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Fonte europacristiana.com 02/09/2018

Autore Paolo Pasqualucci

Pubblichiamo la seconda ed ultima parte dell’articolo (di cui potete leggere la prima parte cliccando qui) che il Professor Paolo Pasqualucci ha scritto in risposta all’articolo di Luisella Scrosati  Dom Gérard e Lefbvre, un’amicizia dolorosa, apparso su La Nuova Bussola Quotidiana del 30 giugno 2018.

 

  1. Non ci fu nessuno scisma, né “formale”, né “sacramentale”, né “di fatto”, solo una disobbedienza giustificata dallo stato di necessità.

Scrosati mostra di aderire alla tesi di Yves Chiron, che a sua volta si basa acriticamente sulla tesi ufficiale sostenuta a suo tempo dall’autorità vaticana. L’Osservatore Romano del 30 giugno-1 luglio 1988 accusò anonimamente di scisma in senso formale (“atto formalmente scismatico”) mons. Lefebvre, negandogli la buona fede: aveva agito contro il volere espresso del Papa mentre “la pretesa ‘necessità’ era stata da lui creata appositamente per conservare un atteggiamento di divisione dalla Chiesa cattolica, nonostante le offerte di comunione e le concessioni fatte dal Santo Padre Giovanni Paolo II”.  Un’accusa del tutto assurda. L’esistenza dello scisma in senso formale è stata negata da autorevoli canonisti e nel 2005 anche dal cardinale Dario Castrillón Hoyos al tempo Prefetto della Congregazione per il Clero.

In un’intervista concessa al mensile 30giorni, 9/2005, dichiarò, dopo aver precisato che la FSSPX non poteva considerarsi né sedevacantista né eretica:  “purtroppo, mons. Lefbvre procedette con le consacrazioni e pertanto si è creata una situazione di separazione, anche se non si è trattato di uno scisma in senso formale”(corsivo mio).  Nel luglio del 1995, i giuristi della Pontificia Università Urbaniana non approvarono forse una “tesina” di laurea del P. Murray che sosteneva la stessa cosa?  C’è stata una “separazione”, sottolineava Sua Eminenza, ma non uno scisma in senso proprio o formale. I vescovi della Fraternità erano stati validamente ordinati anche se illecitamente, mancando il mandato pontificio.  Nel 2005, pertanto, la Fraternità si trovava pertanto nella situazione di una “associazione non riconosciuta [dal CIC del 1983] i cui vescovi si dichiarano degli ausiliari”.  Ausiliari della FSSPX, perché, non avendo diocesi alcuna, non esercitando perciò il potere di giurisdizione (che non avevano avuto), non governando insomma diocesi di una “chiesa parallela”, esercitavano solamente una “giurisdizione supplita” per il caso concreto che via via si presentasse, ad personam, per il bene delle anime.

Ma cerchiamo di spiegare la differenza tra “separazione” e ‘scisma”.

Una situazione di “separazione” costituisce di per sé uno scisma?  Evidentemente no.  La “separazione”derivante da una disubbiedienza, non è a ben vedere una vera “separazione”dalla Chiesa militante poiché la disubbidienza non configura una situazione che possa considerarsi come tale scismatica, altrimenti bisognerebbe affermare che ogni disubbidienza costituisce scisma, il che non è, ovviamente.  Perché si abbia uno scisma non basta la disubbidienza, occorre che l’atto della disubbidienza presenti la natura di un vero e proprio atto scismatico.  La nozione di tale atto la troviamo ben spiegata da Yves Congar OP, non ancora approdato alla nouvelle théologie, nella ben nota voce schisme da lui curata per il Dictionnaire de Théologie Catholique.  Riassumendo il pensiero dell’Aquinate, scriveva:  “L’atto scismatico è dunque quell’atto malvagio che ha direttamente, propriamente ed essenzialmente quale oggetto specifico una cosa contraria alla comunione ecclesiastica, vale a dire a quell’unità che, tra i fedeli, è l’effetto proprio della carità.  Un atto, in effetti, si caratterizza per l’oggetto cui tende per sé, per il fatto stesso di ciò che esso [atto] è.  Un atto mostrerà allora la qualità di atto scismatico, allorché, per la sua stessa natura, avrà di mira la separazione dall’unità spirituale frutto della carità”[1].

L’atto scismatico, dunque, è, e non può non essere, quello che ha come scopo “direttamente, propriamente ed essenzialmente” – non si parla quindi di un approccio indiretto – la rottura dell’unità ecclesiale.  E perché si possa dire che un atto abbia uno scopo del genere, occorre un segno certo, dato non dalla disobbedienza in quanto tale, ma dalla “volontà di costituire per proprio conto una Chiesa particolare”.  Secondo la limpida dizione di san Tommaso:  “dicuntur enim schismatici qui concordiam non servant in Ecclesiae observantiis, volentes per se Ecclesiam constituere singularem[2].

