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Fonte riscossacristiana.com 25/10/2017

Autore Jacopo Parravicini

 

Dispiace sempre doversi lamentare del fuoco amico, soprattutto all’interno della Chiesa, ma questi sono i tempi che ci è dato di vivere: è un fatto che attualmente in ambito cattolico i novatores sostenitori del cosiddetto “nuovo corso”, autoincoronati esegeti del Papa, quali novelli Savonarola spendano incomparabilmente più energie ad attaccare i “nemici interni”, i cattolici dubbiosi sul “nuovo corso” (horresco referens… “formalisti”), piuttosto che i reali nemici della Chiesa.

Le distorsioni che causa questa posizione le ho già analizzate altrove. Oggi la Provvidenza mi porta a occuparmi di uno degli alfieri di questi Savonarola, don Federico Pichetto, un Carneade la cui stereotipata opinione non meriterebbe attenzione se non riassumesse bene in sé l’approssimativa forma mentis dell’intera categoria dei suddetti novatores. Editorialista del Sussidiario, novella Pravda on-line che imbarca i più spietati farisei della “Chiesa della Misericordia”, costui aveva già dato mostra di una inossidabile mentalità relativistico-modernista, unita a una grande ignoranza  storico-filosofica, in una tenzone con Mons. Luigi Negri. Ora don Caifa Pichetto, con quella superbia che non permette di avere coscienza dei propri limiti intellettuali, da buon megafono dei novatores torna a bacchettare mezzo mondo cattolico dalle colonne dei suddetti Vyšinskij del web. Partendo da un problema tragicamente attuale, le recenti notizie di violenze e stupri, a nome dei novatores tuona contro quegli insensibili cattolici “formalisti”, rei di porre questioni “secondarie” come la sacralità dei luoghi di culto e l’immutabilità della Dottrina, e di non porsi domande sul male, chiamando a sostegno della sua profonda analisi intellettuale nientemeno che Francesco Gabbani. Tralascio il fatto che quei “formalisti” che il problema del male se lo sono posti sono stati trattati dai pasdaran della misericordia come dei terroristi o dei rimbecilliti

Questi novatores non si accorgono che i temi da loro ritenuti tanto secondari sono il Sacramento, la Dottrina, la Giustizia, espressione di quelli che San Tommaso e confratelli chiamavano “gli universali”, il Bello, il Vero, il Buono, ossia la natura stessa di Dio. Dettagli, insomma, che per questi pornoteologi sono trascurabili. Proviamo dunque a prendere per mano questi signori e guidarli in qualche semplice considerazione cattolica, pregando Dio che sollevi il velo di ideologia modernista  che hanno sugli occhi.

Innanzitutto gioverebbe ricordare che la questione sulla sacralità dei luoghi coincide con il giusto ordine della realtà (“le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l’universo a Dio fa simigliante”), cioè con la bellezza come segno tangibile del Vero. La sacralità dei luoghi è il fondamento per rettamente intendere il Sacramento. Tale problema fu già sollevato da molti Santi “formalisti”, a cominciare da quel “formalista” di Gesù Cristo che cacciò i mercanti dal tempio, per arrivare a quel “formalista” di San Giovanni XXIII che stigmatizzò gli applausi in Chiesa. “Tempio”, dal latino “templum”, imparentato col greco “temenos”, deriva dalla stessa radice del verbo “tagliare”, a indicare uno spazio che, poiché sacrum, è irreversibilmente separato dal resto del mondo. Proprio sul concetto di “sacralità”, “sacramentalità” e “intangibilità” si gioca un punto decisivo nel nostro tempo: niente e nessuno, neanche la Chiesa, insegna più che ci sono delle cose “sacre”, cioè intoccabili, indisponibili, irrimediabilmente “altre”, “tagliate via”, da noi (vedi la Comunione sulla mano); che ci sono cose che per nessun motivo si possono toccare, cose non si devono fare, cose non si dovrebbero neanche pensare! Poiché oggi si ritiene di poter provare tutto, disporre di tutto, fare e disfare tutto, toccare tutto, magari modificare o danneggiare tutto a proprio piacimento – le leggi, la vita con l’aborto e l’eutanasia, la famiglia col divorzio e le “unioni civili”, financo la propria identità più profonda con il “gender”- l’uomo arriva a pensare di non avere limiti, a credere all’antica promessa del serpente “sarete come Dio”. Proprio la desacralizzazione dei luoghi, caro Pichetto, che distrugge la bellezza di ciò che è sacro, che mette a soqquadro il retto ordine del mondo, specchio di Dio, è l’ennesimo tassello di un sistematico processo di diseducazione del popolo tra le cui conseguenze stanno il male e le violenze che giustamente ci sconvolgono, frutto di decenni in cui il sommo criterio, nella società come nella Chiesa, è “vietato vietare”.

