Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

Fonte ilsussidiario.net 25 agosto 2010

 

Autore don Stefano Alberto

 


  

Presentiamo di seguito un estratto della lezione di don Stefano Alberto dedicata al tema del Meeting, «Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore».

 

 

1. “Siate realisti, domandate l’impossibile”

 

(…) “..Io non sono folle - dice il Caligola di Camus nel suo dialogo col fido Elicone - e non sono mai stato così ragionevole come ora, semplicemente mi sono sentito all’improvviso un bisogno d’impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti….Ora so. Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, insomma di qualche cosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo”. Camus stesso riprende l’apparente paradosso nell’affermazione, cara al ’68 francese: “Soyez réalistes, demandez l’impossible”. Di quale realismo stiamo parlando? Non è piuttosto un’utopia, addirittura una pazzia?

Ecco la risposta di Giussani, proprio nel commento al passo appena citato di “Caligola”: “Non è realistico che l’uomo viva senza agognare l’impossibile, senza questa apertura all’impossibile, senza nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga”. In questo senso “l’impossibile” indica l’infinito e l’insoddisfazione insaziabile di Caligola esprime la tensione a questo infinito.

 

2. “Misterio eterno dell’esser nostro”

 

Tale insaziabilità, l’inesauribilità dei desideri e delle domande ultime dell’uomo esaltano la contraddizione fra l’impeto delle esigenze e il limite della misura umana nella ricerca. E’ la drammatica consapevolezza espressa da Giacomo Leopardi in uno dei suoi Pensieri: “Il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, della terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole meravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana”. Il sentimento di questa sproporzione è per Leopardi il contenuto di quella che egli chiama ‘la sublimità del sentire’.

“La circostanza - nota Giussani - crea l’input, dà l’input per il grande sentimento, la stessa circostanza porta l’impossibilità a proseguirlo per la delusione che incute. Questa è la situazione che interessa Leopardi, che lui ha colto in se stesso”.

 

 

3. L’impossibilità moderna: “Non avanzeremo di un passo di là da noi stessi”

 

Nel dramma di questo contrasto insanabile tra l’aspirazione ideale, la grandezza del proprio desiderio e la contraddittorietà delle realizzazioni storiche, l’uomo tende a cedere, per stanchezza e fragilità, per l’impazienza dell’attesa di una risposta compiuta o per la presunzione di essere lui stesso a darsela. Perché non riconosco la possibilità della risposta, tendo a ridurre o a svuotare di senso le domande ultime costitutive del mio umano. Dapprima è una disarticolazione tra la vita e suo Destino, poi una separazione, infine una disperata negazione. La “saggezza” sta nel rimanere entro la propria misura: il non andare oltre se stessi diventa condizione necessaria per vivere.

L’uomo che si rinchiude nei propri limiti finisce, orgoglioso o disperato, a coltivare questa illusione di autonomia, questa pretesa di autosufficienza in cui nulla è più veramente atteso: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà…La lentezza dell’ora è spietata, per chi non aspetta più nulla” (C. Pavese, Lo steddazzu 1936).

 

È chiaro che negare la possibilità che la vita sia movimento, impeto verso un compimento oltre se stessi, pone radicalmente in crisi la nozione di natura umana. La separazione tra Destino e vita, alla base del dualismo conoscitivo su cui tanto si è soffermato in questi ultimi tempi Julián Carrón  (separazione tra sapere e credere) si riverbera nella crisi stessa del concetto di natura umana. Robert Spaemann ha evidenziato la “situazione di stallo” attuale a cui porta il dualismo di ermeneutica e scientismo rispetto alla questione di cos’è l’uomo.

 

Il filosofo tedesco individua due estremi possibili, l’uno nella posizione di Sartre, l’altro in quella del biologo molecolare Dawkins. Da un lato, Sartre concepisce l’uomo come assoluta libertà priva di essenza e di essere: non c’è più natura come dato originale, essa è il prodotto, per così dire dello sguardo dell’uomo su di sé, senza possibilità di legami, anzi ribellione allo sguardo dell’altro (“l’inferno sono gli altri”).

All’altro estremo l’uomo è ridotto deterministicamente ai suoi antecedenti biologici e genetici e considerato solo come urgenza di conservare e diffondere i suoi geni egoisti. “Sto considerando - scrive Dawkins - una madre come una macchina programmata a fare qualcosa in suo potere per propagare copie dei geni che porta dentro di sé”, giacché “noi siamo macchine da sopravvivenza - robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste nate sotto il nome di geni”.

 

 

4. Il cuore infallibile

 

Il cuore: Giussani rilegge come nessun pensatore contemporaneo in modo nuovo e geniale questa nozione biblica, che tradizionalmente indica la sede dell’impeto originale della persona, in una concezione potentemente unitaria che, salvando la centralità del soggetto come criterio del giudizio, così cara alla sensibilità moderna e contemporanea, mette in luce l’oggettività, il dato strutturale di queste esigenze ed evidenze. E’ un dato primordiale, “esperienza elementare” che costituisce il volto dell’uomo nel suo raffronto con tutta la realtà.

