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Fonte culturacattolica.it 14/05/2015

Autore Andrea Mondinelli

Ricevo da un amico e collaboratore queste riflessioni amare, dettate da un amore alla esperienza cristiana e sostenute da una amicizia sincera e stima nei confronti del Movimento di CL. Credo che siano di stimolo per tutti

 

Caro don Gabriele,
dopo la veglia con le Sentinelle in piedi, gli incontri con l’avv. Amato e il prof. Gandolfini, stupiti dall’assenza, molti amici mi chiedono: “Ma CL dov’è?”
A onore del vero, alcuni amici ciellini hanno attivamente partecipato sia alla veglia delle sentinelle, sia agli incontri, ma è mancato l’apparato ciellino, che da noi è poderoso. Da qui la domanda: “Ma CL dov’è?”
Tale diretta domanda, meriterebbe altrettanto diretta risposta dagli interessati. Io ne tento una mia, partendo dai documenti ed interventi scaricabili dal sito di CL. Prima di tutto devo rendere merito all’egregio lavoro operato dal settimanale Tempi. Ma la domanda resta: la base non si muove, perché mancano gli ordini dall’alto. Partirò da due documenti “politici”, scritti in vista delle elezioni europee del 2014 e della amministrative del 2015 dal titolo “Ripartire dal basso” (qui).
Partiamo dall’ultimo: qui si descrive un mondo post-ideologico “dopo il crollo delle ideologie”. È vero, forse, relativamente all’ideologie del 20° secolo, ma oggi ce ne sono di peggiori, p.e. l’ideologia Gender con cui non si può scendere a patti, né dialogare come chiede in senso generale tale documento: “«ciascuno metta a disposizione di tutti la sua visione e il suo modo di vivere. Questa condivisione ci farà incontrare a partire dall’esperienza reale di ciascuno e non da stereotipi ideologici che rendono impossibile il dialogo»”. Qui non si parla di Gender in senso assoluto, ma di questo se ne parla nel documento sulle elezioni europee 2014 (qui).
Non condivido l’analisi. Leggiamo:
“A partire dalla metà degli anni ’70 si sono sviluppati sempre più numerosi i “nuovi diritti”, con una forte accelerazione negli ultimi 15-20 anni. La loro matrice è quella brama di liberazione che è stata l’anima del ’68 – non a caso l’aborto è stato legalizzato per la prima volta nel 1973 negli Stati Uniti e in quegli stessi anni anche in Europa iniziavano a comparire le leggi sul divorzio e sull’aborto -. Oggi si sente parlare di diritto al matrimonio e all’adozione anche tra persone dello stesso sesso, diritto ad avere un figlio, diritto alla propria identità di genere, diritti dei transessuali, diritto del bambino a non nascere se non sano, diritto a morire, e la lista potrebbe continuare a lungo. Molti sentono questi nuovi diritti come un affronto, un vero e proprio attentato ai valori su cui per secoli si è fondata la civiltà occidentale, quella europea in particolare. Diciamo meglio: questi nuovi diritti esercitano una grande attrattiva su molte persone – e per questo si diffondono tanto facilmente -, mentre sono temuti da altri come fattori di distruzione della società. È intorno a questi temi di “etica pubblica” che oggi, non solo in Italia, ma in tutta l’Europa e in tutto il mondo si creano le fratture sociali più profonde e le controversie politiche più accese.
Perché questa strana mescolanza di fascino e di avversione? Proviamo a chiederci da dove originano i cosiddetti “nuovi diritti”. Ciascuno di essi nasce in ultima istanza da esigenze profondamente umane. Il bisogno affettivo, il desiderio di maternità e di paternità, la paura del dolore e della morte, la ricerca della propria identità eccetera. Ciascuno di questi nuovi diritti ha le sue radici nel tessuto di cui ogni esistenza umana è costituita. Di qui la loro attrattiva. Il moltiplicarsi dei diritti individuali esprime l’aspettativa che l’ordine giuridico possa risolvere i drammi umani e assicurare soddisfazione ai bisogni infiniti che abitano il cuore umano”.