Non basta “non conservare la concordia”, non basta la sola disubbidienza, occorre la volontà manifesta di costituirsi come Chiesa separata.  L’atto scismatico per eccellenza non sarà allora quello che resta confinato alla mera disubbidienza (quale una consacrazione episcopale senza mandato); sarà, invece, quello che istituisce la gerarchia di una Chiesa parallela con la missio canonica, cioè con il conferimento del potere di giurisdizione ai vescovi illegittimante consacrati e l’istituzione delle relative diocesi. Un atto del genere mira di sicuro alla “separazione dall’unità spirituale frutto della carità”.  È segno certissimo.  Con quest’atto si ha lo scisma in senso formale poiché con esso ci si sottrae formalmente alla sottomissione al Papa, negandogli l’autorità come Sommo Pontefice, cioè come capo della Chiesa universale: “ut summus Pontifex”[3].    

Lo studio imparziale delle dichiarazioni e degli atti di mons. Lefebvre dimostra inequivocabilmente che egli non ha mai avuto l’animus dello scismatico. Aveva preannunciato pubblicamente che non avrebbe istituito nessuna “chiesa parallela”, con una gerarchia propria, fornita di potere di giurisdizione, secondo i canonisti (come si è visto) la vera prova della volontà di scisma e dell’esistenza di quest’ultimo.  E difatti non conferì ai quattro vescovi da lui consacrati senza mandato il potere di giurisdizione. Conferì solo il potere dell’Ordine, su base personale, da esercitarsi ad actum ovvero secondo le necessità, l’esigenza posta dal caso concreto (per esempio, Cresime da amministrare, ordinazioni sacerdotali).  A tutt’oggi la Fraternità non ha diocesi.  È divisa in “distretti” amministrativi, i cui titolari sono quasi sempre sacerdoti.  È rimasta quello che era:  una congregazione di vita in comune senza voti (pubblici), regolarmente eretta nel 1970 secondo il CIC del 1917, al tempo vigente.  Essa si trova fuori del nuovo CIC del 1983, che ha introdotto figure parzialmente diverse dalle antiche, non fuori della Chiesa visibile.

Nel settembre 1986, durante un ritiro per i sacerdoti da lui predicato a Écône, mons. Lefebvre per l’appunto illustrò il ruolo limitato che avrebbero avuto i futuri vescovi, se li avesse dovuti consacrare:

“Sarebbero i miei ausiliari, senza alcuna giurisdizione ed unicamente per le cresime e le ordinazioni, con una funzione anche dentro la Fraternità; ma agli occhi della Chiesa, conta il Superiore Generale, i vescovi sarebbero al servizio della Fraternità.  È la Fraternità che viene dalla  Chiesa [C’est la Fraternité qui est d’Èglise], che è stata approvata dalla Chiesa.

Non si tratta assolutamente di fare una “Chiesa parallela”.  Lo scopo è semplicemente “quello di continuare la Fraternità, affinché essa non faccia una brutta fine per l’impossibilità di avere chi consacra i sacerdoti”[4].   La mancanza di ogni intento scismatico è confermata anche dalla conclusione del ragionamento:  “E quando Roma tornerà alla verità della Chiesa di sempre, questi vescovi rimetteranno la loro dignità episcopale nelle mani del Papa, dicendogli: “Eccoci!  Che volete fare di noi?  Se lo volete, ci riduciamo ora a semplici preti; se volete servirvi di noi, servitevi di noi”[5].

Né si può parlare, come qualcuno ha fatto, di “scisma virtuale”, costituito appunto dalla situazione di “separazione” nella quale di fatto si trovano ad essere i membri della FSSPX ed i fedeli che assistono alle loro funzioni e ricevono i Sacramenti dai suoi sacerdoti.  Lo scisma “virtuale” sarebbe una situazione canonicamente irrilevante ma “teologicamente reprensibile”, come sosteneva il P. Murray, che pure negava radicalmente l’esistenza dello scisma in senso formale.  Ma, mi chiedo, può parlarsi di scisma virtuale quando si ha una situazione di separazione esteriore imposta dalla necessità?  Non occorre  che ci sia anche qui una effettiva volontà di scisma, non ancora attuatasi?  Ma questo non è stato certo il caso di mons. Lefebvre, dei suoi sacerdoti e dei fedeli che frequentano la S. Messa di sempre presso le loro chiese.  Qui la separazione non esprime la volontà di scindersi ma è imposta dallo stato di necessità; non è voluta, è subìta. È il prezzo che si deve pagare innanzitutto per poter celebrare una Messa non ambigua (come quella di Paolo VI) e sicuramente cattolica. Insomma, è il prezzo che si deve pagare per poter rimanere fedeli alla Tradizione della Chiesa.  Se qui ci troviamo in presenza di uno scisma in senso virtuale allora erano scismatici in senso virtuale anche coloro  che si mantenevano di fatto separati dagli ariani eretici mentre costoro dominavano nella Chiesa ufficiale del tempo.  Anche sant’Atanasio dovrebbe considerarsi uno scismatico in senso virtuale!  E che tale separazione, pur in assenza di un nuovo rito della Messa, ci fosse, lo rivela la sua famosa frase, che fu anche un grido di battaglia:  “Loro [gli ariani eretici] hanno le chiese, noi abbiamo la fede!”.

