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Fonte lanuovabq.it 12/12/2017

Autore Claudio Crescimanno

Tra qualche giorno, con l’inizio del gennaio 2018, una delle tante radiose conquiste della Chiesa tedesca varcherà le Alpi. La diocesi di Bolzano-Bressanone, infatti, pare abbia deciso di dare inizio ad un programma di cui si parlava già dal 2013, cioè formare dei cristiani laici affinché riempiano il vuoto lasciato nella diocesi tirolese dalla scarsità numerica del clero, in particolare nel delicato incarico di ‘celebrare’ i funerali.

In Germania, come dicevamo, questo avviene già da tempo: i preti là sono davvero pochi e l’età media è piuttosto alta e in progressivo ulteriore rialzo, così che il rito del funerale, ovviamente scorporato dalla messa, come molte altre funzioni religiose, sono delegate a laici, uomini o donne, che fungono da ‘celebrante’.

L’Italia non è certo la prima nazione ad essere contagiata da questo uso: altri luoghi dell’Europa centrale e di altri continenti, ugualmente afflitti dalla mancanza di clero, l’hanno adottato; ma sino ad ora il nostro Paese non si era trovato a così mal partito. Adesso anche da noi la situazione si sta facendo critica, e proprio a partire dalle zone di confine più vicine alle sorgenti di irradiazione del progressismo ecclesiale: quella tedesca (Austria e Germania) e quella francese. Non a caso infatti, le regioni più in difficoltà vocazionale sono il Trentino-Alto Adige e il Piemonte.

Dunque via i preti e avanti i laici. Ma non possiamo far finta che questo sia senza conseguenze.

La prima è che in questo modo le esequie cattoliche si riducono ad un insieme di canti, letture e preghiere, più o meno opportunamente condito dai commenti del laico-presidente di turno, e sono così prive di ciò che di proprio e di più importante dovrebbero avere per essere davvero cattoliche, cioè la messa. È vero che si può far celebrare la messa in suffragio di un proprio caro defunto anche dopo il funerale, come avviene abitualmente in tutte le nostre parrocchie; ma la Chiesa ha sempre riservato una particolare importanza alla celebrazione della messa esequiale in presenza della salma, a cui vengono applicati i meriti della passione del Signore che si rinnova sull’altare, e a cui segue la preghiera di assoluzione e di benedizione davanti al feretro, che solo il ministro consacrato può compiere.

Privare di questa grazia il fedele defunto è una responsabilità molto grave. Non dimentichiamo che quello sarà per tutti noi il momento più importante, il momento in cui, terminato il nostro percorso in questo mondo, andremo a presentare a Dio la nostra vita: Egli emetterà su di essa il suo giudizio giusto e misericordioso e da questo dipenderà la salvezza o la dannazione eterna della nostra anima. Non si può immaginare per i sacerdoti un dovere più grave e stringente di questo: sostenere l’anima cristiana che parte da questo mondo e che si presenta al tribunale di Dio; e non si può immaginare un aiuto più grande per quest’anima dell’offrire sull’altare il sacrificio redentore di Cristo compiuto sul Calvario, i cui meriti sono tutti nella santa messa.

Una seconda conseguenza, non meno grave, è il diffondersi di una prassi che inocula progressivamente nei fedeli l’idea che il sacerdote sia sostituibile, perché ciò che fino a ieri faceva il prete domani lo può fare il laico; che quindi il calo numerico dei ministri sacri crea sostanzialmente solo un vuoto temporaneo a cui viene progressivamente posto rimedio; e di conseguenza che non è più impensabile prevedere un futuro in cui lo ‘spazio’ della messa – per la quale si esige il prete – si riduca sempre più, mentre le celebrazioni ‘alternative’ guidate da laici diventino la normalità. A questo proposito il nuovo vescovo della più grande diocesi d’Italia, ancora ricca di clero ma anch’essa sempre più sul viale del tramonto vocazionale, ha annunciato pochi mesi fa una futura rivoluzione liturgica in cui si moltiplicheranno, specialmente nei centri più piccoli, le celebrazioni domenicali senza prete e senza messa. C’è il pericolo tutt’altro che ipotetico che la gente si abitui pian piano a pensare che una liturgia domenicale o un funerale in cui un laico legge e commenta le lettura, guida le preghiere e distribuisce la Comunione, sia uguale alla messa: in questo modo la dimensione sacrificale dell’Eucaristia, già così poco sottolineata, rischia di oscurarsi del tutto, e la protestantizzazione del cattolicesimo, già in avanzata fase di realizzazione, sarebbe compiuta.

Non si fa fronte al tremendo deserto vocazionale che ci ha colpiti da alcuni decenni a questa parte né protestantizzando la liturgia né clericalizzando i laici, ma al contrario indicando senza complessi alla Chiesa tutta e in particolare ai giovani la grandezza sublime e faticosa della santità sacerdotale. Le comunità sacerdotali e gli istituti religiosi che fanno questo le vocazioni le hanno.

   

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