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Fonte culturacattolica.it 12/09/2015

Curatore don Gabriele Mangiarotti

Durante il recente Meeting di Rimini, Gianni Riotta ha messo in guardia, in un incontro a 10 anni dalla scomparsa di Don Luigi Giussani, da un uso spregiudicato delle citazioni dello stesso Giussani, un uso cioè funzionale a fargli dire ciò che abbiamo in mente noi.
Proprio nello stesso incontro, tuttavia, Massimo Borghesi cade nello stesso tranello nell’utilizzare una citazione di Don Giussani.

Borghesi premette che tale citazione, evidentemente a differenza delle altre che sono da considerare caduche, deve – non si sa bene perché – fare da “segnavia” per il Movimento di Comunione e Liberazione, e infatti la mette ad esergo del suo libro “Luigi Giussani” (Edizioni di Pagina, Bari, 2015). Si tratta di una delle citazioni di Don Giussani fatte dal Papa durante l’udienza del 7 Marzo scorso: «Il cristianesimo non si realizza mai nella storia come fissità di posizioni da difendere, che si rapportino al nuovo come pura antitesi; il cristianesimo è principio di redenzione, che assume il nuovo, salvandolo».
Vediamo di cosa si tratta. Nel sito vatican.va https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/march/documents/papa-francesco_20150307_comunione-liberazione.html la citazione è erroneamente riportata come tratta da un libro del 1967 (e il Papa nel suo discorso ha detto: “Questa sarà intorno al 1967”). In realtà si trova a pagina 119 del libro “Porta la speranza. Primi scritti”, edito da Marietti nel 1997 a cura di Elisa Buzzi.
Il brano citato è tratto da un articolo accademico scritto da Don Giussani nel 1954 e pubblicato su “La scuola cattolica” prima di dare inizio all’esperienza che avrebbe portato alla nascita di GS. L’articolo fa parte di un gruppo di scritti composti tra il 1949 e il 1954 nel periodo di studi e insegnamento al seminario di Venegono.
In particolare, l’articolo in questione (pp. 114-134 del libro) fu scritto in vista di un incontro ecumenico tra protestanti e ortodossi che si sarebbe svolto negli Stati Uniti di lì a poco, nell’estate del 1954, e rientrava nell’ambito degli studi di Don Giussani sulla teologia protestante americana.
Leggendo l’articolo, si capisce bene che la prospettiva in cui Giussani situa la frase è quella ecumenica. Vi era allora un dibattito tra due linee di pensiero, entrambe presenti nel protestantesimo americano: una riteneva che nel dialogo ecumenico bisognasse prima affrontare le questioni dottrinali; un’altra, che Giussani critica, sosteneva lo sforzo di perseguire l’unione tra i cristiani di diverse confessioni intorno a qualche oggetto di morale, di cultura, di civiltà, in una specie di fronte comune di tutta la cristianità. Giussani bolla questo come “impazienza” e come “un pericolo”. Per questo dice che “la difesa di una civiltà, sia pur carica di valori spirituali e di influssi cristiani, non può costituire duratura forma di unità cristiana. L’impazienza per l’immediato distruggerebbe la sapienza che guarda all’avvenire”. E qui segue la frase citata.
Comunque la si giri, non si tratta una citazione che affronta il tema della dissoluzione della civiltà cristiana e della testimonianza dei cristiani in un mondo incristiano. “Assumere il nuovo” in questo caso si riferisce alle posizioni dei fratelli di altre confessioni cristiane, e non si può automaticamente riferire al gender, ai matrimoni gay, alla compravendita dei bambini o ad altre diavolerie dell’ “uomo di domani”. Una volta decontestualizzata, la citazione è svuotata di riferimenti e quindi buona per tutte le stagioni, ovvero – come ammonisce Riotta – per confermare le nostre idee.

Lettera firmata

   

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