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Fonte tempi.it  18/08/2015

Autore Lucetta Scaraffia

Non ho mai visto un prete entusiasta della sua scelta come lui. E ogni fase della sua vita è stata vissuta come un segno, un compito affidatogli da Dio, che lui cercava di svolgere nel migliore dei modi.

 

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Pubblichiamo l’articolo apparso oggi sull’Osservatore Romano e intitolato “Orfani di un prete” – Lascia tanti orfani don Ciccio — così tutti chiamavano monsignor Francesco Ventorino, spentosi il 17 agosto dopo una lunga e dolorosa malattia — perché tanti siamo, grazie alla sua grande generosità, gli amici diventati anche figli spirituali. Tanti ad aver conosciuto l’affetto traboccante dai suoi grandi occhi neri che si accendevano appena ci vedeva e le braccia che si aprivano, e non per un saluto formale: era un’accoglienza vera, profonda, quella che ci faceva sentire. I suoi occhi attenti ci leggevano dentro, ma ci sentivamo amati lo stesso, per come eravamo, nei nostri limiti e nelle nostre contraddizioni.

Don Ciccio ci amava tutti, e sapeva farlo sentire con un calore e una forza che pochi hanno. Tutte le volte che mi capitava di incontrarlo — a Catania o in qualche luogo dove lo portava una vita che per molti anni è stata piena di spostamenti, oppure quando trovava un buco di qualche ora per venirci a trovare a casa — sentivo il calore e la profondità di questo incontro, anche prima di uno scambio di pensieri e di parole. Don Ciccio credeva fortemente nell’amicizia, in quel legame elettivo fra esseri umani che, come lui sapeva, solo può illuminare la vita, e arrivare talvolta a cambiarla. E sapeva che le amicizie vanno coltivate, nutrite costantemente, intessute di preghiere reciproche. Solo così diventano il punto di forza sul quale appoggiarsi anche nei momenti del dolore, dell’incertezza e dell’angoscia.

Non ho mai visto un prete entusiasta della sua scelta come lui. E ogni fase della sua vita è stata vissuta come un segno, un compito affidatogli da Dio, che lui cercava di svolgere nel migliore dei modi.

Così è stata la scelta di entrare in Comunione e liberazione — della quale lo definirei quasi cofondatore — al seguito di un gruppo di allievi nei quali aveva visto riaccendersi la luce della fede e dell’evangelizzazione. Ma anche se parlava di loro come del “suo popolo”, della “sua gente”, e sempre con entusiasmo, non ha mai fatto nulla per spingermi a farne parte, neppure in forma di implicita propaganda. Don Ciccio era innanzi tutto un prete, e come prete si poneva davanti a ciascuno, prescindendo dalla sua appartenenza al movimento. Un prete moderno nell’entusiasmo e nell’apertura al nuovo, ma saldamente ancorato alla dottrina della Chiesa, sulla quale non transigeva. Sapeva essere anche severo, se lo riteneva necessario, come ogni vero educatore.

Riteneva molto importante, per la vita spirituale dei suoi amici, il pellegrinaggio in Terra santa e quasi ogni anno, fin che ha potuto, ne ha guidato uno. Ho avuto la fortuna di seguirlo in questo percorso, e di trovare, al suo fianco e per suo tramite, la freschezza del messaggio evangelico nei luoghi dove venne proclamato. Non diceva cose particolari don Ciccio, anche se niente di banale e di scontato è mai uscito dalla sua bocca: fondamentale era condividere il pellegrinaggio con lui, immettersi nella sua frequenza — si potrebbe dire — e così scoprire quanto Gesù, nella sua realtà umana e divina, sia presente in quei luoghi.

Negli ultimi anni don Ciccio, già molto affaticato dalla malattia e messo da parte dal movimento — un’evidenza che però si guardava bene dal commentare — aveva iniziato una nuova missione, che lo appassionava e riempiva di soddisfazione: era diventato cappellano del carcere di Catania. E lì il suo grande sorriso, la sua fiducia nella bontà nascosta in ogni essere umano, la sua capacità di leggere i cuori e di consolarli, avevano fatto miracoli: si susseguivano battesimi e matrimoni, conversioni imprevedibili, condivisioni di dolori e di aspirazioni. Il vecchio prete, prigioniero della sua malattia, si trovava perfettamente a suo agio con quegli uomini duri e al tempo stesso sofferenti, spesso non italiani e neppure cristiani, chiusi nelle mura del carcere. Lì ritrovava il senso profondo della sua vocazione, ancora una volta la conferma del suo essere soprattutto prete.

Ha scritto libri, alcuni di teologia morale, altri dedicati a ricostruire la storia, e soprattutto lo spirito, del movimento di Comunione e liberazione nel periodo in cui si era identificato con esso, e articoli per questo giornale. E ha insegnato per vari anni storia e filosofia nelle scuole secondarie e teologia nell’istituto teologico catanese. Ma nonostante questo definirlo un intellettuale sarebbe una limitazione: lui stesso ne avrebbe sorriso con bonaria ironia. Da quando, a undici anni, era entrato nel seminario minore, don Ciccio è stato soprattutto un prete. Un buon prete.

 
   

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