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Fonte culturacattolica.it 30/10/2015

[Questo articolo è stato rimosso dal sito culturacattolica.it]

Autore don Gabriele Mangiarotti

Non ero presente al collegamento all’ultima Scuola di Comunità. Ho partecipato però alla riunione dei Responsabili della mia comunità. E ho sentito il racconto della donna che ha abortito 12 volte e della reazione del medico. E ho colto in chi l’ha raccontato il compiacimento per questa «misericordia». Ho poi letto la trascrizione dell’incontro, con le parole del medico. E poi ancora ho notato che, senza alcuna spiegazione parte di queste parole è stata cancellata dal sito, arrivando al paradosso di affermare che il medico si è commosso dopo avere sentito che la signora aveva abortito («…ho avuto anche degli aborti». A quel punto mi sono commossa davanti a lei…)
Mentre l’originale diceva: “Allora io sono intervenuta: «Ma come, “degli” aborti?». «Eh sì, più di uno: dodici». «Ma non ti dispiace?». «Eh no, perché, insomma, non era colpa mia. Adesso io voglio solo il cioccolato, all’epoca volevo altre cose...». E allora le ho detto: «Ma non ti dispiace che non ti dispiaccia?». «No»”
Certo, la versione originale strideva con quanto don Giussani ci aveva raccontato a proposito dell’episodio di quel condannato a morte che, non riuscendo a pentirsi per il suo amore alle donne, davanti alla domanda del sacerdote «Ti spiace che non ti spiaccia?» disse che quello sì, gli dispiaceva. E così il sacerdote gli poté dare l’assoluzione.

Ma la risposta di Carrón a me sembra dare un giudizio insoddisfacente. Ecco:
«Quando torni?». Tutto lì! Tutta la moralità della persona è ridestata da un rapporto. Perfino una persona con una storia alle spalle così – che penseresti di non poter smuovere, nemmeno con la gru – può essere mossa “dentro” da un incontro che apre di nuovo una strada. Questi esempi così estremi ci fanno capire che anche in situazioni dove tutto crolla, dove neanche si sente il rimorso più elementare, si può riaprire la partita. Ma come si riapre la partita? Dobbiamo guardare come la riapre Dio. Perché a volte, cercando di riaprirla coi nostri metodi, roviniamo tutto. Per questo alla Giornata d’inizio anno parlavamo della preminenza dell’Avvenimento rispetto all’etica; e non perché vogliamo fare fuori l’etica, ma perché l’etica nasce dall’Avvenimento. E infatti, quando manca l’Avvenimento, viene meno tutta l’etica. Non diventiamo più morali perché ci facciamo più richiami morali, occorre che accada. «Quando torni?». L’abbiamo ascoltato questa sera in tanti esempi: il desiderio di muoversi, il desiderio di cambiare, da dove nasce? Da dove nasce in ciascuno di noi? Ciascuno deve guardare in sé che cosa lo fa mettere in moto, da dove gli viene la voglia di dare un passo diverso alla vita. Perché solo se questa origine accade, può nascere la moralità, come ci ha insegnato sempre don Giussani. La moralità nasce davanti alla Presenza. La moralità nasce dal fascino di sentirsi abbracciati così, come Zaccheo o Matteo. O Pietro, che dopo aver sbagliato si sente domandare: «Ma mi ami tu?». Questa è una sfida prima di tutto alla nostra mentalità: da dove pensiamo di poter partire per cambiare, noi e gli altri? Solo se ci fermiamo e guardiamo come fa il Mistero: «Tu pensi di cambiare a modo tuo? Ti sfido. Non è che Io non conosca qual è la situazione dell’uomo, non è che Io non conosca te. Se ho fatto come ho fatto, è perché questo metodo è l’unica modalità di far risorgere l’io, anche dalle proprie ceneri».


E dopo? Carrón non ha niente altro da dire alla dottoressa? È tutto qui il pensiero incompleto? Questa povera donna anziana, con poco da vivere, ha ammazzato 12 suoi figli, come se niente fosse! Al netto di tanti bla… bla… bla… l’aiutiamo a rientrare in se stessa oppure no? Non sarebbe il caso, perlomeno, di partire dall’Evangelium vitae come stile di abbraccio misericordioso?

99. […] Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all'aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l'avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Allo stesso Padre e alla sua misericordia potete affidare con speranza il vostro bambino.


Oppure, l’Evangelium vitae è stata congelata dal nuovo paradigma ermeneutico di stampo rahneriano?

Scrive Stefano Fontana in “La Evangelium vitae e il passaggio dal paradigma metafisico al paradigma ermeneutico” (http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=37988):