Come ha dimostrato la “tesina” del P. Murray, mons. Lefebvre non avrebbe neanche dovuto esser scomunicato, a norma del CIC del 1983.  Egli agì convinto di trovarsi in un impellente stato di necessità:  la necessità di provvedere – lui, unico vescovo, ormai anziano e logoro nel fisico – alla sopravvivenza della Fraternità nel sicuro rispetto dello spirito dei suoi statuti, che erano e sono quelli di una congregazione la cui missione consiste nella formazione di sacerdoti in modo conforme alla Tradizione della Chiesa e nel mantenimento della Messa di rito romano antico (detta “tridentina”).  Una convinzione del genere, giusta o sbagliata che sia, secondo il CIC del 1983 impedisce in ogni caso l’applicazione della scomunica.

La disubbidienza rappresentata da una consacrazione episcopale senza mandato del Papa veniva punita dal CIC del 1917 con la sospensione a divinis (c. 2370).  Il codice attuale, al c. 1382, prevede invece la scomunica latae sententiae (cioè applicabile dal Papa senza processo canonico poiché il fatto stesso comporta la sentenza di scomunica), a meno che non ci siano delle cause attenuanti od esimenti, tra le quali si annovera l’esistenza e persino la semplice convinzione (ancorché errata) dell’esistenza dello stato di necessità[6].

Infatti, il Codice stabilisce che, per ciò che riguarda lo stato di necessità, quando la violazione della norma è avvenuta con un’azione intrinsecamente cattiva o dannosa per le anime, si ha una circostanza solo attenuante, sufficiente però ad escludere l’applicazione della scomunica, che deve essere sostituita da un’altra pena o da una penitenza.

Se la violazione, invece, ha avuto luogo con un atto né intrinsecamente cattivo né dannoso per le anime (e una consacrazione senza mandato fatta senza animus scismaticus non è certamente né cosa cattiva né dannosa per le anime), allora l’imputabilità addirittura non sussiste e non si può irrogare né pena né altra forma di sanzione.

Se però il soggetto per errore colpevole (per errorem, ex sua tamen culpa) ha ritenuto di essere costretto ad agire in stato di necessità, senza che la sua azione costituisse qualcosa di malvagio in sé o di dannoso per la salute delle anime, in questo caso ha diritto alle sole attenuanti. Il che significa che, anche in questo caso, se merita la scomunica, questa non può esser dichiarata, perché deve esser sostituita da un’altra pena o da una penitenza.  Quando poi l’errore di valutazione di cui sopra ha luogo senza colpa da parte del soggetto agente, allora, invece dell’attenuante, il medesimo ha diritto all’esimente.

A norma di legge, la disobbedienza del cosiddetto “vescovo ribelle”non avrebbe potuto esser punita con la scomunica.  Questo punto è stato dimostrato dalla “tesina” del P. Murray, che ricostruisce attentamente la fattispecie in oggetto, anche se poi il P. Murray ritiene che mons. Lefebvre, sia pure agendo in perfetta buona fede, si sia sbagliato nel valutare la gravità dello stato di necessità (valutazione, questa del P. Murray, che a mio avviso è a sua volta errata).  Sulla base del dettato del Codice, mons. Lefebvre e la Fraternità, forti della loro buona fede e della convinzione che lo stato di necessità esisteva oggettivamente, hanno sempre sostenuto che la scomunica doveva  considerarsi invalida e che lo scisma non c’è mai stato.