Essa dunque è il criterio di giudizio che è dentro di noi, ma che non decidiamo noi. Io ho dentro di me il criterio per sapere che cosa veramente mi corrisponde della realtà. In che cosa consiste, dunque, questo cuore o “esperienza elementare”? E’ “un complesso di esigenze e di evidenze con cui l’uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste. La natura lancia l’uomo nell’universale paragone con se stesso, con gli altri, con le cose, dotandolo - come strumento di tale universale confronto - di un complesso di evidenze ed esigenze originali, talmente originali che tutto ciò che l’uomo dice o fa da esse dipende…”.

 

Qui sono poste le radici per il superamento di quell’esasperato soggettivismo, di quella affermazione di sé all’infinito (anarchia) che rappresenta la tentazione più affascinante, “ma è tanto affascinante quanto menzognera. E la forza di tale menzogna sta appunto nel suo fascino, che induce a dimenticare che l’uomo prima non c’era e poi muore… E’ molto più grande e vero amare l’infinito, cioè abbracciare la realtà e l’essere, piuttosto che affermare se stessi di fronte a qualsiasi realtà… Perché in verità l’uomo afferma veramente se stesso solo accettando il reale, tanto è vero che l’uomo comincia ad affermare stesso accettando di esistere: accettando cioè una realtà che non si è data da sé”.

 

Non mi sono dato da me, sono fatto; è questa la prima evidenza che si ridesta nell’impatto con il reale (cfr. cap. X del Senso religioso). E’ nell’impatto con il reale che il cuore, questa complessa e pur semplice esperienza, è messo in moto, immediatamente. Esso emerge come “imponenza dei criteri con cui la ragione giudica se stessa (auto-coscienza)”, come “i principi a cui essa si affida per essere e per esistere. In ogni singola esperienza, nella rilevazione dei criteri che giudicano l’esperienza stessa e con cui dall’esperienza si può giudicare il mondo, questa emergenza dei criteri ultimi per la ragione è immediatamente sensibile, è immediata, è automatica”.

 

 

Si può affermare che per Giussani cuore si identifica con ragione, che è coscienza della realtà nella totalità dei suoi fattori, nel suo senso pieno. E’ intelligenza, conoscenza affettiva, è la luce dell’intelligenza che viene colpita, affecta. La ragione si attua quando è colpita, non quando si impone. “Perché chiamarlo cuore invece di ragione? Perché il cuore è il luogo dell’affectus, ma l’affectus non è antitetico a ragione, è l’aspetto ultimo della ragione, della dinamica ragionevole. Per cui il cuore è la sede di quelle evidenze e esigenze originali che proiettano l’individuo sulla realtà…. cercando di registrare come essa è - rendersi conto, l’autocoscienza - secondo la totalità dei suoi fattori… La ragione coglie la realtà sostenuta dall’affettività propria di un giudizio di corrispondenza tra la realtà e il cuore, le esigenze del cuore …Poi entra in gioco la spada della libertà, che può accettare questo (e l’accettazione è amore, afferma l’essere, dice tu), o non accettare (questa è menzogna, perché la logica di questo non accettare è il niente)”.

 

Il contenuto dell’esperienza è la realtà, ma l’esperienza non è, come normalmente tutti ritengono, il semplice provare qualcosa. Ciò che si prova diventa esperienza quando è giudicato dai criteri del cuore: se è veramente vero, se è veramente bello, se è veramente buono, se è veramente felice…

”Ogni esperienza implica l’esperienza elementare, cioè ogni esperienza è giudicata da qualcosa che c’è in essa e che si chiama esperienza elementare. È la percezione inevitabile di ciò che l’uomo in tutte le cose cerca: per la soddisfazione di sé (satisfacere): per essere completo”.

 

L’uomo è educato dall’esperienza, non da ciò che prova. I criteri del cuore, come criteri, sono infallibili. Sono infallibili come criteri, non come giudizi, ci può essere una infallibilità applicata male, o non applicata affatto, addirittura contraddetta, come tante volte ciascuno di noi sperimenta. Ma in ogni circostanza della vita, in ogni momento la realtà fa balzare fuori i criteri del cuore, l’esigenza ultima di essere veramente se stessi. Basta un istante, una delicatissima, ultima possibilità.

 

Facciamo un passo ulteriore. Abbiamo detto che la ragione, coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori, rigenera continuamente e utilizza come criterio ultimo che giudica il rapporto tra l’uomo e la realtà che sta sperimentando, principi che sono dentro di lui, il suo cuore.

 

 

Domandiamoci: è proprio vero che questo è tutto? Per rispondere riprendiamo il famoso esempio della sveglia proposto da Giussani: “C’era dunque sul tavolo di casa sua una sveglia. Siccome lui era un bambino molto intraprendente e attivo, curioso, siccome il papà e la mamma erano andati via e c’era soltanto la sorella minore… ha visto la sveglia…, si è guardato attorno, ha preso la sveglia e l’ha smontata tutta. I pezzetti che si potevano contare… contati tutti erano 353… La sveglia era fatta di 353, ma quei 353 fattori non è più capace di metterli insieme. Perché? Perché gli manca l’idea della sveglia. Era un piccolo bambino e non un orologiaio svizzero… La ragione - che è la mente del bambino - non è capace di fare la sveglia… manca un fattore, ...l’idea della sveglia….

