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Fonte Libertaepersona.org 30/08/2015

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo di due lettori vicini al Movimento di CL.

Siamo due fidanzati che, in periodi diversi, hanno frequentato il Movimento di Comunione e Liberazione.
Per entrambi l’incontro con il Movimento è stato un momento importante per muovere i primi passi nella fede da persone adulte e coscienti, dopo la fin troppo nota ribellione adolescenziale. Nel Movimento abbiamo trovato delle amicizie sane, molte delle quali profonde e durature, e un appuntamento settimanale – la Scuola di Comunità – per aiutarci a riflettere su come vivere la fede nella nostra quotidianità di studenti e/o di lavoratori.

 

Nonostante questi aspetti indubbiamente positivi, tuttavia, ben presto abbiamo cominciato ad avvertire dei limiti nel Movimento, che riassumeremo qui in due punti.
La prima difficoltà che abbiamo riscontrato risiede nel fatto che troppo spesso ci sembrava di parlare di cose troppo lontane da noi, di passare il tempo a fare ragionamenti filosofici che – seppur interessanti – erano troppo distanti dalla concretezza della nostra vita.
Ragionando a posteriori su questo nostro ‘disagio’ abbiamo capito che probabilmente esso trovava una duplice spiegazione.
Innanzitutto nel fatto che i libri di don Giussani, sui quali eravamo chiamati a lavorare per poi confrontarci, sono stati scritti in un’epoca in cui le persone avevano chiari i fondamenti del Catechismo e potevano quindi permettersi di dare per scontati diversi passaggi preliminari. Pretendere che oggi valga lo stesso principio è, a nostro giudizio, fuori luogo: sarebbe come pretendere che dei bambini di prima elementare gustino la bellezza della prosa manzoniana, quando ancora vacillano tra le lettere dell’alfabeto! A questo aspetto è legato il modo di esprimersi tipico dei ciellini, caratterizzato da un uso – alle volte esagerato – di quelle che abbiamo definito ‘le parole jolly’: Mistero, presenza, compagnia… parole altisonanti, ma che spesso ci risultavano incomprensibili e ci impedivano di cogliere in profondità il senso di quanto veniva detto.
Un secondo fatto è che nel Movimento si parlava tanto, ma si pregava poco. Fermo restando la Santa Messa infrasettimanale in ogni città e la recita delle Lodi tra studenti e anche tra qualche gruppo di lavoratori, non abbiamo trovato un aiuto vero per crescere nel nostro rapporto personale con il Signore. Naturalmente con questo non intendiamo puntare il dito o giudicare il modo di vivere la fede di alcuni, presentiamo solamente una cosa che noi abbiamo sentito come mancante. Quasi fossero più importanti i rapporti di amicizia di carattere orizzontale – con le persone della propria Scuola di Comunità, piuttosto che con quelli del coro –, piuttosto che privilegiare un’amicizia in verticale, con Gesù, dalla quale far poi discendere tutto il resto.

Abbiamo deciso di portare questo nostro contributo con l’intento di fornire nuovi spunti di riflessione in un momento in cui, dopo l’ultima edizione del Meeting, è emerso chiaramente la difficoltà di CL.

Siamo legati al Movimento e siamo consapevoli del valore che ha avuto nella nostra vita, ed è proprio per questo che ci dispiace vedere come, in virtù di una presunta ‘non contrapposizione’, stia venendo meno al suo carisma originario. Quel carisma che trovava il proprio essere nel vivere concretamente la sottomissione alla volontà del Signore in tutti gli atti del quotidiano, dalla mattina appena svegli alla sera. Una fede fatta di piccole cose, molto concreta, ma forte nella testimonianza e pronta a giudicare i fatti della vita, dicendo chiaramente: “Sì, sì o no, no”. Perché in fondo quel che conta è questo: stare con il Signore sempre, anche quando il mondo e la nostra volontà peccatrice ci vorrebbero portare altrove.

   

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