Inciso: la matrice dell’aborto non è stata la brama di liberazione del ’68, ma un’operazione a tavolino che ha sfruttato tale movimento: basta studiarsi la storia dell’IPPF (Institute Planned Parenthood Federation).
Ma torniamo a bomba. Del brano colpisce l’atteggiamento neutro, il distacco rispetto a coloro che ritengono questi nuovi diritti un attacco mortale al cuore dell’uomo. A dire di Carrón, questo scontro provoca un atteggiamento di rottura nella società e nella politica di cui entrambi gli schieramenti sono responsabili. Ma l’errore più profondo di Carrón è che questi nuovi diritti nascano in ultima istanza da esigenze profondamente umane, addirittura i nuovi diritti hanno le radici nel tessuto di cui ogni esistenza umana è costituita! Invece, sono uno “sbaglio della mente umana”, che ha abbandonato il Creatore. Infatti, scrive che “Si tratta di un uomo che si concepisce come libertà assoluta, senza limiti, e che non tollera alcun tipo di condizionamento”. Ma questa è un’esigenza profondamente anti-umana, alla base della società anti-cristica. Con tale visione del mondo non si può scendere a patti. Carrón, invece, mette sullo stesso piano sia i propugnatori dei nuovi diritti dell’ideologia Gender, sia chi vi si oppone.
Scrive:
Che cosa ci dice tutto ciò riguardo alla situazione dell’uomo oggi? Quanto detto giudica anche quei tentativi che si contrappongono a questa tendenza, ma senza mettere in discussione l’impostazione comune. Taluni, infatti, si aspettano da una legislazione contraria la soluzione dei problemi e così evitano anch’essi il dibattito sui fondamenti. Certamente una legislazione giusta è sempre migliore di una sbagliata, ma la storia recente dimostra che nessuna legge giusta di per sé è riuscita a impedire la deriva che vediamo davanti ai nostri occhi. Ambedue gli schieramenti condividono la stessa impostazione. Per entrambi valgono le parole di T.S. Eliot: «Essi cercano sempre d’evadere / Dal buio esterno e interiore / Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono» (Cori da “La Rocca”, Bur, Milano 2010, p. 89). Ciò riguarda tanto gli uni quanto gli altri”.

Noi ci opponiamo a questa deriva e pure mettiamo in discussione quella che Carrón definisce l’impostazione comune (?). Non escludiamo affatto la domanda «Ed io che sono?», lo sappiamo bene chi siamo e dove risiede la nostra dignità. Noi combattiamo per i principi primi, che sono non negoziabili per definizione. Tra di essi ci sono pure gli assiomi della logica, tra cui il principio di identità e di non contraddizione. Gli assiomi sono i primi principi indimostrabili, e proprio perché sono indimostrabili godono di una dignità altissima: non dipendono da niente e da nessuno. I medievali per significare il primato assoluto di questi principi usarono il temine dignitas, li chiamarono dignitates. “Dignitas, e assioma hanno lo stesso significato, assioma è traslitterazione dal greco, “axiòs” vuol dire “valore, ciò che ha dignità”. La dignità della persona umana è ciò per cui la persona non dipende da nulla e tutto dipende da lei, così come i primi principi non dipendono dalle conclusioni ma le conclusioni dipendono dai principi. Perché la persona umana non può essere usata? Perché la persona umana può essere designata come dignitas? È necessario rispondere altrimenti dire che la persona umana ha una dignità è come un francobollo che si mette su una busta, una parola appiccicata. Dunque in radice la dignità della persona umana da cosa dipende? Dalla presenza di Dio: dal fatto che in noi intimamente è presente Dio. Infatti la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio. Ecco chi siamo!
Noi non abbiamo bisogno di evadere, né di essere buoni, come dice T.S. Eliot, ma di essere redenti dal Preziosissimo Sangue di Cristo. Preziosissimo in ogni singola goccia, versato per ogni nostro singolo peccato. Noi non condividiamo la stessa impostazione di coloro che propugnano l’ideologia gender, ma non abbiamo paura di contrastarla perché distruttiva dell’uomo e della stessa redenzione. Scrive il Card. Caffarra in “Perché non posso tacere. Appello ai fedeli di Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, 13 aprile 2014”:
“Non mi interessa dunque l’aspetto etico della cosa; e non è di temi etici che parlo. Purtroppo la questione è molto più profonda. E’ una questione antropologica. Si sta gradualmente introducendo nella nostra convivenza una visione dell’uomo che erode e devasta i fondamentali della persona umana come tale. Non è di condotte quindi ciò di cui stiamo discutendo. E’ la persona umana come tale che è in pericolo, poiché si stanno ridefinendo artificialmente i vissuti umani fondamentali: il rapporto uomo – donna; la maternità e la paternità; la dignità e i diritti del bambino. Carissimi fedeli, entriamo nella Settimana Santa. Perché Dio si è fatto uomo? Perché è morto crocifisso? Non c’è che una risposta: perché ricco di misericordia, ha amato perdutamente l’uomo. Ogni volta che ferisci l’uomo; che lo depredi della sua umanità, tu ferisci il Dio – uomo. Tu neghi il fatto cristiano. Ecco perché non ho potuto tacere. Perché non sia resa vana la Croce di Cristo”. Sono in questione le relazioni fondamentali che strutturano la persona umana. E Caffarra finisce con questa bellissima citazione del mio amato Chesterton: «Non c’è che un peccato: dire che una foglia verde è grigia, per questo il sole in cielo rabbrividisce … non c’è che un credo: sotto l’ala di nessun terrore al mondo le mele dimenticano di maturare sui meli».

