Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Fonte riscossacristiana.it 14/08/2018

Utile per aprire un confronto anche se, secondo me, alcuni aspetti andrebbero approfonditi  maggiormente.

G.A.C

Autore Fabio Trevisan

“Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”: non è Karl Marx e non è il manifesto del partito comunista, è insegnamento di don Luigi Giussani ed è il tema del “Meeting per l’amicizia fra i popoli” in programma a Rimini dal 19 al 25 agosto. Siccome “le forze che muovono la storia” si manifestano spesso attraverso le facce di un potere che tutto ha a cuore tranne il bene dell’uomo, e siccome queste facce sfilano puntualmente sul palcoscenico del Meeting, è venuto il momento di fare un po’ di chiarezza su quale sia la vera natura del “movimento” fondato da don Giussani. Riscossa Cristiana vuole dunque fornire materiale per un dibattito in materia con una serie di articoli che inizia oggi.

Le strade percorse e le mete fissate da Comunione e Liberazione in questi decenni stupirebbero poco se ci si prendesse la briga di analizzare il pensiero e la cultura dentro il quale si culla quello che viene affettuosamente chiamato ” il movimento”. Un esempio tra i tanti di quanto diciamo si trova  nell’intervento di Julian Carron, Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, fatto il 27 febbraio 2016 all’Assemblea con i Responsabili italiani. Il tema in questione è quella della presenza originale dei cattolici (usando la terminologia indicata da Carron).

Sappiamo tutti dell’importanza di incominciare, come si suol dire, con il piede giusto, ma sin dall’inizio nel discorso vengono manifestate molte perplessità, molte difficoltà di comprensione (“Non è facile orientarsi nell’attuale contesto culturale”).  Prendo atto quindi delle remore, degli indugi, ma allo stesso tempo mi chiedo: com’è possibile indicare e sollecitare una presenza originale quando non si ha chiarezza di che cosa fare?. Certamente “la realtà ci sfida” ed è richiesta in questa situazione “una maturazione”, ma non può essere sufficiente l’ammissione di una problematicità di analisi per poter orientare un cammino.

Personalmente contesto a Carron l’ovvietà espressa sin dalle prime righe: “È evidente a tutti che siamo in un momento di grandi cambiamenti”. Credo che basterebbe umilmente guardare la realtà per osservare, al contrario, come non ci sia nulla di nuovo sotto il sole: il laicismo imperante, il relativismo dilagante, il soggettivismo dei “diritti” stanno per concludere il loro processo di dissoluzione del reale, della natura, di Dio. Questa evidenza di un processo rivoluzionario in corso era percepibile da tempo e tanti autorevoli cattolici da decenni avevano ammonito, avevano proposto alternative, paradossalmente non essendo letti e compresi da quei cattolici a cui erano rivolti. Chissà perché Carron non parla esplicitamente di egemonia culturale della sinistra o del capitalismo, eppure basterebbe guardare com’è strutturata la TV, i media e la cultura in genere, per rendersene esatto conto.

Arriviamo così alla lezione del Sessantotto e ad analizzare il rapporto tra “avvenimento e tradizione” (sempre con la terminologia di Carron). Dopo aver citato un discorso di don Giussani dell’estate 1968 rivolto al Gruppo adulto, in cui il fondatore di CL affermava “A me sembra un segno dei tempi che non è più il discorso sulla tradizione, non è più la storia (cristiana) che fonda o che può fondare un richiamo e una adesione al fatto cristiano…” , Carron invita a rivedere la portata dell’osservazione di Don Giussani per affermare che “l’annuncio cristiano è sì un discorso ma legato alla presenza di una persona”.

A parte il fatto che mi è incomprensibile pensare ad uno schizofrenico “discorso” slegato dalla “presenza” di una persona, credo che l’equivoco di don Giussani sia aver creduto che “non può essere motivo per aderire al cristianesimo né la tradizione, né una teoria, né una concezione, né una teoresi; non la filosofia cristiana, non la teologia cristiana, non la concezione dell’universo che ha il cristianesimo”. Non si può consegnare alla prassi o al solo “cristianesimo come avvenimento” il patrimonio bimillenario di fede, tradizione, filosofia scaturito dal cristianesimo.

Non avevano forse i nostri padri, i nostri nonni percepito la bellezza dell’avvenimento di Cristo? Come potevano scaturire tutte queste grandi opere (dalle cattedrali alle università, dai Monti di Pietà alle corporazioni di arti e mestieri) se non dalla fede e dalla ragione, dalla testimonianza viva, condotta spesso fino al martirio? Non si sentivano forse questi nostri avi connessi, nel loro presente, con il passato doloroso e glorioso di Cristo? Eppure Carron, nel tentativo di immedesimarsi con Don Giussani, afferma che il fondatore di CL “ha accettato la chiamata alla conversione che gli veniva dalla realtà e si è reso disponibile a mettersi in discussione, senza rimanere attaccato alle forme del passato… più era attaccato all’essenziale, più questo lo rendeva libero rispetto alle forme”.