Ma lo scisma non c’era mai stato non tanto a causa della invalidità della scomunica quanto perché né mons. Lefebvre né i quattro vescovi da lui consacrati hanno dimostrato di avere una volontà scismatica.  La buona fede di mons. Lefebvre, che il comunicato dell’Osservatore Romano cercava di mettere in dubbio,  risultava dal fatto inoppugnabile di aver conferito ai suoi vescovi il solo potere di Ordine; di averli istituiti, così come aveva detto, come semplici “ausiliari” della Fraternità, in modo che questa non restasse in futuro senza sacerdoti[7].  Il comunicato amplificava alquanto le “concessioni” fatte da Giovanni Paolo II, glissando sulla deleteria tattica dilatoria messa in atto durante le trattative.  Inoltre, faceva mostra di ignorare sia lo stato di necessità nel quale si trovava la FSSPX, sulla quale incombeva il reale pericolo di restare senza sacerdoti, sia lo stato di necessità nel quale si era venuta a trovare l’intera Cattolicità dopo il Vaticano II:  ignorava nel modo più completo la crisi della Chiesa.

4.1 L’accusa di mendacio rivolta da Scrosati  a P. Schmidberger è ridicola oltre che priva di senso

Ecco come Scrosati conclude il suo articolo, sempre, credo, sulla falsariga di Yves Chiron.

“Dom Gérard, come gesto di riconoscenza nei confronti di mons. Lefebvre, decise di essere presente alle ordinazioni.  Dopo un discorso iniziale di mons. Lefebvre ed un breve intervento di de Castro Mayer, Lefebvre domandò, secondo il rito del Pontificale Romanum, al Superiore Generale: “Habetis mandatum apostolicum?”; Schmidberger rispose affermando il falso: “Habemus”.  Ma dom Gérard probabilmente non ascoltò questa – bisogna dirlo – bugia, perché decise di allontanarsi prima delle consacrazioni vere e proprie, nel bel mezzo del sermone di Lefebvre, precisamente nel punto in cui il vescovo francese richiamò il messaggio delle apparizioni della SS. Vergine a Quito, nelle quali si annunciava una grande apostasia che avrebbe travolto la Chiesa nel XIX e gran parte del XX secolo.  Così commentò mons. Lefebvre [la rivelazione privata di Quito]:  “Ella parlava di un prelato che si opporrà decisamente a questa ondata di apostasia e di empietà, preservando il sacerdozio e facendo dei bravi preti.  Fate voi l’applicazione, se volete; io non la voglio fare, non posso”.  All’amico della prima ora, Laurent Meunier, dom Gérard aveva confidato:  “La commedia è durata abbastanza, questo comizio, questi applausi, non abbiamo più nulla da fare qui, noi rientriamo”.  Rientriamo in monastero, voleva dire dom Gérard; rientriamo nella Chiesa, voleva dire il buon Dio”[8].

Dunque:  P. Schmidberger, con la complicità o per istruzione di mons. Lefebvre, avrebbe affermato scientemente il falso.  Vedi come sono malvagi questi “lefebvriani”, che propinano agli allocchi che li frequentano una smaccata bugia, quella di avere un “mandato” pontificio che in realtà non avevano ricevuto!  Ma non era di pubblico dominio che le Consacrazioni sarebbero avvenute senza mandato pontificio?  E P. Schmidberger avrebbe, assieme a mons. Lefebvre, sfidato scioccamente l’opinione pubblica di mezzo mondo con il fingere platealmente di avere un mandato che tutti sapevano non esserci?

Ma perché Scrosati non ha citato il prosieguo del rito?  Non finiva mica con lo “Habemus”.  Continuava, secondo la prassi, esibendo il mandato ovvero spiegando in che senso il mandato c’era, anche se non era quello del Papa regnante, provenendo invece esso dalla Chiesa, dalla sua Tradizione, in sostanza da Nostro Signore!  In nessun rigo del testo letto nel rito si è fatto credere di aver avuto il mandato da Giovanni Paolo II.  Per rendersene conto bisogna riportare compiutamente le fonti:  da esse si ricava in che modo, pur senza poter nominare il Papa, si ritenesse di essere comunque in possesso di un valido mandato apostolico.

“Avete un mandato apostolico?

L’abbiamo.

Che sia letto.

L’abbiamo dalla Chiesa Romana, la quale, nella sua fedeltà alle sante tradizioni ricevute dagli Apostoli, ci ordina di trasmetterle fedelmente ossia di trasmettere il deposito della fede a tutti gli uomini, per la salvezza delle loro anime[9].