Similmente la Dottrina, cari novatores, che tutto è fuorché una discussione accademica tra teologi, ma mette a tema  la vita, il vero, il bene e il male! In una parola, il Vero (e il falso). Un mio padre spirituale mi disse che la Dottrina “È come lo scheletro di un uomo: da solo non fa l’uomo, ma se non c’è, l’uomo diventa un essere informe e vulnerabile a tutto. Allo stesso modo la Fede senza la Dottrina”. Ricordo la mia vecchia catechista che, presentandoci i Dieci Comandamenti, ci disse: “Se qualcuno ci dà delle leggi, noi come ci sentiamo? In genere meno liberi. Ma se Dio ci dà delle leggi ce le darà perché siamo meno liberi? No, Dio ci dà delle leggi perché siamo più liberi!”. Avevo nove anni, e con questa frase capii l’importanza concretissima della “legge” di Dio. In seguito lessi Gv 8, 34. Ritengo che queste suggestioni le potrebbero capire anche i preti novatores come Pichetto, che non ha nove anni, ma temo che durante il loro seminario siano stati imbevuti di ben altre ideologie, che li hanno tenuti ben lontani dalla Fede concreta, cioè dal vero. I novatores accampano un veltroniano “maaltrismo” affermando che l’importante sarebbe “ben altro”, ossia, dicono loro, cercare di rileggere la vita e la legge “alla luce del Risorto”. Tutto condivisibile, ma se uno pone la domanda sul “come” far questo, al di là di fumosi discorsi sulla “presenza” di Cristo, sulla “novità dell’incontro” di Cristo, Pichetto e i suoi soci del sinedrio modernista – i Galantino, i don Leonardi, i don Carrón, i padre Spadaro, i padre Sosa, i Vittadini, i Tornielli, i Buttiglione, i Grillo, i Bianchi, i Melloni, i Moia, i Tarquinio, ecc.- non sono in grado di fare. Se costoro non fossero troppo impegnati a sminuire venti secoli di Magistero, scoprirebbero che fior di Pastori Santi, Papi, Vescovi, Padri e Dottori della Chiesa, hanno spiegato che proprio seguendo la Legge di Dio, la Retta Dottrina, si cresce nella familiarità con Cristo, si coltiva quella Presenza (Mt 12, 50). Già, nella pratica delle virtù cristiane (sono sette, andatevele a rileggere). Perciò la Dottrina è tanto importante, perché ci dice qual è la Sua Volontà, qual è la giusta strada da seguire per essere più vicini a Cristo, cioè alla Verità. Vicinanza con Cristo che diviene assoluta nella Liturgia splendore del Vero, e qui torniamo al primo problema della sacralità dei luoghi, ma i Sommi Sacerdoti della misericordia hanno affermato che sono dettagli trascurabili, che “ben altro” è il problema…

