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Fonte riscossacristiana.it 20/08/2018

Autore L'Elvetico

Il Meeting di CL si è aperto con un messaggio del papa che sembra avocare a sé l’esegesi dell’ormai famigerato titolo «Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice» . Il nostro Paolo Gulisano poteva risparmiarsi la fatica di investigare sulla frase e le sue origini e di rifletterci sopra: ci spiega infatti tutto Bergoglio, che a CL è legato da anni, soprattutto grazie all’amicizia con uno dei personaggi più discussi della storia ciellina, il defunto don Giacomo Tantardini, già grande amico di Andreotti e Sbardella, che fu allontanato a suo tempo da Roma dopo aver pesantemente offeso il cardinale Ruini.

Bergoglio, adeguatamente informato, ribadisce che il titolo riprende un’espressione di Don Giussani “e fa riferimento a quella svolta cruciale avvenuta nella società intorno al Sessantotto, i cui effetti non si sono esauriti a cinquant’anni di distanza”.  Un’espressione che il vescovo di Roma sembra condividere: “La rottura con il passato divenne l’imperativo categorico di una generazione che riponeva le proprie speranze in una rivoluzione delle strutture capace di assicurare maggiore autenticità di vita”. Che ne è stato di tale tentativo, si chiede il papa.  Che cosa è rimasto di quel desiderio di cambiare tutto? “Non è questa la sede per un bilancio storico, ma possiamo riscontrare alcuni sintomi che emergono dalla situazione attuale dell’Occidente. Si torna ad erigere muri, invece di costruire ponti. Si tende ad essere chiusi, invece che aperti all’altro diverso da noi. Cresce l’indifferenza, piuttosto che il desiderio di prendere iniziativa per un cambiamento. Prevale un senso di paura sulla fiducia nel futuro. E ci domandiamo se in questo mezzo secolo il mondo sia diventato più abitabile. Questo interrogativo riguarda anche noi cristiani, che siamo passati attraverso la stagione del ‘68 e che ora siamo chiamati a riflettere, insieme a tanti altri protagonisti, e a domandarci: che cosa abbiamo imparato? Di che cosa possiamo fare tesoro?”

Come si può notare, vengono in poche righe sciorinate le consuete parole d’ordine del pontificato: apertura all’altro, cambiamento, un mondo più abitabile, cioè ecocompatibile, una delle maggiori preoccupazioni che affliggono Bergoglio.

Tuttavia un’altra espressione ormai entrata nel lessico papale, che è forte di circa una trentina di parole, che poteva in questa occasione essere risparmiata, è quella del costruire ponti anziché muri. A pochi giorni dalla tragedia di Genova è parsa decisamente fuori luogo e di cattivo gusto.

I capataz di CL avranno invece gongolato alla lettura di questo passaggio del messaggio papale. “Visto che abbiamo fatto bene a non invitare Salvini?” si saranno detti.

Bergoglio passa poi a prendersela con quelli che sono in diversi suoi scritti i grandi errori di un cristianesimo “rigido e chiuso”: lo gnosticismo, “dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti”, e l’altro è il “neopelagianesimo” (una polemica che era molto cara a don Tantardini) “di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze”. Dopo questi vaghi accenni di tipo filosofico, il messaggio scende sul terreno più favorevole al papa, che è quello della prassi. Che fare per rinverdire i fasti rivoluzionari del ’68? La risposta è articolata: in primo luogo “non si tratta di ritirarsi dal mondo per non rischiare di sbagliare e per conservare alla fede una sorta di purezza incontaminata, perché «una fede autentica […] implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. (…) Il cristiano non può rinunciare a sognare che il mondo cambi in meglio”. È vero, ma come? Il papa utilizza allora una terminologia che non può non suonare famigliare a CL, quella dell’esperienza, dell’avvenimento.  «L’avvenimento di Cristo è […] l’inizio di questo soggetto nuovo che nasce nella storia […]: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.”