Se le autorità ufficiali della vigente Gerarchia rifiutano la loro autorizzazione ad una consacrazione episcopale richiesta dallo stato di necessità in cui versano le anime, alle quali il clero, afflitto dagli errori neomodernisti, non trasmette più il Deposito della Fede (l’ha di recente fatto rilevare persino il cardinale Gerhardt Müller, riferendosi alla decadenza dell’episcopato cattolico attuale), è del tutto legittimo ritenere che la “Chiesa di Roma”, quale si è costituita e mantenuta in quasi venti secoli, sino al Vaticano II escluso, “ordini “ a coloro che sono rimasti fedeli al dogma della fede di “trasmettere fedelmente il deposito della fede”.  Chi ha autorizzato, allora, mons. Lefebvre a consacrare i quattro vescovi?  La Chiesa cattolica di sempre, il cui capo è Cristo e non il Papa, il quale ne è il Vicario pro tempore in questo mondo.   Se il Vicario, se il garante terreno si rifiuta di autorizzare un atto richiesto dalla pubblica e generale necessità e del tutto consono alle intenzioni della Chiesa di sempre, come quello rappresentato dalla consacrazione di quattro vescovi fedeli al dogma, pienamente sottomessi alla Sede Apostolica e che vogliono essere in comunione con il Papa, è lecito ritenere che Ecclesia supplet iurisdictionem.

4.2 Il vero significato dell’importante omelia pronunciata da mons. Lefebvre in occasione delle Consacrazioni.

Ma Scrosati vuol aggiungere una nota di dileggio nelle righe finali del suo articolo, riportando un altro commento offensivo di dom Gérard, che avrebbe lasciato la cerimonia giudicandola “una commedia, un comizio” [!], nel momento in cui mons. Lefebvre ricordava la figura del vescovo combattente da solo (nella Gerarchia) contro la grande apostasia che avrebbe devastato la Chiesa nel XX secolo, di cui alla profezia contenuta nella rivelazione privata di Quito, in Ecuador, più di tre secoli fa.   Con questa citazione e il relativo commento di dom Gérard, l’Autrice sembra voler proporre al lettore l’immagine finale di un mons. Lefebvre visionario megalomane, che si sentiva un sant’Atanasio mentre invece entrava in scisma (crede lei) con la Chiesa!  Il “buon Dio”, crede di sapere Scrosati, non approvava l’azione di mons. Lefebvre mentre avrebbe benedetto quella di dom Gérard, che si apprestava a “rientrare nella Chiesa”, per esser più precisi ad accordarsi con quell’autorità romana che, a partire dal Vaticano II, aveva fatto strame delle vera dottrina, pastorale e liturgia cattoliche!

La citazione estratta dal contesto getta una luce falsa su tutta l’omelia di mons. Lefebvre.  Questa Omelia delle Consacrazioni è un testo importante, nel quale appaiono enunciati, con la chiarezza e lucidità tipiche di mons. Lefebvre, i princìpi in base ai quali i cattolici devono opporsi all’apostasia dilagante, senza timore di fronte alle false accuse di coloro che tentano di intimidirli.

Innanzitutto, il pugnace presule ribadì fermamente che non si stava attuando nessuno scisma.

“Non si tratta di separarci da Roma e di sottometterci ad un qualche potere estraneo a Roma, né di costituire una sorta di chiesa parallela come hanno fatto per esempio i vescovi di Palmar de Troya in Spagna, i quali hanno nominato un papa ed hanno istituito un collegio di cardinali.  Per noi non si tratta affatto di cose simili.  Lungi da noi questo miserabile pensiero di allontanarci da Roma.  Al contrario, è per manifestare il nostro attaccamento alla Chiesa di sempre, al Papa e a tutti coloro che hanno preceduto questi Papi che disgraziatamente dal Concilio Vaticano II hanno creduto di dover aderire ad errori gravi che stanno demolendo la Chiesa e distruggendo il sacerdozio cattolico.  Voi troverete proprio in questi fascicoli che mettiamo a vostra disposizione uno studio assolutamente ammirevole fatto dal prof. Georg May, direttore del Seminario di Diritto Canonico dell’Università di Magonza in Germania, che spiega meravigliosamente perché ci troviamo nel caso di necessità per venire in aiuto alle vostre anime, in vostro aiuto.

Il vostro applauso di poc’anzi [per il giuramento e la professione di fede dei consacrandi] penso che non siano una manifestazione puramente naturale, bensì una manifestazione spirituale che traduce la vostra gioia di avere infine dei vescovi e dei sacerdoti cattolici che salvino le vostre anime, che donino alle vostre anime la vita di NS Gesù Cristo, con la dottrina, i sacramenti, il Santo Sacrificio della Messa.  Vita di Nostro Signore di cui avete bisogno per andare in Cielo e che sta per scomparire dovunque in questa Chiesa conciliare.  Essa segue sentieri che non sono sentieri cattolici. Essi portano semplicemente all’apostasia.  È per questo che noi procediamo a questa cerimonia”[10].