Quest’avversione impropria alle “forme”, oltre che essere ingiustificata nel sentimento, lo è ancor più nell’ordine razionale e soprattutto nel linguaggio filosofico tomistico (“forma” ha a che fare con l’essenza: l’anima è “forma del corpo”). Non solo, anche il realismo filosofico moderato di San Tommaso d’Aquino viene meno in nome di un inopinato “realismo”, che diventa parodia del tomismo, in cui il pensiero è adeguazione alla mondanità anziché alla vera realtà. Carron si sente così, dopo aver saldato il passato con il presente inteso quale cristianesimo come avvenimento, di saldare pure il discorso di papa Francesco il 7 marzo 2015 a Roma con il fondatore di CL: “Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo”. Credo che Carron faccia emergere in modo chiaro come l’ambiguità concettuale rechi all’ambiguità di una presenza dei cattolici. Svilupperemo meglio queste considerazioni nell’analisi successiva del testo.

***

Quando Carron interpreta che il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere sembra contraddire i principi non negoziabili (difesa della vita dal concepimento alla morte naturale, famiglia come unione indissolubile tra un uomo e una donna, padre e madre come principali educatori dei propri figli) enunciati e ribaditi da Papa Benedetto XVI. Egli confonde il rapporto dialettico tesi-antitesi di idealistica e hegeliana memoria con la risoluzione dei principi e dei dogmi della tradizione cattolica. Secondo le sue parole, si tratta di definire in che cosa debba consistere la nostra testimonianza adesso in merito al tema delle unioni civili, rimandando il giudizio al mistero dell’uomo preso nella sua interezza”, ma compito del cattolico è invece quello di ribadire i principi fondamentali che non si possono negoziare, comprese le unioni civili.

Carron, nel tentativo di formulare il significato di un giudizio, cade nella trappola del relativismo etico: “La prima questione, secondo me, è chiarire che cos’è un giudizio, perché spesso per noi giudicare equivale a schierarsi”. Egli scomoda imprudentemente, a sostegno della sua tesi che fa equivalere il giudizio allo schieramento, l’episodio di Gesù e il tributo a Cesare (“In questo episodio Gesù giudica il rapporto fra la politica e la religione, e la sua enigmatica risposta è stata il fondamento di una novità irriducibile nel comprendere il ruolo del potere nella società per venti secoli”).

A Carron evidentemente lo schierarsi per una giusta causa turba il sonno e pensa che il giudizio preciso e forte sia inefficace; ma non si tratta solo di questo. Ancora una volta, come ha ribadito il Signore, si tratta di affermare la verità del primato di Dio sul potere del mondo. Non c’è nulla di enigmatico e la “novità” sta proprio nella necessità di proclamare il Regno di Cristo in tutti gli ambiti dell’esistenza. Carron cerca di ridurre la presenza originale di Gesù al suo schema mentale: “Si possono dare giudizi pertinenti, che non implicano uno schieramento o non si riducono a una posizione di parte”. Stante l’oggettiva differenza ontologica tra Dio e l’uomo, non si può evincere comunque che ogni giudizio non sia pertinente al punto da non poter valutare una migliore o peggiore legge (“Solo se si dà un giudizio fino a questo punto, si entra in merito alla legge, perché si dice che essa, approvata in una forma o in un’altra, sarà sempre insufficiente per rispondere al desiderio di infinito proprio dell’uomo).

Carron palesa un pessimismo (di natura protestante?) che arriva a giudicare negativamente ogni tentativo dell’uomo di migliorare il mondo secondo il progetto di Dio e, quel che è peggio, a giustificare ogni compromesso ed a relativizzare ogni posizione: “Come nel suo tentativo di offrire un rimedio il dottore rivela qual è la sua diagnosi della malattia, allo stesso modo ciascuno di noi ha potuto vedere quale giudizio ha dato sul dramma umano che era dietro la ‘questione’ della legge Cirinnà”.