Qui si pone anche la terza questione, accennata da Pichetto con magistrale superficialità, del supposto “lamentarsi” perché “il mondo non è come dovrebbe”. Se gli autoconsacrati pregiatissimi esegeti del Papa si prendessero il disturbo di studiare qualche compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, scoprirebbero che da sempre la Chiesa insegna che esiste il problema della giustizia, che non è un problema astratto perché, dice la Chiesa, ordinamenti sociali più o meno giusti, ossia più o meno buoni, possono favorire o meno la vita cristiana, quindi la vicinanza a Cristo. È un problema estremamente concreto: se la legge civile mi costringe ad andare contro la Legge Divina, cioè contro la Sua Volontà, essa è contro il bene, quindi mi ostacola l’essere di Cristo. Cioè, cari novatores, mi porta verso il male.

I don Caifa si stracciano le vesti notando che molti “cattolici formalisti” non si chiederebbero il perché del male. Nella loro ideologia di un cristianesimo disincarnato, senza Dottrina cioè senza forma, non sono sfiorati dal dubbio che proprio quei problemi che i “formalisti” pongono, da loro ritenuti secondari, la Sacralità dei luoghi, cioè il Sacramento, la Dottrina, la giustizia di questo mondo, cioè l’ordinamento sociale, portano in sé proprio il problema del male. Perché un cuore educato al rapporto con Cristo, a una familiarità con Cristo, assai più difficilmente cadrà nel male (lo dicono diciannove secoli di Concilii, Papi, Santi, Padri e Dottori della Chiesa). Educare un cuore alla sacralità, al limite di sé, alla Strada Buona, cioè alla Retta Dottrina, alla giustizia, cioè a un ordinamento anche sociale secondo la Legge di Dio, tutto ciò sono forti aiuti alla vicinanza a Cristo e alla lontananza dal male. Degli strumenti per rispondere al problema del male in maniera umana, cioè usando la ragione oltre che il cuore, li abbiamo già. Li elenco, traducendoli in pichettese tra parentesi: si chiamano  “Cristo Incarnato nella Liturgia” (orrore, formalismo), Dottrina (vituperio), giustizia e legge di Dio (tentativo di egemonia).

Non ho affermato concetti particolarmente sapienti, ho solo ricordato qualche fondamento di Catechismo. Ma, a meno che Dio non allunghi la sua mano e sollevi il velo di ideologia dagli occhi, so già che cosa i novatores mi risponderebbero. Direbbero che ho parlato in punta di dottrina (minuscolo), che ho usato delle formule, che il cristianesimo non è una formula, che sono “cambiati i tempi”, che è cambiato il modo di vivere il cristianesimo, che il Catechismo ormai non serve più (sentito da diversi cattolici praticanti). Va bene, cari novatores, le dottrine cambiano coi tempi. Abbiate quindi l’onestà di riconoscere che il vero Dio è hegelianamente il tempo, la storia; il Dio Cristiano non è che un simulacro di questo vero Dio che si chiama “Storia”. Va bene, cari novatores, le parole e le formule non contano niente. Allora abbiate il coraggio di affermare che non contano neanche le Scritture, perché sono fatte di parole. Allora non conta la ragione, non contano neanche i pronunciamenti di Fede, come il Credo, similmente fatto delle da voi esecrate formule; perciò non possiamo più affermare neanche che Dio è Trino. Allora non esisterebbero più neanche i Sacramenti, che usano di parole precise. Men che meno l’ordinamento della Chiesa, dal Papa in giù, tutto basato su asserzioni scritturali e patristiche.

Senza il Sacramento, la Dottrina, la Giustizia, la Chiesa diventa una mala compagnia casualmente unita dal momentaneo carisma di qualcuno: è la Chiesa di Pichetto, il quale bene fa a chiamarla “banda”. Senza la Dottrina, tutto il cristianesimo diventa una massa informe e mostruosa. Come un uomo senza scheletro.

Questa è la fede che insegnano i Galantino, i Carrón, i Sosa, i novatores. Non è questa la nostra fede!

   

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