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Fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 01/08/2019

Autore George Weigel

Nella nostra traduzione dal Catholic World Report, un articolo del biografo e amico di Papa Wojtyła sulle trasformazioni dell’Istituto Giovanni Paolo II, che hanno suscitato molto scalpore. [qui - qui; precedente qui e sulla PAV qui - qui - qui - qui]


Dal 23 luglio è in corso a Roma un esercizio di crudo vandalismo intellettuale: quello che in origine era conosciuto come il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia è stato perentoriamente ma sistematicamente spogliato della sua più insigne facoltà, e i suoi corsi di teologia morale fondamentale sono stati cancellati. Mentre sono stati nominati come insegnanti nell’Istituto rifondato - che si trova presso la Pontificia Università Lateranense, gia prestigiosa istituzione pontificia di istruzione superiore - accademici che si oppongono alla Humanae Vitae in ordine all'insegnamento sui mezzi appropriati per regolare la fertilità e alla Veritatis Splendor in ordine all'insegnamento sugli atti intrinsecamente malvagi. Sedici secoli e nove anni dopo il primo sacco di Roma ad opera dei vandali, essi sono di nuovo in città, anche se questa volta il capo vandalo indossa uno zucchetto arcivescovile.
Qui c’è una storia, e vale la pena rivisitarla per meglio focalizzare la distruzione in corso.

 

Nonostante l’assuefazione globale dei media al cliché “liberale/conservatore” per analizzare il Concilio Vaticano II e i dibattiti successivi, la divisione realmente rimarchevole dopo il Concilio (che, come attestano diverse testimonianze di teologi conciliari, ha cominciato ad aprirsi durante il terzo e quarto periodo conciliare) si è polarizzata tra due gruppi di teologi riformisti precedentemente alleati, uno dei quali sembrava determinato ad abbracciare pienamente la modernità intellettuale e i suoi vari scetticismi, mentre l’altro era impegnato a far da contrappeso all’autentica riforma cattolica fondando lo sviluppo teologico nella tradizione vivente della Chiesa. Questa “Guerra della successione conciliare” (come la chiamo nel mio prossimo libro, L’ironia della storia cattolica moderna) non è rimasta una mera rissa tra intellettuali; ha avuto conseguenze reali nella vita della Chiesa cattolica.

 

Essa ha determinato lo sviluppo del trimestrale teologico internazionale, Communio, come contrappunto all’ultra-progressista Concilium. Alla nascita di Ignatius Press e al grande rinnovamento della teologia anglofona influenzata da Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar. Essa portò a battaglie per il controllo delle facoltà nei dipartimenti di teologia di tutto il mondo. E, dopo un decennio e mezzo di contese, ha portato all’elezione di Karol Wojtyła che. come Giovanni Paolo II, avrebbe nominato Joseph Ratzinger prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede.

 

La resistenza al magistero di Giovanni Paolo II (un magistero naturalmente influenzato dall’allora cardinale Ratzinger) è stata radicata e amara tra quei sedicenti progressisti che immaginavano di aver vinto la guerra di successione conciliare e tuttavia si sono trovati improvvisamente, dopo il secondo conclave del 1978, ai margini del grande gioco della politica ecclesiastica – anche se hanno continuato a mantenere una presa ferrea sulla maggior parte degli incarichi nelle facoltà teologiche e su molte pubblicazioni teologiche. La risposta di Giovanni Paolo II a questa resistenza e all’orgoglio intellettuale non fu quella di attaccarla frontalmente, epurando la facoltà progressista dalle università romane.La sua strategia fu piuttosto quella di incoraggiare fondazioni più nuove e dinamicamente ortodosse come la Pontificia Università della Santa Croce (ora, probabilmente, la più interessante dal punto di vista intellettuale delle scuole romane), e di creare nuovi istituti di istruzione superiore nelle università esistenti.
 
In entrambi i casi, l’obiettivo era quello di promuovere il vero rinnovamento della teologia cattolica secondo l’indirizzo del Vaticano II – e non secondo il pensiero di Immanuel Kant, G.W.F. Hegel, Ludwig Feuerbach e Karl Marx. Invertendo [la legge di] Gresham [“la moneta cattiva scaccia quella buona”], Giovanni Paolo II era tranquillamente fiducioso che la moneta buona – la buona teologia – avrebbe finito per scacciare la falsa moneta etica, perché quest’ultima stava mandando in rovina la vita umana e introducendo le persone in una miserevole confusione.
 
L’Istituto Giovanni Paolo II per il Matrimonio e la Famiglia è stato il fulcro di questo sforzo per creare vibranti alternative alla dottrina del Cattolicesimo soft che al momento della salita al Soglio petrino di Giovanni Paolo II era diventato sempre più bizzarro. (Ad esempio, negli Stati Uniti, la prestigiosa Catholic Theological Society of America nella metà degli anni ’70 commissionò uno studio sulla sessualità umana che quasi non condusse a condannare la bestialità come intrinsecamente malvagia.) Nei suoi primi decenni di lavoro, l’Istituto Giovanni Paolo II fece esattamente ciò che il suo fondatore pontificio voleva che facesse: contribuì a promuovere una rinascita della teologia morale cattolica, recuperando e sviluppando la tradizione dell’etica delle virtù, esplorando con cura e compassione le questioni spesso aggrovigliate dell’amore casto e vivente nelle varie vocazioni, e creando in tutto il mondo un gruppo di teologi morali con l'intento che il loro lavoro intellettuale aiutasse a convertire il mondo tardo-moderno e postmoderno, piuttosto che assecondare la tarda modernità e la post-modernità, che procedeva sbandando nella decadenza e nell’incoerenza.