Con la chiarezza intellettuale e la lucidità comunicativa che lo caratterizza, ben ebbe a dire Papa Benedetto XVI: “L’ideologia di genere è la più grande sfida che la Chiesa ha di fronte” (discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2012).
Invece, CL non scende in campo con tutte le sue potenzialità perché non la ritiene una battaglia fondamentale in difesa della persona umana, non la ritiene la più grande sfida che la Chiesa ha di fronte. Questo è un errore dovuto all’eccesso di correzione di una posizione erronea. Scrive Carrón negli ultimi esercizi spirituali di Rimini: “Così può accadere anche a noi di rientrare nella osservazione critica che don Giussani fece nell’anniversario della Redemptor hominis, la prima enciclica di san Giovanni Paolo II (era il 1994): «Altre associazioni cattoliche sono rimaste più colpite dai documenti sull’aborto, sulla inseminazione artificiale, sul divorzio, che neanche dall’enciclica su Cristo redentore dell’uomo»”. Per questo Carrón scrive: “la battaglia per la difesa dei valori è divenuta nel tempo così prioritaria da risultare più importante rispetto alla comunicazione della novità di Cristo, alla testimonianza della sua umanità”. Se questo è vero, e non ho dubbi visto che lo dicono loro, allora stanno compiendo l’errore opposto. Infatti, San Giovanni Paolo II scrisse nel 1995 l’enciclica Evangelium vitae, il cui centro è niente meno che il Sacro Cuore di Gesù, in cui risulta altrettanto chiaro che la difesa della vita non è semplice orpello, ma parte integrante della nuova evangelizzazione. Ecco alcuni significativi passi dell’enciclica:
Il Vangelo della vita sta al cuore del messaggio di Gesù. Accolto dalla Chiesa ogni giorno con amore, esso va annunciato con coraggiosa fedeltà come buona novella agli uomini di ogni epoca e cultura. N. 1 EV
• Ciascun uomo, proprio a motivo del mistero del Verbo di Dio che si è fatto carne (cf. Gv 1, 14), è affidato alla sollecitudine materna della Chiesa. Perciò ogni minaccia alla dignità e alla vita dell’uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa, non può non toccarla al centro della propria fede nell’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura (cf. Mc 16, 15). Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa. N. 3 EV
• Gesù è l’unico Vangelo: noi non abbiamo altro da dire e da testimoniare. È proprio l’annuncio di Gesù ad essere annuncio della vita. N. 80 EV
• Si tratta di annunciare anzitutto il centro di questo Vangelo. […] Nello stesso tempo, si tratta di additare tutte le conseguenze di questo stesso Vangelo, che così si possono riassumere: la vita umana, dono prezioso di Dio, è sacra e inviolabile e per questo, in particolare, sono assolutamente inaccettabili l’aborto procurato e l’eutanasia; la vita dell’uomo non solo non deve essere soppressa, ma va protetta con ogni amorosa attenzione; la vita trova il suo senso nell’amore ricevuto e donato, nel cui orizzonte attingono piena verità la sessualità e la procreazione umana; in questo amore anche la sofferenza e la morte hanno un senso e, pur permanendo il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di salvezza; il rispetto per la vita esige che la scienza e la tecnica siano sempre ordinate all’uomo e al suo sviluppo integrale; l’intera società deve rispettare, difendere e promuovere la dignità di ogni persona umana, in ogni momento e condizione della sua vita. N. 81 EV.
• Circondati dalle voci più contrastanti, mentre molti rigettano la sana dottrina intorno alla vita dell’uomo, sentiamo rivolta anche a noi la supplica indirizzata da Paolo a Timoteo: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina» (2 Tm 4, 2). Questa esortazione deve risuonare con particolare vigore nel cuore di quanti, nella Chiesa, partecipano più direttamente, a diverso titolo, alla sua missione di «maestra» della verità. N. 82 EV
• Maria aiuta così la Chiesa a prendere coscienza che la vita è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Il drago vuole divorare «il bambino appena nato» (Ap 12, 4), figura di Cristo, che Maria genera nella «pienezza del tempo» (Gal 4, 4) e che la Chiesa deve continuamente offrire agli uomini nelle diverse epoche della storia. Ma in qualche modo è anche figura di ogni uomo, di ogni bambino, specie di ogni creatura debole e minacciata, perché — come ricorda il Concilio — «con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo».140 Proprio nella «carne» di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo. È questa la verità affascinante ed insieme esigente che Cristo ci svela e che la sua Chiesa ripropone instancabilmente: «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me» (Mt 18, 5); «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40) N. 104 EV
Non si può separare temporalmente l’impegno in favore della vita dalla nuova evangelizzazione, perché sono un tutt’uno: “L’evangelizzazione è un’azione globale e dinamica, che coinvolge la Chiesa nella sua partecipazione alla missione profetica, sacerdotale e regale del Signore Gesù. Essa, pertanto, comporta inscindibilmente le dimensioni dell’annuncio, della celebrazione e del servizio della carità. È un atto profondamente ecclesiale, che chiama in causa tutti i diversi operai del Vangelo, ciascuno secondo i propri carismi e il proprio ministero. Così è anche quando si tratta di annunciare il Vangelo della vita, parte integrante del Vangelo che è Gesù Cristo. Di questo Vangelo noi siamo al servizio, sostenuti dalla consapevolezza di averlo ricevuto in dono e di essere inviati a proclamarlo a tutta l’umanità «fino agli estremi confini della terra» (At 1, 8). Nutriamo perciò umile e grata coscienza di essere il popolo della vita e per la vita e in tal modo ci presentiamo davanti a tutti” (n. 78 di EV). Non ci si può sottrarre dalla battaglia della vita.
La testimonianza di vita non può, né deve essere disgiunta dalla proclamazione del Vangelo e dalla conoscenza del Magistero. Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II il 6 febbraio 2004 nell’Udienza ai Partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede (qui): “Certo la testimonianza della vita è la prima parola con cui il Vangelo viene annunciato, tale parola non è però sufficiente “se il nome, l’insegnamento, la vita e le promesse, il Regno ed il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non sono proclamati” (Evangelii nuntiandi, 22). Questo chiaro annuncio è necessario per muovere il cuore ad aderire alla buona notizia della salvezza. Ciò facendo, si rende un enorme servizio agli uomini che cercano la luce della verità. Certo, il Vangelo esige la libera adesione dell’uomo. Ma perché tale adesione possa essere espressa, il Vangelo va proposto, poiché “le moltitudini hanno diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, nel quale crediamo che tutta l’umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca su Dio, sull’uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità...” (Redemptoris missio, 8). La piena adesione alla verità cattolica non diminuisce, ma esalta la libertà umana e la sollecita verso il suo compimento, in un amore gratuito e colmo di premura per il bene di tutti gli uomini”.
«Promuovere e tutelare la verità della fede cattolica» è un compito che, proprio davanti alla Congregazione vaticana a questo deputata, San Giovanni Paolo II ha definito ancora una volta fondamentale. Quella del Magistero – ha spiegato ancora il Papa – è una «parola autorevole che fa luce su una verità di fede o su alcuni aspetti della dottrina cattolica contestati o travisati da particolari correnti di pensiero e di azione». L’udienza alla plenaria della Congregazione per la dottrina della fede ha offerto tuttavia al Papa l’occasione per soffermarsi su altri due temi importanti. Innanzi tutto il concetto di legge morale naturale, quelle «norme prime ed essenziali, patrimonio della sapienza umana, sulla base delle quali si può costruire una piattaforma di valori condivisi». Si tratta di un cardine oggi in molti ambienti messo in discussione; con la conseguenza da una parte «della diffusione tra i credenti di una morale di carattere fideista» e, dall’altra, della mancanza «di un riferimento oggettivo per le legislazioni, che spesso si basano solo sul consenso sociale».
Sono temi – ha ricordato Giovanni Paolo II – già affrontati nelle encicliche Veritatis splendor e Fides et ratio. «Purtroppo – ha aggiunto però – questi insegnamenti non sembra siano stati recepiti finora nella misura auspicata».

