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Fonte Tempi 28/05/2014

Autore Leone Grotti

«La Chiesa è vista come una barriera a stili di vita "moderni" che hanno conseguenze distruttive. Combattere l'aborto non è una tortura, ma una difesa della vita. E gli scandali dei cristiani non sono una scusa per imporre loro dottrine sbagliate».

Monsignor Tomasi risponde agli attacchi delle Nazioni Unite.

La Chiesa non ha mai preso così tanti provvedimenti a prote­zione dei minori contro lo scandalo degli abusi sessua­li come negli ultimi dieci anni: 848 sacerdoti sono sta­ti sospesi a divinis, cioè ridotti allo sta­to laicale, altri 2.572 hanno subito pene minori come il ritiro perpetuo a vita di penitenza e preghiera. Solo nel 2013, 43 chierici sono stati laicizzati e ad altri 358 sono state inflitte sanzioni. La Chiesa ha riformato radicalmente la legge vaticana in materia di abusi: papa Benedetto XVI ha denunciato pubblicamente le col­pe dei sacerdoti e chiesto scusa, ha incon­trato le vittime e nel 2010 ha modificato le Normae de gravioribus delictis, por­tando la prescrizione del reato di pedofi­lia da dieci a vent'anni, a partire dal com­pimento dei 18 anni da parte della vittima. Eppure.

Eppure, come riportato nel numero scorso di Tempi nell'articolo di Francesco Amicone "E chi sono loro per giudicare?", la Chiesa non è mai stata attaccata così violentemente in sedi istituzionali come nel 2014. Lo scorso 5 febbraio, 18 "esper­ti indipendenti" della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti dei minori hanno diffuso un rapporto sul Vaticano met­tendolo sotto accusa. Non solo sugli abu­si, ignorando completamente i dati di fat­to, ma chiedendo alla Santa Sede di modi­ficare le posizioni dottrinali e morali del­la Chiesa in materia di omosessualità, aborto, matrimonio gay, contraccezione e di «promuovere a livello internazionale» questo o quel diritto. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vatica­na, ha parlato al tempo di «visione ideo­logica della stessa sessualità» e denuncia­to un atteggiamento strano da parte della commissione Onu: il documento conclu­sivo non ha «tenuto conto adeguato delle risposte date dai rappresentati della San­ta Sede», tanto «da far pensare che esso fosse praticamente già scritto o perlome­no nettamente impostato prima dell'audizione». Il modo stesso in cui sono sta­te presentate le obiezioni ha dato l'im­pressione che «si sia data maggiore atten­zione a Ong ben note, pregiudizialmen­te contrarie alla Chiesa cattolica e alla Santa Sede, che non alle posizioni del­la Santa Sede stessa». È «tipico, infatti, di tali organizzazioni non voler riconoscere quanto è stato fatto nella Chiesa in questi anni recenti, nel riconoscere errori, nel rinnovare le normative, nello sviluppa­re misure formative e preventive. Poche o nessun'altra organizzazione o istituzio­ne ha fatto altrettanto. Ma non è assolutamente quello che si comprende leggendo il documento in questione».

Oggi la storia si ripete. Un altro rapporto sul Vaticano sarà rilasciato il 23 maggio, questa volta dalla Commissione delle Nazioni Unite sulla convenzione contro la tortura. Se le conclusioni deriveranno dagli argomenti usati dagli "esperti" il 4 e 5 maggio scorsi per interroga­re l'osservatore permanente della San­ta Sede presso l'Onu, monsignor Silvano Maria Tornasi, non c'è da aspettarsi nien­te di buono. Durante le udienze, i casi di pedofilia all'interno del clero sono stati interpretati come esempi di tortura e il «divieto di procedere con l'aborto» è sta­to imputato alla Chiesa come «un atto crudele». Davanti a queste accuse, il Wall Street Journal ha parlato di «macroscopi­co attacco alla libertà religiosa» condot­to attraverso «un'insostenibile e perversa interpretazione del trattato». Sullo scontro tra Santa Sede e Nazioni Unite Tempi ha intervistato l'osservatore permanente monsignor Silvano Maria Tornasi.

 

Eccellenza, la Santa Sede è responsabile dei casi di pedofilia all'interno del clero avvenuti in tutto il mondo dagli anni Cinquanta a oggi?