 

Così l’Istituto Giovanni Paolo II di Roma, come fulcro di diversi istituti affiliati in tutto il mondo, è stato uno strumento chiave per approfondire la ricezione da parte di tutta la Chiesa dell’enciclica di Giovanni Paolo II del 1993 sulla riforma della vita morale, la Veritatis Splendor. E fu un’offesa che coloro che, con loro grande sorpresa e rabbia, stavano perdendo la guerra di successione conciliare non avrebbero potuto e non potevano tollerare. Perché, per poter rilanciare il loro progetto, era necessario che sparissero la Veritatis Splendor e il suo insegnamento sulla realtà degli atti intrinsecamente malvagi.
 
Così questi uomini testardi e, evidentemente, spietati, hanno atteso la loro occasione. Negli ultimi anni, hanno continuato a perdere ogni serio dibattito sulla natura della vita morale, sulla moralità della vita coniugale, sulla disciplina sacramentale e sull’etica dell’amore umano; e i più intelligenti fra loro sanno, o almeno temono, che sia così. Dunque, con una bizzarra ripetizione dell’epurazione anti-modernista delle facoltà teologiche che seguì l’enciclica Pascendi di Pio X del 1907, essi hanno abbandonato la discussione e hanno fatto ricorso all’azione criminale e alla forza bruta per vincere ciò che non erano riusciti a vincere con il dibattito e la persuasione degli studiosi.

 

Questo disdicevole regolamento di conti è il motivo per cui la settimana scorsa è stata improvvisamente abolita la facoltà più prestigiosa dell’Istituto Giovanni Paolo II; ragion per cui non c’è assolutamente alcuna garanzia che, nell’immediato futuro, l’Istituto che porta il suo nome avrà una qualche somiglianza con ciò che Giovanni Paolo II intendeva per esso. Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano ed ex rettore della Pontificia Università Lateranense, ha descritto quello che è in corso a Roma in questi giorni come un “siluramento” dell’Istituto Giovanni Paolo II attraverso una “epurazione” accademica. 150 [ora 214] studenti dell’Istituto hanno firmato una lettera in cui si afferma che i cambiamenti in corso distruggeranno l’identità e la missione dell’Istituto; nelle attuali circostanze romane, essi hanno la stessa possibilità di essere ascoltati che ebbe il maresciallo Mikhail Tukhachevsky ai Processi per le Purghe a Mosca nel 1937-38.

 

Abside Duomo Terni, particolare Paglia
Il fatto che questi atti di stile stalinista, di brigantaggio intellettuale contro l’eredità teologica e pastorale di Giovanni Paolo II siano stati compiuti dall’arcivescovo Vincenzo Paglia – che nel 2017 è balzato all’attenzione internazionale per aver commissionato un affresco omoerotico nell’abside della cattedrale di Terni-Narni-Amelia – è estremamente ironico. Paglia era semplicemente un altro chierico ambizioso quando il suo lavoro di consigliere ecclesiastico della Comunità di Sant’Egidio lo ha portato all’attenzione di Giovanni Paolo II. Sono seguiti anni di piaggeria, durante i quali Paglia si vantava di come avesse fatto fare marcia indietro al papa sul tema dell’assassinio dell'arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, dicendo a Giovanni Paolo II che “Romero non era il vescovo della sinistra, era il vescovo della Chiesa”. Due anni fa la nomina di Paglia a Gran Cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II – carica per la quale non aveva e non ha qualifiche percepibili – è stata sconcertante. Ma anche ora ritorna all'attenzione: si comporta proprio come coloro che hanno manipolato i Sinodi del 2014, 2015 e 2018, cioè un’altra congrega di chierici ambiziosi (e, francamente, poco brillanti) che hanno cercato di compensare con brutalità e minacce quel che ripetutamente avevano perso nelle discussioni.

 

C’è una berretta rossa nel futuro dell’Arcivescovo Paglia? Se è così, sarà come ricompensa per aver boicottato studiosi dalle credenziali accademiche impeccabili e dalla probità personale, profondamente amati dai loro studenti. Ci si chiede se il Gran Cancelliere divenuto Boia Supremo dell’Istituto Giovanni Paolo II abbia mai letto Un uomo per tutte le stagioni e la devastante risposta di Thomas More al suo tradimento da parte dell’avido burocrate Richard Rich: “Perché Richard, a un uomo non serve a nulla dare la sua anima per il mondo intero…. eccetto che per il Galles?”
 
Da qui l’atmosfera romana del momento: sulfurea, febbrile ed estremamente brutta, densa di panico. Non è così che si comportano le persone che credono di tenere saldamente il controllo e che probabilmente rimarranno tali. Coloro che amano immaginare di aver preso il sopravvento nella guerra di successione conciliare temono il futuro? Dovrebbero. Perché, come sapeva Giovanni Paolo II, la verità vincerà sempre, anche se ci vorrà del tempo, perché l’errore è senza vita e vano.

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]

   

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