Non è certo un caso che il papa emerito Benedetto XVI dice quali sono state a suo giudizio le encicliche più importanti di Giovanni Paolo II (qui). Su quattordici encicliche, egli indica le seguenti:
- la “Redemptor hominis” del 1979, in cui papa Wojtyla “offre la sua personale sintesi della fede cristiana”, che oggi “può essere di grande aiuto a tutti quelli che sono in ricerca”;
- la “Redemptoris missio” del 1987, che “mette in risalto l’importanza permanente del compito missionario della Chiesa”;
- la “Evangelium vitae” del 1995, che “sviluppa uno dei temi fondamentali dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sia dal primo istante del concepimento”;
- la “Fides et ratio” del 1998, che “offre una nuova visione del rapporto tra fede cristiana e ragione filosofica”.
- la “Veritatis splendor” del 1993, sui fondamenti della morale. L’enciclica forse più trascurata e inapplicata tra tutte quelle di Giovanni Paolo II, ma che Ratzinger dice doveroso studiare e assimilare oggi.
Non basta la testimonianza e l’accompagnamento, stile fiaccolata, come pare essere la strada intrapresa dal Movimento. Questo, a mio parere, è il motivo dell’assenza di CL, ma non di tanti ciellini che partecipano attivamente a questa grande lotta tra il bene e il male.
   

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