In tal modo la ragione implica l’affermazione dell’esistenza del mistero, intendendo per mistero un fattore presente in ogni esperienza, che non appartiene ai fattori sperimentabili, numerabili, calcolabili, dell’esperienza stessa. L’idea della sveglia è oltre il livello dei pezzi. Non è un altro pezzetto, è un’altra cosa”.

 

Senza la percezione e il riconoscimento del Mistero come fattore della realtà non c’è esperienza, di qualunque cosa si tratti. Il reale ci sollecita a ricercare qualcosa d’altro oltre quello che immediatamente ci appare, qualcosa d’altro che è il significato ultimo di ciò che appare. E’ la dinamica del segno. Bloccare questa dinamica alla reazione immediata, all’apparenza, come tante volte accade,  sarebbe soffocare irragionevolmente l’impeto originale con cui il cuore, provocato,  si protende sul reale.

 

5. “Di te ha detto il mio cuore: ‘Cercate il suo volto’; il tuo volto Signore io cerco” (Sal 27). Cristo, l’impossibile corrispondenza

 

Quando Gaetano Corti commentò in prima teologia la frase del Prologo del Vangelo di S. Giovanni “Il Verbo si è fatto carne” il presentimento avuto da Giussani alla lettura dell’inno fu chiaro: “il Verbo si è fatto carne vuol dire che la Bellezza si è fatta uomo, la Giustizia si è fatta uomo, la Bontà si è fatta uomo, la Verità si è fatta uomo. ‘Quid est veritas? Vir qui adest’. Cos’è la verità? Un uomo presente. Gesù era profetizzato dal genio di Leopardi milleottocento anni dopo la sua esistenza”.

 

Mai l’uomo avrebbe potuto immaginare una risposta così al grido del suo cuore: “Di Te ha detto il mio cuore: cercate il suo volto, il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27). Risposta tanto impossibile a immaginarsi prima che accadesse come avvenimento storico, quanto supremamente conveniente nel suo libero e totalmente gratuito manifestarsi. Per Giovanni e Andrea, per i primi che lo seguirono “Gesù Cristo… si rivela come una presenza che corrisponde in modo eccezionale ai desideri più naturali del cuore e della ragione umani. Egli mostra la propria eccezionalità perché è l’uomo di fronte a cui il cuore umano avverte la corrispondenza per cui è naturalmente fatto, e che non prova mai, neanche di fronte alle cose più coinvolgenti e belle della sua esistenza - se non altro per un sospetto di brevità che adombra un’ultima tristezza.

 

 

Nell’incontro con Cristo l’io sperimenta una passione per il proprio destino, una tenerezza verso la propria sete di felicità impensabili da parte di chiunque, che si condensano in quella domanda che nessun uomo ha mai rivolto a un altro uomo: “Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà tutto il mondo e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?” (Mt 16,26; cfr. Mc 8,3ss.; Lc 9, 25s.). E’ nell’appartenenza a Lui che il cuore dell’uomo che cerca il suo Destino percepisce la corrispondenza ultima, altrimenti impossibile: “Rimanete in me e io in voi… perché senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,4.6).

 

6. “Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 14, 12)

 

“Rimanete in me e io in voi” è l’esperienza possibile oggi nell’appartenenza, attraverso il Battesimo, alla compagnia della Chiesa, in cui si manifesta la contemporaneità di Cristo, l’unica in grado di consentirci di stare davanti al reale da uomini.“Essere contemporanei a Cristo è l’unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come consistenza di tutte le cose (Col 1), come inizio di un popolo nuovo (Gal 3), come criterio con cui affrontare la totalità dell’esperienza (cattolicità), e come origine di posizione culturale, di un punto di vista che permette di vagliare tutto e trattenere ciò che vale (1Ts 5)”.

 

La compagnia cristiana è il luogo in cui l’esperienza di quella novità di vita, altrimenti impossibile altrove, inizia a manifestare nel tempo, come albore, non come giorno pieno, la realtà della promessa fatta da Cristo ai suoi, che corrisponde alla grandezza delle attese del nostro cuore: “Chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi” (Gv 14,12).

 

L’opera più grande a cui accenna Cristo è, in ogni tempo, in ogni cultura, in ogni frangente storico, il cambiamento, la rinascita dell’io nell’incontro con Cristo e la sua libera appartenenza a Lui, che investe - spiega Carrón - “il modo stesso di guardare, di percepire, di giudicare, di sentire di manipolare, di trattare la realtà (personale, sociale, culturale, politica”. Cristo stesso insiste nella sua promessa. ‘Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già nel presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni e nel futuro la vita eterna’ (Mc 10, 29s.)

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.