 

Alcuni dei membri della Commissione forse non hanno chiara la duplice forma con cui la Santa Sede attua le sue responsabilità contro la tortura o con­tro lo sfruttamento sessuale di minoren­ni. Nel senso giuridico stretto, la Santa Sede deve applicare la Convenzione nel territorio dello Stato della Città del Vati­cano. Ma la missione spirituale universa­le della Santa Sede, esercitata attraverso il suo insegnamento, il diritto canonico e i provvedimenti pastorali, è molto effica­ce a creare e sostenere una mentalità corretta per la prevenzione della tortura e la punizione di colpevoli di tale crimine, siano essi laici o preti.

 

Eppure Ont| accreditate alle Nazioni Unite come la Snap, la Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti, sostengono che la Santa Sede è responsabile perché «è diffìcile immaginare un'organizzazio­ne con una catena di comando più cen­tralizzata e gerarchica del Vaticano».

 

Non è affatto così. I modi con cui la Santa Sede attua la sua responsabilità sono realmente efficaci, anche se differenti. I sacerdoti di un paese non sono impiegati del Papa ma cittadini giuridicamente dipendenti dal paese in cui vivono e che ha diritto di esercitare la sua sovranità senza interferenze esterne.

 

Anche la Commissione dell'Orni però vi ha messo sotto accusa.

 

Sotto accusa non è la Santa Sede, ma certe interpretazioni tendenziose dei trat­tati internazionali. Gli Stati si sono dati degli accordi giurìdici per rispondere più efficacemente a situazioni di violazione dei diritti umani. La Convenzione contro la tortura (Cat), che la Santa Sede ratificò nel 2002, rientra nel quadro di misure giuridiche internazionali diret­te a proteggere la dignità umana. Eviden­temente abbiamo lo stesso obiettivo nel­la nostra attività diplomatica internazio­nale. Come gli altri Stati membri, anche se con un po' di ritardo, la Santa Sede ha presentato il suo rapporto agli esper­ti della Commissione della Cat. Gli abu­si sessuali contro minorenni non rientra­no però nella definizione di tortura del­la Convenzione. Essendo essi comunque interpretabili come un comportamento inumano e crudele, in alcuni casi di revisione dei rapporti presentati da altri Stati membri sono stati inclusi negli obiettivi dell'articolo 16 della Convenzione.

 

I casi di pedofilia, quindi, possono esse­re definiti una tortura o no? È corretto che la Santa Sede debba discuterne da­vanti alla Commissione?

 

L'abuso sessuale di minori è una violazione orribile e ributtante della loro dignità e dei loro diritti umani. Nel con­testo del diritto internazionale, la definizione di tortura non include questi casi di abuso di minorenni. La Santa Sede ha pre­sentato un rapporto dettagliato sull'argo­mento alla Commissione della convenzio­ne sui diritti dei bambini lo scorso gen­naio. L'argomento però, oltre che trovare un appoggio nella Convenzione, è appetitoso per i media e si capisce quindi come sia ritornato a galla nelle domande poste alla Santa Sede come era stato fatto per altri Stati.

 

Lei ha affermato che la Santa Sede non vuole affrontare «un confronto basato su alcune asserzioni che alle volte le Onci mettono in forma molto polemica e che sono poi usate come informazioni accurate, anche se qualche volta non lo sono». A che cosa e a chi si riferiva?

 

Un punto che penso sia da chiarire riguarda le misure prese dalla Santa Sede e dalle Chiese locali per punire i crimini di pedofilia e prevenirli. Guardando  alla Chiesa, non si può rimanere fossi­lizzati sul suo passato. L'evoluzione avve­nuta con la promulgazione di nuove leg­gi, di istruzioni ai vescovi del mondo, l'attenzione data alle vittime e simili prese di posizione mostrano chiaramente che una nuova cultura di tolleranza zero verso gli abusi sui minorenni è entrata in vigore.

 

A leggere i rapporti dell'Orni sembra che non tutti l'abbiano notato.

 

Direi che sarebbe doveroso per organizzazioni ed esperti prendere atto di questa realtà.

 

Sarebbe, però non succede.