A parte il fatto che non si può assecondare il cosiddetto “dramma umano” di chi ha perso la ragione e i contorni della legge naturale, Carron nell’assolutizzare la presenza originale di Cristo ha privato di ogni valore la fatica della ragione illuminata dalla fede e la coscienza dell’identità cattolica, rendendole vane : “Cristo non è una parte della soluzione, ma è l’unica soluzione in cui credo. Solo se uno capisce questo, allora desacralizza, in un certo modo, il tentativo legislativo e apre uno spazio d’incontro e di dialogo anche per i politici”. Risulta essere evidente per Carron che “desacralizzare” significa aprire un dialogo, accompagnare, incontrare e via di questo passo. Non si lotta contro una legge ingiusta (rammento che per San Tommaso d’Aquino una legge iniqua non è nemmeno una legge) poiché ci si “schiera”: non si afferma una verità poiché inibisce lo spazio di possibili incontri e dialoghi.

Nel ritornare al tema del Sessantotto e a  quella che Carron ha definito la risposta che il movimento dava, egli ha stigmatizzato la “presenza reattiva” di chi accettava il terreno di gioco definito dal marxismo: “Don Giussani ha formulato un giudizio, riproponendolo senza posa, che non lo ha identificato con uno dei vari schieramenti in gioco e ha inoltre messo in questione non solo il tentativo marxista, ma anche il nostro tentativo di risposta alla sfida rappresentata dal marxismo”. Quei reazionari movimentisti ciellini di allora, ammonisce Carron, non hanno compreso la lezione: “Se noi non capiamo fino in fondo qual è l’esigenza che si agita in ciò che accade oggi, anche il nostro tentativo sarà – come allora – ridotto e la nostra pretesa risposta inadeguata”.

***

La “presenza reattiva”, secondo Carron, ha prodotto e produce una riduzione del cristianesimo a moralismo (“In ciò si vede la riduzione che si è fatta dell’uomo, perché uno che ha capito che l’uomo è desiderio di infinito, non pretende certo di risolvere il problema con l’etica”). Carron si guarda bene dall’agganciare l’etica alla legge naturale né tantomeno di collocare il “dover essere” dell’etica alla metafisica (all’essere in quanto essere). Non solo, riprendendo a suo modo di vedere Don Giussani, collega questa “presenza reattiva” sbagliata ad un’incapacità di culturalizzare il discorso, per cui non nasce una cultura diversa, ma si ripropone la stessa cultura moralistica propria del marxismo: “Adesso vengo io a mettere a posto le cose”.

Carron quindi, dopo aver stigmatizzato i reazionari attivisti post sessantottini (“È un’ingenuità, una presunzione, di cui anche noi abbiamo partecipato”) afflitti da tentazione pelagiana, ci riporta al significato autentico della “presenza originale”: “La nostra non può essere una presenza reattiva, che semplicemente si schiera dall’una o dall’altra parte, ma deve diventare una presenza originale… ciò è ben diverso dallo schierarsi e non vuol dire non prendere una posizione: significa prendere una posizione diversa e in nessun senso ritirarsi nelle sacrestie!”. Essendo consapevole dell’irrilevanza socio-culturale della “scelta religiosa”, Carron cerca di precisare meglio in che cosa consiste questa auspicata “presenza originale”, scomodando ancora una volta Giussani, che dovrebbe fungere da garante delle conclusioni di Carron stesso: “Una presenza è originale quando scaturisce dalla coscienza della propria identità e dell’affezione a essa, e in ciò trova la sua consistenza”.

Forse che il cosiddetto reazionario movimentista ciellino post-sessantottino non aveva coscienza della propria identità? Cerchiamo allora di capire meglio la proposta di Carron. Egli si chiede: “Ma come puoi portare a chiarezza un uomo senza che accada un incontro?”. Forse che i reazionari sopra citati non avessero avuto l’incontro con l’avvenimento (usiamo la terminologia di Carron) cristiano? Egli cerca così di suffragare le sue tesi attraverso papa Francesco: “Non siamo nella cristianità, non più. Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi né i più ascoltati (meno male, verrebbe da dire). Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale…”. Ecco la vera soluzione, in che cosa consiste la “presenza originale”: “Questo non significa cedere al relativismo, ma riconoscere che la situazione è cambiata”. Sveglia! La situazione è cambiata! E ribadisce: “Poiché non c’è rapporto con la verità che non passi attraverso la libertà, la sfida è testimoniare la verità interna del cristianesimo in modo tale da persuadere della sua pertinenza alle esigenze del vivere, oppure sarà difficile convincere le persone”. “Pertinenza alle esigenze del vivere”; ecco le ulteriori delucidazioni di Carron: “Ciascuno deve fare la verifica (in altri tempi, di staliniana memoria, si sarebbe detto “fare autocritica”) dell’efficacia del modo con cui si pone nella realtà, osservando se una riduzione del cristianesimo a discorso o a cultura, a etica o a valori, sganciati dall’irriducibile novità di un incontro, è in grado di convincere una persona a cambiare la sua posizione”.

