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Fonte culturacattolica.it 15/09/2015

Autore don Gabriele Mangiarotti

Obbedire è la decisione di non delegare la tua libertà a nessuna dinamica estranea alla verità. Verità e libertà vanno insieme. Ma qui è il punto. Quest’obbedienza richiede due condizioni: che sia presente e che sia prossima un’amicizia concreta. (Luigi Giussani, In cammino, p. 79)

Nessuno ha il monopolio del movimento, che è un dono che il Signore fa alla sua Chiesa, al mondo intero, ma prima di tutto a me, a ciascuno di noi. Questo genera una responsabilità che non si può delegare, che Don Giussani ci ha insegnato e richiesto con una passione esaltante. Lui, che a nessuno ha detto di andare via dal movimento, magari soffrendo per quello che accadeva. Ho riportato sul sito CulturaCattolica.it un articolo a proposito di una affermazione di Don Giussani indicata da Borghesi come sintesi attuale del cammino del movimento. Sui social network questo articolo ha suscitato molti commenti, sia favorevoli che contrari. Per poterli vedere ho chiesto a Massimo Borghesi l’amicizia su Facebook e così mi sono trovato di fronte a molte considerazioni, che mi hanno fatto riflettere, sperando nella apertura di un dialogo serio, nella certezza che porre domande non sia una caratteristica dei nemici, ma renda possibile l’approfondimento di un cammino comune e di una crescita sostanziale. Mi ha dato conforto la risposta di Borghesi alla mia richiesta di amicizia, perché mi pare possa consentire un cammino comune. Ne riporto alcune considerazioni: «Caro don Gabriele sono lieto della sua richiesta di amicizia. Soprattutto dopo la la pubblicazione della Lettera, critica nei miei confronti, sul suo blog che ho letto ieri. Lei troverà nella mia pagina annotazioni decisamente critiche sulla lettera. Non deve sorprendersi… Sono contento, lo ripeto, della sua richiesta di amicizia. Spero che questo ci permetta, quanto meno in privato, di comunicare e di superare possibili equivoci. Sarei lieto se lei potesse leggere il mio volume su Giussani. In esso ho mostrato come le due prospettive che oggi si affrontano dentro Cl, quella della testimonianza e quella dell’impegno pubblico, non sono alternative in Giussani. Se c’è una priorità dell’una sull’altra si tratta di una priorità ideale, di un accento, non certo di un’esclusione. Né tanto meno di una contrapposizione dialettica. Se la fede investe la totalità della storia non si capirebbero le esclusioni. Un saluto molto cordiale.»
Purtroppo non tutti i commenti hanno questo tono. Ne riporto uno che mi ha fatto riflettere, perché non ha affatto il timbro e le caratteristiche che io ho imparato (e con me tanti altri) da don Giussani. Scrive Laura Rabini: «è gravissimo che ambienti cattodestrorsi manipolino e distorcano la storia del Movimento a loro uso e consumo creando questo falsissimo mito inventato di quello che sarebbe stato il movimento in passato contrapponendolo a quello che sarebbe ora, ma soprattutto che ci caschino tanti vecchi ciellini. Una cosa vomitosa. Non ci capivano allora e oggi meno che meno. Vorrebbero mimare nell’oggi azioni che, nel passato, avevano il senso di una presenza nell’ambiente (di allora, oggi profondamente cambiato), come se si trattasse di una prassi, di una pratica sportiva... vorrebbero riprodurla nell’ambiente di oggi come una saga eroica, ma con effetto tragicomico».
Non posso che riprendere quella consegna che don Giussani ha dato agli universitari in uno degli ultimi incontri. Riportava le parole di un padre ai figli: «Amate il movimento, figli miei, parlatene ai vostri figli, perché è la ricchezza più grande che vi sia stata data. Vi abbraccio».
Ripensando a questa esperienza, alla possibilità di confrontarsi, indicata da Massimo Borghesi, o alla chiusura settaria di Laura Rabini, mi è tornata in mente questa pagina bellissima di Antoine de Saint-Exupéry, che vi invito a riprendere integralmente (si trova nel libro Pilota di guerra alle pagg. 168-171) sperando che uno sguardo (e una sigaretta) facciano di più che il settarismo ideologico.