 

La trasparenza adottata dalla Chiesa nel provvedere statistiche e precisazioni su leggi, direttive disciplinari, iniziative di prevenzione, punizioni inflitte e simili decisioni dovrebbe aiutare a capire la serietà ed efficacia che da anni caratte­rizzano la sua azione nel campo degli abusi sessuali sui minorenni. Si può por­tare il cavallo all'abbeveratoio ma non si può forzarlo a bere. Mi pare poi scontato che da alcuni la Chiesa sia vista come una barriera che blocca stili di vita e pra­tiche sociali considerate più moderne ed efficaci per esprimere le libertà indi­viduali, magari dimenticando le conse­guenze distruttive che ne derivano per il futuro della famiglia umana. Non vedo però attacchi concertati dall'Onu alla Chiesa, anche se tensioni esistono su alcune questioni etiche importanti e non negoziabili.

 

Come l'interruzione di gravidanza, ad esempio. I relatori della Commissione hanno affermato che «il divieto di pro­cedere con l'aborto è un atto crudele». Lei cosa ne pensa?

 

È l'aborto ad essere un atto crude­le. Lasciare morire dei bambini nati vivi dopo un tentativo di aborto fallito o estrarli a pezzi, smembrati, dall'utero materno mi sembrano forme di tortura molto dolorose. La difesa del diritto alla vita è un'applicazione positiva della Convenzione contro la tortura, che inten­de appunto eliminare qualsiasi forma di abuso di persone attraverso l'imposizione di sofferenze.

 

Secondo il WallStreet Journal'è in atto un «macroscopico attacco alla libertà religiosa».

 

Quando si parla di questi incontri con gli esperti delle Nazioni Unite bisogna tenere presente anzitutto, che essi hanno un ruolo di monitoraggio e non di tribunale. In secondo luogo, che la libertà di opinione e di credo è un diritto fon­damentale e inalienabile. Non è certo responsabilità degli esperti dell'Onu dire a uno Stato quello che deve pensare o cre­dere, specialmente se non viene rispetta­ta le legge naturale.

 

Crede che la Commissione dell'Onu in questione stia cercando di  attaccare in modo ideologico la Chiesa cattolica?

 

Presumo che gli esperti della Commissione vogliano procedere in buona fede secondo le loro convinzioni.

 

Come si spiegano allora questi contrasti così aspri?

 

Alla radice della differenza tra certe posizioni della cultura pubblica dell'Onu e di alcuni governi e quelle della cultura di tradizione cattolica ci sono due antropologie diverse. Due modi diversi, cioè, di vedere la persona umana. Per la dottri­na sociale della Chiesa la persona umana non è solo aperta agli altri ma si assume anche la responsabilità delle sue decisio­ni. Sull'altro versante, invece, c'è una cul­tura di estremo individualismo che ten­de a chiudersi in se stessa e a trasformare ogni desiderio in diritto umano.

 

C'è spazio nell'Onu per uno Stato che ha questa visione dell'uomo?

 

La Santa Sede partecipa all'Onu come ogni altro Stato, con la sua identità e la buona volontà di cooperare al bene comune. Non credo che le differenze di vedute con gruppi di esperti si possano trasformare in contrasti ideologici in grado di bloccare la cooperazione e le buone relazioni che sostanzialmente rimango­no, come dimostrano la recente visita del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e di vari direttori di organismi internazio­nali al Santo Padre.

 

Non la preoccupa il fatto che le raccomandazioni della Commissione dell'Onu per i diritti dei minori siano arrivate a criticare «posizioni dottrinali e morali della Chiesa cattolica»?

 

Mi sono riferito a due culture diver­se per quanto riguarda la visione dell'uomo. Non è la prima volta nella storia che i valori del Vangelo e il suo messaggio trovano resistenza e fanno fatica sia ad esse­re compresi che accettati. I peccati della comunità cristiana non sono una giusti­ficazione per imporle dottrine sbagliate o per limitarne la libertà. Si dovranno piut­tosto correggere comportamenti erronei e aderire con maggior coerenza alla veri­tà in cui si crede.

 

Gli ultimi scontri hanno compromesso il rapporto tra Onu e Santa Sede?

 

La barca della Chiesa va avanti nonostante qualche maroso. Guardando al futuro, ci è richiesto l'impegno di ren­dere ragione della nostra speranza, del­le nostre prese di posizione e delle nostre convinzioni. Perseguiamo poi il bene comune nel nostro mondo globalizzato sostenendo e rendendo fruttuoso per tut­ta la società il messaggio del Vangelo.   

   

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