come nel caso dei delitti contra Sextum. Un’ultima nota. La piaga dell’omosessualità diffusa nel Clero, anche tra altissimi esponenti della Gerarchia, così come altri scandali di natura finanziaria, non si prestano solo ai ricatti ab intra, ma anche ad una serie di ricatti ed interferenze ab extra da parte di forze nemiche della Chiesa, con tutte le conseguenze immaginabili.
 
I complici ideologici condividono e rafforzano le basi della tirannide e la presentano come ineluttabile: «indietro non si torna». Sono gli eretici, i teorici della Rivoluzione permanente: Voltaire, Montesquieu, Diderot, Rousseau, D’Alembert, ma anche Danielou, Congar, De Lubac, Schillebeeckx, Küng, von Balthasar, Ratzinger e tutti coloro che hanno dato corpo all’idea, l’hanno legittimata, hanno saputo articolarla in forme più o meno estreme per convogliare l’appoggio tanto dei fanatici quanto dei moderati. L’appoggio dell’intelligencija modernista al successo della tirannide fa dei suoi esponenti veri e propri complici ideologici, ad iniziare dal loro contributo velenoso allo stravolgimento del Vaticano II, i cui schemi preparatori erano di ben altro tenore rispetto a quelli imposti - a Concilio iniziato - ai Padri dall’ala progressista. Parimenti, l’opposizione degli intellettuali cattolici è stata scientificamente avversata ed ignorata dall’Autorità, che vedeva in essa un temibile avversario e che ha potuto sbaragliare in virtù del potere di nomina dei docenti universitari, dei direttori della stampa cattolica, dei Superiori degli Ordini che maggiormente si erano distinti nella confutazione dell’errore e nelle discipline ecclesiastiche, primi tra tutti i Gesuiti ed i Domenicani. I complici ideologici sono quasi sempre anche i primi redattori delle liste di proscrizione degli hostes publici.
 
Gli esecutori materiali costituiscono l’establishment del tiranno, coloro cui viene demandata l’attuazione degli ordini ed il coordinamento pratico dei piani. Essi rappresentano il passaggio dalla potenza all’atto, in tutte le sue declinazioni: coloro che applicano le direttive superiori con i provvedimenti normativi, i vari João Braz de Aviz e José Rodríguez Carballo che smantellano gli Ordini contemplativi; sono i Fidenzio Volpi e le Noris Calzavara, commissari dei Francescani dell’Immacolata; sono i Carlo Redaelli che alla CEI mettono in discussione il Motu Proprio, i Vito Pinto che ipotizzano la revoca della Sacra Porpora ai Cardinali dei Dubia; sono gli Officiali della Segreteria di Stato che intimano a mons. Scheider di non allontanarsi dalla Diocesi. É difficile credere che essi compiano quest’opera senza condividerne le motivazioni e le premesse ideologiche. Rimane evidente che il potente trascina nella sua caduta tanto i complici ideologici quanto gli esecutori materiali, così come Lucifero ha trascinato con sé gli angeli decaduti, in un inesorabile spoils system teologico.
 
 
Dopo l’analisi delle fasi della tirannide e la classificazione delle dramatis personae, mi chiedo: «Qual è la via d’uscita? Come sottrarsi a questo processo apparentemente ineluttabile ed irreversibile?» Credo di aver finalmente trovato una risposta. La condividerò con il Lettore nel mio prossimo post.
   

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