Si trattava, dunque, di resistere all’apostasia dilagante nella Chiesa visibile innanzitutto mantenendo la struttura gerarchica improntata alla fedeltà alla Tradizione della Chiesa, al momento obnubilata.  L’apparente disobbedienza non era dunque affatto una ribellione al papato: la cosa era ovvia ma bisognava ribadirla.

“Lungi da me di erigermi a papa.  Io non sono che un vescovo della Chiesa cattolica che continua a trasmettere la dottrina.  Io penso, e ciò senza dubbio non tarderà, che si possano scrivere sulla mia tomba queste parole di san Paolo:  “Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto”, semplicemente.  Sono il postino che porta una lettera, questo messaggio, questa parola di Dio:  è Dio stesso, è Nostro Signore Gesù Cristo stesso.  Noi abbiamo trasmesso ciò che abbiamo ricevuto, tramite questi sacerdoti qui presenti e tramite tutti coloro che hanno creduto di dover resistere a questa ondata di apostasia nella Chiesa, conservando la fede di sempre e trasmettendola ai fedeli”[11].

Nel continuare a “trasmettere ciò che aveva ricevuto” mons. Lefebvre si sentiva spiritualmente in comunione con tutti i Papi che avevano preceduto il Vaticano II, ossia con tutto quello che era stato il Magistero della Chiesa, l’elemento portante della sua Tradizione.  Erano loro ad incitarlo moralmente.

“Mi sembra di sentire, miei carissimi fratelli, le voci di tutti questi papi, da Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII, San Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, che ci dicono:  Ma di grazia, di grazia, che state facendo dei nostri insegnamenti, della nostra predicazione, della fede cattolica:  volete abbandonarla?  Volete lasciarla scomparire da questa terra? Di grazia, di grazia, continuate a conservare questo tesoro che vi abbiamo dato.  Non abbandonate i fedeli, non abbandonate la Chiesa!  Continuate la Chiesa!  Poiché infatti dal Concilio, ecco che le autorità romane adottano e professano ciò che noi abbiamo condannato.  Come è possibile questo? “[12].

Gli errori condannati erano così sintetizzati dall’indomito presule: “liberalismo, comunismo, socialismo, modernismo, sillonismo (democratismo cristiano)”. E come riapparivano ora?  Sottolineo:  nell’adozione della laica “libertà religiosa” e nella separazione della religione dallo Stato, ridotta a semplice sentire della coscienza individuale, sociologicamente organizzato in gruppi che lo Stato deve riconoscere; nella “teologia della liberazione”(oggi addirittura imperversante con Papa Francesco); nella mentalità modernistica tutto pervadente che relativizza la nozione stessa del vero distruggendo il concetto di verità rivelata; nella commistione di cattolicesimo e democrazia cristallizzati  nell’infausta esperienza storica dei partiti democristiani:  il tutto confluente nel gran calderone dell’ecumenismo sincretistico che ci ammorba da più di cinquant’anni. Esso ha azzerato la differenza tra il cattolicesimo e tutte le altre religioni, e posto al centro dell’azione della Chiesa il  dialogo interconfessionale e interreligioso per tutelare la “dignità dell’uomo” e realizzare l’unità del genere umano nella pace e nel progresso, nella democrazia, cioè in simbiosi con le ideologie profane…Peggio di così…

Pertanto, precisava il Nostro,  “abbiamo fatto di tutto, io stesso e mons. de Castro Mayer” per convincere Roma a ritornare alla vera dottrina, con ogni sorta di iniziative (colloqui, lettere aperte, interviste, opuscoli), a rigettare “questo ecumenismo e tutti questi errori, questo collegialismo”, tutte cose “contrarie alla fede della Chiesa e che sta distruggendo la Chiesa.  Tutto invano.  “ È per questo che noi siamo persuasi che, procedendo a queste consacrazioni, oggi obbediamo all’appello di questi papi [preconciliari] e di conseguenza all’appello di Dio poiché essi rappresentano NS Gesù Cristo nella Chiesa”[13].

Non era una questione semplicemente disciplinare, il conflitto che si era creato, non per colpa di mons. Lefebvre, tra la Fraternità e la Roma “conciliare”.  Le questioni di competenza e di opportunità nascondevano, come spesso accade, un profondo contrasto dottrinale, di fede : era la lotta tra chi voleva rimanere fedele ad ogni costo al Deposito della Fede, fedele sino alla fine al mandato ricevuto da Cristo come battezzato e miles Christi e come sacerdote (Ap 2, 10), e le forze deviate, prone agli errori del Secolo, che si erano impadronite del governo della Chiesa col Concilio e dal Concilio in poi.  Il contrasto dottrinale, che coinvolge appunto la fede nel modo più profondo, emergeva continuamente come la pietra d’inciampo che, al momento decisivo, faceva fallire ogni accordo con la Roma “conciliare”, in teoria possibile a certe condizioni.