Infine il pontefice augura che il Meeting di quest’anno sia, per tutti coloro che vi parteciperanno, occasione per approfondire o per accogliere l’invito del Signore Gesù: «Venite e vedrete». “ E’ questa la forza che, mentre libera l’uomo dalla schiavitù dei “falsi infiniti”, che promettono felicità senza poterla assicurare, lo rende protagonista nuovo sulla scena del mondo, chiamato a fare della storia il luogo dell’incontro dei figli di Dio col loro Padre e dei fratelli tra loro”.

Nel corso della prima giornata del Meeting, il magistero del papa è stato al centro dell’intervento di monsignor Pierre, il vescovo francese mandato due anni fa come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti, molti dicono per normalizzare una Chiesa che si mostrava più resistente di altre al nuovo corso. Pierre ha decantato la “lungimiranza pastorale e missionaria del Santo Padre”. “Con le sue encicliche, i discorsi e i gesti, il Papa chiama la Chiesa a prendersi la responsabilità di facilitare una esperienza personale di Gesù, che riempie la vita di gioia”.  Facilitare: un termine chiave per comprendere il nuovo corso. Una Chiesa facilitatrice, che deve rimuovere gli ostacoli dottrinali, ovvero diluire il brodo. Il prelato ha offerto, dunque, una lettura del pontificato di Bergoglio alla luce della Conferenza dei vescovi dell’America latina ad Aparecida (2007): “In quell’occasione problemi come l’insicurezza che domina il vivere dell’uomo moderno e i suoi effetti sull’evangelizzazione sono stati affrontati col metodo dell’ascoltare la realtà, dialogando con tutti i livelli della società. Analogamente il Santo Padre propone la visione di una chiesa che facilita l’incontro con Cristo. Questa missione – ha proseguito il relatore – richiede innanzitutto di prendere coscienza di ciò che esiste nel cuore dell’uomo: il senso della verità, della giustizia, del bene, della felicità e della bellezza. Il Papa invita la Chiesa ad essere missionaria, a placare la sete dell’uomo per la Presenza di Dio in Gesù. La sua elezione – ha chiosato Pierre – in questo momento storico è veramente provvidenziale, perché la Chiesa ha ricevuto un Pastore che la spingerà ad essere una Chiesa di incontro, di misericordia e di testimonianza, pienamente impegnata e coinvolta nella realtà”. Il relatore ha proseguito, dunque, tratteggiando un’analogia tra Francesco e don Luigi Giussani, dovuta, visto il contesto del Meeting. : “Il Signore ha chiamato Giussani ad essere un profeta fondando Comunione e Liberazione e guidando il movimento attraverso i tumultuosi tempi del 1968, in cui la fede sembrava disconnessa dalla vita e gli ideali e le speranze di felicità dei giovani erano modellati da una mentalità secolarizzata”.

E infine il tema dell’affrontare il cambiamento, in un modo che per il prelato non può che essere rivoluzionario, ca va sans dire: “Siamo alle soglie di un cambiamento epocale, parliamo di rivoluzione tecnica e delle comunicazioni, ma qual è la vera rivoluzione?” Monsignor Pierre ha concluso individuando la risposta a questa domanda nella “rivoluzione del cuore”. Non possiamo costringere nessuno a credere, come Gesù non ha costretto la samaritana; piuttosto, le ha dato, attraverso il dialogo, la possibilità di perseguire il vero desiderio del suo cuore. E anche noi – ha affermato il prelato – possiamo offrire a coloro che incontriamo, specialmente ai giovani, l’opportunità di condividere la grazia che abbiamo ricevuto. Il mondo oggi ha bisogno di testimoni: genitori, educatori, politici, compagni di lavoro e sacerdoti”.

Nella speranza- aggiungiamo noi- che siano testimoni della Fede in Cristo e non di qualche ideologia umanitarista.

   

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