A nulla serve l’antropologia né una buona teologia poiché, dice Carron: “Nel Sessantotto don Giussani ha imparato proprio questo, che non bastava un buon corso di antropologia, non bastava una buona teologia, non bastava l’etica. Perciò, ora come allora, la circostanza in cui ci troviamo a vivere è un’occasione strepitosa per capire che cos’è il cristianesimo”. Liberiamoci di tutti questi inutili fardelli appartenenti al passato: antropologia, teologia, etica. Che cosa è davvero importante? Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II (Enciclica Veritatis splendor): “Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo…”.

Perché anteporre la conoscenza anche razionale di Dio alla “conoscenza vissuta” di Cristo? Fede e ragione, devozione ed esperienza cristiana sono forse atteggiamenti diametralmente opposti? Nel non rispondere a queste domande, Carron arriva quindi a definire e collocare la “presenza originale” nel mondo: “È come se noi ci trovassimo, oggi, ancora nella necessità di imparare quello sguardo che il Concilio Vaticano II ha introdotto nella Chiesa di Dio”.

***

Qual è quello sguardo che il Concilio Vaticano II ha introdotto? Carron rimanda all’Allocuzione di Paolo VI all’ultima sessione pubblica del Concilio, dicembre 1965: Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento”. In queste drammatiche parole di Paolo VI si denota un affanno, un’ansia di rincorrere un mondo in continuo cambiamento. E’ questo un giusto atteggiamento? Carron evita di porsi e di porre questa domanda, mettendosi nella direzione auspicata dal Concilio: “La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che si fa soltanto centro d’ogni interesse…”.

Riprendendo ancora Paolo VI: “L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema ? Poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno…. Il magistero è sceso a dialogo con il mondo”.

In questo discorso sta tutta la cifra della “presenza originale” auspicata da Carron, che raccoglie lo spirito del Concilio e lo fa proprio, come rimarcato dalle sue stesse parole: “Siamo ancora sollecitati da questo invito del Concilio ad avere una simpatia e un affetto per l’uomo concreto, a scendere in dialogo con chiunque, ben sapendo che per essere persuasivi non basta ripetere la dottrina, ma occorre un’esperienza vissuta”. Anche lo stesso fondatore del movimento, don Giussani, viene ricondotto da Carron nell’orizzonte conciliare e conciliante: “Noi dovremmo essere i primi a comprenderlo, perché don Giussani ha cominciato il movimento proprio con questo sguardo, con questo tentativo di dialogo”.

Altro che apologetica, barricate, dimostrazioni di piazza, enunciazioni dottrinali! Ai poveri movimentisti reazionari post-sessantottini, Carron sta dicendo che non hanno capito nulla di quello sguardo che il Concilio ha introdotto. Ecco, in definitiva, l’autentica questione: “L’uomo reale, di cui parla il Concilio, come lo si convince?”. A cui segue la risposta di Carron: “O lo leghi alla sedia oppure, dopo avergli detto tutto quello che devi, sei costretto a ‘permettergli’ l’esperienza che intende fare”. Ci sono parecchie contraddizioni: da una parte si vuole dialogare (“dopo avergli detto tutto quello che devi”), ma dall’altra sai che è inutile e non convincente e quindi quello che conta è la prassi, l’esperienza (“sei costretto a permettergli l’esperienza che intende fare”).

A me sembra molto strano. Immaginiamo una persona dinanzi ad un precipizio: io dovrei provare a convincerlo con le parole di non fare quel salto nel vuoto, ma se, nonostante tutti i miei tentativi di rassicurarlo, quello insistesse nel precipitare nel vuoto, lascerei fare quell’esperienza! Qualcuno potrebbe dirmi che ho esagerato il paragone e che non è vero che il mondo sia sull’orlo di un precipizio. Resta il fatto che devo comunque fare in modo che il male non venga compiuto. Per Carron invece è il metodo dell’esperienza l’unico da perseguire: “Se fossimo disponibili a seguire il metodo dell’esperienza, da sempre praticato da don Giussani, questo ci risparmierebbe tante discussioni inutili. È inutile forzare le persone a fare le cose senza che compiano liberamente una verifica, perché si cresce solo vivendo”.

Umilmente aggiungerei che si cresce vivendo bene, denunciando il peccato e i mali e lottando, con l’ausilio dei Sacramenti e della Grazia santificante, contro il Nemico e i suoi agenti. Al contrario Carron, facendo proprie le parole del gesuita padre Antonio Spadaro postula la fine dell’epoca costantiniana, rifiutando radicalmente l’idea dell’attuazione del regno di Dio sulla terra.

 

L’intervento integrale di Carron si puo trovare QUI

 

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.