[Paradigma metafisico]. La EV rimanda quindi alla dimensione dell’indisponibile – tra cui il mistero della vita, la dignità della procreazione in stretta continuità con la Humanae vitae di Paolo VI e bellezza della famiglia in continuità con la Familiaris consortio – che noi possiamo già conoscere sul piano naturale ma che diventa pienamente comprensibile sul piano soprannaturale. Tutta l’enciclica è pervasa da questo sentimento metafisico di meraviglia, che in seguito i nostri contemporanei hanno sostituito con il dubbio, nei confronti di quanto ci è partecipato oltre le nostre disponibilità. Contemporaneamente essa si fonda sulla capacità della ragione umana di accedere a questa dimensione transfenomenica che ci permette di dire che un “grumo di cellule” è una persona umana, che due sposi sono una carne sola, che la natura non è un mucchio di pietre, che l’occhio è anche uno sguardo e che le risonanze magnetiche non riusciranno mai a dirci che quella è una persona umana. A tutto questo giunge in soccorso la fede, quando la ragione e la volontà vacillano arriva il Vangelo della Vita che non si contrappone alla legge morale naturale, ma la conferma e la eleva chiedendole di essere pienamente se stessa. La mobilitazione del “popolo della vita” che l’enciclica chiedeva aveva quindi un fondamento di ordine metafisico, dove la natura e la sopra natura si incontravano armonicamente. [...] La Fides et ratio fonda quanto la Evangelium vitae aveva sviluppato sulla difesa della vita e quanto la Veritatis splendor svilupperà sul versante morale: «L’oblio dell’essere comporta inevitabilmente la perdita di contatto con la verità oggettiva e, conseguentemente, col fondamento su cui poggia la dignità dell’uomo». L’uomo è capace di moralità, perché è capace dell’essere. La sua libertà si configura pienamente quando si lascia vincere dalla verità, la sua coscienza trova pienamente se stessa quando è riempita dalla realtà, tra legge e coscienza non c’è opposizione in quanto la legge esprime la verità del bene umano di cui la coscienza ha una nozione connaturale. Poiché l’uomo è capace dell’essere, il suo sguardo metafisico gli permette di vedere nell’essere una legge e nella natura delle cose una prescrizione circa i fini del suo agire. Egli vede le cose ordinate finalisticamente a Dio e che questo rappresenta per lui un dovere morale. Vede anche scelte che non possono essere mai ordinate a Dio, che sono disordinate intrinsecamente e che quindi non si possono mai fare. Vede che è possibile conoscere situazioni oggettive di vita che contrastano con l’ordine delle cose e la loro finalizzazione a Dio.
Nel frattempo è penetrato nella Chiesa un altro paradigma, il “paradigma ermeneutico” che di fatto ha come congelato la Evangelium vitae impedendole di raggiungere i suoi obiettivi. I concetti di natura, di natura umana, di ordine naturale e sociale, di peccato, di finalismo ontologico, di coscienza e di moralità sono così cambiate radicalmente. La vita di fede, secondo questo paradigma, avviene immersa dentro l’esistenza storica e l’esperienza non ci mette mai davanti all’essere né davanti a Dio come Essere, ma sempre davanti, o meglio dentro, alle nostre situazioni, che non possiamo trascendere. [Nel paradigma ermeneutico] si preferirà un metodo induttivo che nell’etica parte dalla rilevazione dei bisogni di base, senza però poi alzarsi di molto, si enfatizzerà il fatto che Cristo non è venuto a portarci un’etica ma ad invitarci ad un incontro con Lui e che Dio non dà disposizioni e precetti ma propone ideali. C’è un bel dire, con Benedetto XVI, che Cristo è il Logos, a prevalere sono le filosofie di Martin Buber o di Emmanuel Lévinas, e in questi casi le cose andrebbero anche meno peggio.


Qual è la visione di Chiesa di Carrón? Non è proprio difficile intuirlo…
 
Nel paradigma ermeneutico, gioco forza, spariscono le prime tre opere di misericordia spirituale. Vale la pena rimembrarle tutte:
 
  • Istruire gli ignoranti
  • Consigliare i dubbiosi
  • Ammonire i peccatori
  • Consolare gli afflitti
  • Perdonare le offese
  • Sopportare pazientemente le persone moleste
  • Pregare Dio per i vivi e per i morti

 
Mi limito a ricordare quello che scriveva il compianto Card. Giacomo Biffi sull’istruire gli ignoranti e l’ammonire i peccatori (Congresso Eucaristico di Siena, 3 giugno 1994) (http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=3166 ):
 
Questa è la prima misericordia che la Chiesa esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana: l’annuncio instancabile della verità. La salvezza dei nostri fratelli direttamente e per sé non sarà tanto il frutto della nostra affabile capacità di ascolto e di dialogo (cosa importante però e da non trascurare), ma della verità divina proclamata senza scolorimenti e senza mutilazioni.

Il peccato agli occhi della fede, è la peggior disgrazia che possa capitarci. Dare una mano al fratello perché se ne liberi, significa volergli bene davvero. “Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore - scrive l’apostolo Giacomo - salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,20). E la Lettera ai Galati: “Quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione” (Gal 6,1). La correzione fraterna è però iniziativa delicata e non priva di rischi. Non bisogna mai perdere di vista la pungente parola del Signore: “Come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave?” (Mt 7,4). Così pregava a questo proposito sant’Ambrogio: “Ogni volta che si tratta del peccato di uno che è caduto, concedimi di provarne compassione e di non rimproverarlo altezzosamente, ma di gemere e piangere, così che mentre piango su un altro, io pianga su me stesso”. E sarà bene in ogni caso restar persuasi che “la miglior correzione fraterna è l’esempio di una condotta irreprensibile”. Nella valenza più universale e più sostanziosa, questa terza proposta di bene ci insegna che appartiene alla missione propria della Chiesa adoperarsi perché non si perda nella coscienza comune il senso di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.


Soprattutto, non si perda nella nostra coscienza cristiana il senso di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, altrimenti saremmo il sale che perde il sapore, buono solo per essere calpestato…


   

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