«Fu nel corso di un servizio speciale durante la guerra civile in Spagna. Avevo avuto l’imprudenza di assistere di frodo, verso le tre del mattino, a una spedizione segreta di materiale in una stazione-merci. I movimenti agitati degli uomini e una certa oscurità sembravano favorire la mia indiscrezione. Suscitai il sospetto dei miliziani anarchici.
Fu una faccenda molto semplice. Non avevo ancora fatto caso al loro avvicinarsi con passo elastico e silenzioso, e già mi chiudevano in mezzo dolcemente, come le dita di una mano. La canna delle carabine mi sfiorò leggermente il ventre e il silenzio mi parve solenne. Alzai le braccia.
Osservai che fissavano non il mio viso, ma la mia cravatta (la moda di un quartiere anarchico sconsigliava quest’oggetto d’arte). La carne mi si contrasse. Aspettavo la scarica, era l’epoca dei giudizi sommari. Ma non ci fu nessuna scarica. Dopo alcuni secondi di un vuoto assoluto, durante i quali le squadre al lavoro parvero danzare in un altro universo una specie di balletto di sogno, i miei anarchici, con un leggero movimento della testa, mi fecero segno di precederli e ci mettemmo in marcia, senza fretta, attraverso vie stabilite. […] Io parlo spagnolo ma ignoro il catalano. Compresi tuttavia che volevano le mie carte. Le avevo dimenticate all’albergo. Risposi: «Albergo... Giornalista...», senza conoscere se il mio linguaggio significasse per loro qualche cosa. I militi si passarono di mano in mano il mio apparecchio fotografico come arma del delitto. Alcuni di quelli che sbadigliavano, accasciati sulle loro sedie sbilenche, si alzarono con una sorta di noia e si addossarono al muro.
L’impressione dominante era quella della noia. Della noia e del sonno. Il potere di attenzione di quegli uomini era esaurito. Avrei quasi desiderato una prova di ostilità, come contatto umano. Ma non mi onoravano di alcun segno di collera, e neanche di disapprovazione. Tentai a più riprese di protestare in spagnolo. Le mie proteste caddero nel vuoto. Mi guardavano senza reagire, come avrebbero guardato un pesce cinese in un acquario.
Aspettavano. Che cosa aspettavano? Il ritorno di uno di loro? L’alba? pensavo: «Forse aspettano di aver fame...».
Mi dicevo: «Commetteranno una sciocchezza! È assolutamente ridicolo!...». Il sentimento che provavo - molto più forte che un sentimento di angoscia - era disgusto dell’assurdo. Pensavo: «Se si scaldano, se vogliono agire, tireranno!».
Mi trovavo veramente in pericolo, sì o no? Ignoravano ancora che non ero un sabotatore, non una spia, ma un giornalista? Che le mie carte d’identità si trovavano all’albergo? Avevano preso una decisione? Quale?
Non sapevo nulla di loro, se non che fucilavano senza grandi scrupoli di coscienza. Le avanguardie rivoluzionarie, di qualunque partito siano, danno la caccia non agli uomini (non valutano l’uomo nella sua sostanza), ma ai sintomi. La verità dell’avversario apparisce loro come una malattia epidemica. […] A una roulette cieca si giuocava la mia pelle. […] È allora che avvenne il miracolo. Oh un miracolo molto discreto. Non avevo sigarette. Uno dei miei carcerieri fumava e lo pregai, con un gesto, di cedermene una, e abbozzai un vago sorriso. Dapprima l’uomo si stirò, si passò lentamente la mano sulla fronte, alzò gli occhi in direzione non più della mia cravatta, ma del mio volto, e, con mio grande stupore, anche lui abbozzò un sorriso. Fu come il sorgere della luce.
Quel miracolo non risolse il dramma, semplicemente lo cancellò, come la luce l’ombra. Era come se nessun dramma fosse avvenuto. Quel miracolo non modificò nulla che fosse visibile. La cattiva lampada a petrolio, un tavolo con carte sparse, gli uomini addossati al muro, il colore degli oggetti, l’odore, tutto persisteva. Ma ogni cosa fu trasformata nella sua stessa sostanza. Quel sorriso mi liberava. Era un segno tanto definitivo, tanto chiaro nelle sue conseguenze imminenti, irreversibile come l’apparizione del sole. Apriva un’èra nuova. Nulla era cambiato. Il tavolo con le carte sparse diventava vivo. La lampada a petrolio diventava viva. I muri erano vivi. Il tedio trasudato dagli oggetti morti di quella cantina si alleviava per incanto. Era come se un sangue invisibile avesse ricominciato a circolare, ricomponendo tutte le cose in un medesimo corpo, e restituendo loro un significato.
Neppure gli uomini si erano mossi, ma mentre un attimo prima apparivano remoti da me più che una specie antidiluviana, ora nascevano a una vita vicina. Provavo una straordinaria sensazione di presenza. Proprio questo: di presenza! E sentivo la mia parentela.
Il giovane che mi aveva sorriso e che un attimo prima era soltanto una funzione, un arnese, una sorta d’insetto, ora si rivelava un po’ goffo, quasi timido, di una meravigliosa timidezza. Non che fosse meno brutale di un altro, quel terrorista! ma l’avvento dell’uomo in lui lumeggiava così bene la sua parte vulnerabile! Ci diamo grandi arie, noi uomini, ma nel segreto del cuore conosciamo l’esitazione, il dubbio, la sofferenza...
Nulla ancora era stato detto. Eppure tutto era risolto. Posai la mano, in segno di ringraziamento, sulla spalla del milite, quando lui mi porse la sigaretta. E poiché - una volta rotto il ghiaccio - gli altri militi ridiventavano an- ch’essi uomini, entrai nel sorriso di loro tutti come in un paese nuovo e libero.
Entrai nel loro sorriso come un tempo nel sorriso dei nostri salvatori del Sahara. Avendoci ritrovati dopo giorni di ricerche, avendo atterrato il meno lontano possibile, i camerati venivano verso di noi a gran passi, facendo oscillare ben visibilmente, a braccia tese, gli orci d’acqua. Del sorriso dei salvatori se ero naufrago, del sorriso dei naufraghi se ero salvatore, mi ricordo come di una patria dove mi sentivo tanto felice. Il piacere vero è piacere di convitato. Il salvataggio non era che l’occasione di quel piacere. L’acqua non ha il potere d’incantare se non è, prima di tutto, dono della buona volontà degli uomini.
Le cure prodigate al malato, l’accoglienza offerta al proscritto, il perdono stesso, valgono solo grazie al sorriso che illumina la festa. Ci raggiungiamo nel sorriso al di sopra dei linguaggi, delle caste, dei partiti. Siamo i fedeli di una stessa Chiesa, il tale con le sue usanze, io con le mie.»
   

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