“E perché, monsignore – mi si dice – avete interrotto questi colloqui che sembravano tuttavia avere un certo successo? —  Precisamente perché nello stesso momento in cui firmavo il protocollo, nello stesso minuto, l’inviato del cardinale Ratzinger, che mi portava questo protocollo da firmare, mi affidava in seguito una lettera nella quale mi chiedeva di domandare perdono per gli errori fatti.  Ma se sono nell’errore, se insegno degli errori, è chiaro che devo essere ricollocato nella verità.  Nello spirito di quelli che mi hanno inviato questo documento da firmare, attraverso cui riconosco i miei errori, questa stessa proposta equivale a dire: se voi riconoscete i vostri errori, noi vi aiuteremo a ritornare alla verità.  Quale è questa verità per loro se non la verità del Vaticano II, se non la verità di questa Chiesa Conciliare?…”[14].

Si trattava quindi di realizzare “la sopravvivenza della Tradizione”, cedere sarebbe stato un vero e proprio “suicidio”.  Ma perché proprio lui stesso e mons. de Castro Mayer artefici di questa “operazione sopravvivenza”?

“Ora, quali sono i vescovi che hanno conservato la Tradizione, che hanno conservato i sacramenti tali e quali la Chiesa li ha ammnistrati da venti secoli fino al Concilio Vaticano II?  Ebbene siamo mons. de Castro Mayer e io stesso.  Io non posso farci nulla ma è così.  E dunque molti seminaristi si sono affidati a noi, hanno sentito che qui c’era la continuità della Chiesa, la continuazione della Tradizione.  E dunque sono venuti nei nostri seminari, malgrado le difficoltà che hanno incontrato, per ricevere una vera ordinazione sacerdotale, e per poter offrire il vero Sacrificio del Calvario, il vero Sacrificio della Messa e darvi i veri sacramenti, la vera dottrina, il vero catechismo:  ecco lo scopo di questi seminari.  E dunque non posso in coscienza lasciar orfani questi seminaristi.  Non posso lasciare anche voi [fedeli] orfani, scomparendo senza fare niente per l’avvenire.  Non è possibile.  Sarebbe contrario al mio dovere…”[15].

Un fatto così straordinario e clamoroso, impossibile a negarsi, che, dal Concilio in poi, la Tradizione della Chiesa fosse stata conservata da due soli vescovi in tutto l’orbe cattolico, spingeva di per sé a considerarlo in una prospettiva escatologica, come risultante da alcune rivelazioni private ufficialmente riconosciute dalla Chiesa.  Nel prosieguo del suo sermone, mons. Lefebvre richiamava pertanto la famosa visione profetica di Leone XIII, secondo la quale “un giorno la Sede di Pietro sarebbe stata la sede dell’iniquità”.  E difatti, aggiungeva subito dopo: “E credo veramente di poter dire che non c’è stata mai un’iniquità più grande nella Chiesa della giornata di Assisi, la quale è contraria al primo Comandamento di Dio ed è contraria al primo articolo del Credo! Non abbiamo mai subito una umiliazione simile!”.

Subito dopo passava a quella di Quito, dove si parlava per l’appunto di un prelato che si sarebbe opposto all’ondata dell’apostasia, per salvare la Chiesa “da una situazione di assoluta catastrofe”; poi a La Salette e infine a Fatima.  Collegamenti del tutto spontanei e naturali, imposti dalle circostanze eccezionali e, bisogna pur dire, tragiche nelle quali si era venuta a trovare e tuttora si trova la Chiesa.  Perché mai il riferimento a Quito avrebbe dovuto irritare dom Gérard e spingerlo a lasciare la cerimonia?  Era vero o non, che un solo vescovo,  con l’apporto di mons. de Castro Mayer e di qualche altro coraggioso, si stava battendo con estrema (e persino sorprendente) fermezza contro la catastrofica situazione nella Chiesa?  O dobbiamo sempre fingere che la crisi nella Chiesa non ci sia o che sia stata messa sotto controllo da Papi come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non meno devoti al Vaticano II dei loro immediati predecessori e successori?

In conclusione, mons. Lefebvre si affidava alla Provvidenza, “persuasi che Dio sa ciò che fa”.  La “disubbidenza” che stava per compiere era solo “apparente” mentre le accuse “di cui noi siamo oggetto sono nulle, assolutamente nulle!  È per questo che non ne teniamo assolutamente conto.  Così come non abbiamo tenuto conto della sospensione e abbiamo finito per ricevere le felicitazioni della Chiesa, della stessa Chiesa progressista…”.  Infatti, il cardinale Gagnon, come si ricorderà recente Visitatore Apostolico, oltre ad essersi complimentato per l’eccellente livello del Seminario assistè “in prima persona, secondo il cerimoniale pontificale”, alla Messa celebrata dallo stesso mons. Lefebvre l’8 dicembre 1987 per il rinnovo delle promesse dei seminaristi, nonostante il celebrante fosse dal 1976 sospeso a divinis (per essersi rifiutato di chiudere il Seminario) e quindi (in teoria) impossibilitato ad amministrare i sacramenti.  Ciò dimostrava, sottolineava mons. Lefebvre, che “avevamo fatto bene a restistere”. E tanto più si faceva bene a resistere oggi, provvedendo con una apparente disubbidienza alla sopravvivenza della Tradizione della Chiesa e, a ben vedere, della Chiesa cattolica stessa.

(2- fine) 

[Fonte :  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie]

[1] DTC, voce:  schisme, coll. 1299-1300.

[2] Citato in DTC, voce: schisme, col. 1301.

[3] Op. cit., ivi, col. 1304.

[4] Tissier de Mallerais, op. cit., p. 573.

[5] Op. cit., ivi. Mons. Lefebvre incaricò i suoi teologi di studiare il caso della “azione straordinaria” di un vescovo e la portata della “giurisdizione supplita” dalla Chiesa, nel caso di stato di necessità (op. cit., ivi).  Fu influenzato soprattutto dal breve ma fondamentale studio dell’illustre canonista tedesco, prof. Georg Mai, sullo stato di necessità: Notwehr, Widerstand, Notstand [legittima difesa, resistenza, necessità], del 1984 (op. cit., p. 591).

[6] Nel 1951 fu introdotta la scomunica riservata alla S. Sede per le ordinazioni senza mandato pontificio, con Decreto del Sant’Uffizio del 9 agosto, dopo le drammatiche vicende della Chiesa nella Cina comunista. Mons. Lefebvre sarebbe morto 33 mesi dopo le Consacrazioni, il 25 marzo 1991, Lunedì Santo, dopo esser stato operato di un vasto cancro allo stomaco l’11 dello stesso mese. Ne soffriva da tempo. Si mantenne sempre lucido sino agli ultimissimi giorni, accettando con cristiana umiltà e rassegnazione le sofferenze inflittegli dalla dolorosa malattia (Tissier de Mallerais, op. cit., pp. 636-645).

[7] I riferimenti alle questioni dello scisma e della scomunica in senso stretto, li ho tratti da miei due saggi, ai quali mi permetto di rimandare (unitamente alla letteratura ivi citata) chi volesse eventualmente approfondire:  P. Pasqualucci, La persecuzione dei “lefebvriani” ovvero l’illegale soppressione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Solfanelli, 2014, in particolare l’Appendice, pp. 127-143;  P. Pasqualucci, Una scomunica invalida-Uno scisma inesistente.  Due studi sulle consacrazioni lefebvriane di Ecône del 1988, Solfanelli, 2017, specialmente la parte: 2. I termini giuridici della questione, p. 75 ss., nel saggio che costituisce il mio contributo.  Il cardinale Gerhardt Müller, che ha sempre avuto scarsa simpatia per la FSSPX, ha sostenuto nel 2013 che, nonostante la remissione della scomunica da parte di Benedetto XVI, la Fraternità si troverebbe comunque di fatto in una situazione di “scisma sacramentale”, nozione inusuale ed oscura, che critico nella citata Appendice del primo mio saggio citato, pp. 135-143.

 

[8] Scrosati, op. cit., p. 4/5.

[9] Cfr.:  Fideliter, 65, sept.-oct. 1988, p. 11.  Per il testo in latino:  “Fraternité St Pie X, Bulletin Officiel du District de France, 10, 13 luglio 1988, p. 2.

[10] Traduzione italiana dell’omelia apparsa in un numero speciale de La Tradizione Cattolica, IX, n. 37, 1998, contenente la traduzione degli interventi essenziali con i quali mons. Lefebvre e mons. de Castro Mayer si sono pubblicamente opposti alla deriva in corso nella Chiesa (vedi supra). Titolo: Omelia delle consacrazioni episcopali, Ecône, 30 giugno 1988, pp. 43-48, testo su due colonne; pp. 44-45.

[11] Op. cit., p. 45.

[12] Op. cit., ivi.

[13] Op. cit., p. 45.

[14] Op. cit., ivi.

[15] Op. cit., p. 46.

   

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