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Fonte lanuovabq.it 02/05/2016

Autore Andrea Zambrano

Autoreferenzialità, gestione personalistica, controllo del mito di Dossetti e del Concilio Vaticano II, decadenza, tensioni. Non è un quadro edificante quello che emerge della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, la cosiddetta scuola di Bologna. A rivolgere le accuse non è un fuoriuscito qualsiasi, bensì uno dei suoi fondatori oltre 50 anni fa con Giuseppe Dossetti e Pino Alberigo.

 

Quel Paolo Prodi, docente universitario autorevole, che è anche esponente di una delle famiglie più in vista del cattolicesimo democratico. Un siluro, nel campo del fuoco amico, indirizzato dal fratello dell’ex premier Romano, ad Alberto Melloni, che nella sua veste di direttore della Scuola di Bologna si ritrova per la prima volta con un problema in casa, che lascia trasparire lotte intestine e polemiche nella gestione di un centro di cultura e potere che riceve lauti finanziamenti dallo Stato, di cui l’ultimo, parte di una elargizione di 3 milioni, ancora da incassare. Ma anche una stilettata nei confronti del suo presidente, Valerio Onida, giurista ed ex presidente della corte costituzionale, accusato di mostrare nella gestione della fondazione un vuoto impressionante.

Le parole di Prodi, che sono destinate a fare scalpore, come accade tutte le volte che qualcuno per la prima volta infrange il mito di un’istituzione che da sempre è blindata al suo interno, sono l’aspetto più significativo del libro appena pubblicato dal Mulino Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi, nel quale, all’età di 85 anni, Prodi mette nero su bianco una serie di ricordi e aneddoti della sua vita di studio con Dossetti. Pagine in cui Prodi cerca di raccontare il vero Dossetti e non quello che il “dossettismo” si è incaricato di propagare in questi anni con la creazione dei comitati per la Costituzione, che si sono intestati il pensiero del padre conciliare e monaco bolognese. «Non era pregiudizialmente contrario alla modifica della Costituzione».

Ma il j’accuse che farà più scalpore è sicuramente rappresentato da quello che il professore emerito dell’Università di Bologna scrive nelle pagine finali delle sue memorie e che parte dalla cosiddetta Bologna decadence: «Nel bilancio generale della decadenza di Bologna in questa svolta del millennio tutte le officine o le imprese culturali non stanno troppo bene, compresa l’Università e l’Associazione il Mulino».

E anche «la Piccola Famiglia dell’Annunziata (la comunità monastica fondata da Dossetti ndr) è rinchiusa ormai a Monte Sole come in un luogo della memoria silenzioso, marginalizzata rispetto alla Diocesi». Poi si passa a considerare «il mistero più grande»: «Quanto all’istituto di scienze religiose non si vedono che esercitazioni storico letterarie in tutte le direzioni, con una presenza nella cultura italiana che è simile a un fuoco d’artificio per attirare attenzione e risorse, ma senza una direzione e senza che si possa indicare una problematica organica emergente».

Parole di fuoco, indirizzate alla «direzione» cioè a Melloni, che mostrano come il lavoro della Fondazione cui lo Stato ha elargito oltre 400 mila euro più una cospicua parte dei 3 milioni (a proposito, quanti?) destinati alle Infrastrutture di Ricerca, sia poco più che un fuoco d’artificio nel panorama culturale italiano. Un fuoco d’artificio niente male però, che grazie alla politica (tutti gli estensori del finanziamento alla scuola di Bologna sono di osservanza Dem) vive e prospera con ingenti risorse pubbliche. 

La pagina finale del racconto di Prodi, appena un paragrafo nel lungo capitolo L’ultimo Dossetti e il recupero della storia, merita un approfondimento, date anche le sue parole che per la prima volta aprono uno squarcio su un mondo para-accademico ben finanziato, ma evidentemente con meriti che vanno oltre la ricerca storico religiosa, per entrare in quelli politici e approdare alla pretesa della corretta ermeneutica del vero Dossetti, disciplina in cui la Fondazione viene accusata di essersi intestata vulgata ed esegesi del monaco di Monteveglio.  

La Nuova BQ ne ha parlato proprio con il professore, il quale circa l’eredità di Dossetti ha rincarato la dose: «Ho definito vuoto impressionante quello di Onida - ci spiega - perché è strano che un istituto per gli studi teologici sia retto da uno che non è un teologo o che comunque non fa come mestiere la ricerca religiosa. Nonostante la biblioteca sia fantastica, la Fondazione potrebbe essere uno strumento più organico sulle scienze religiose rispetto al suo peso attuale. Se pensiamo che a Bologna solo un seminarista fa studi teologici, credo che bisognerebbe riflettere sull’assenza di sforzo coordinato fatto non solo dalla Diocesi, ma anche dalla Fondazione».

La scuola di Bologna come think tank politico? «Non arrivo a questo, ma diciamo che senza un programma in qualche modo organico di studi religiosi, il mio giudizio è che nella fondazione siano rimasti fedeli al Vaticano secondo come culto, ma a mio avviso non hanno seguito l’evoluzione che c’è stata dopo o non l’hanno seguita abbastanza.

E su Melloni, qual è il giudizio di Prodi, che va detto, uscì dalla Fondazione in polemica con Alberigo oltre 40 anni fa, quando Melloni era poco più che studente universitario, sull’attuale direttore scientifico? «Melloni è bravo, è capace, ma non amo le gestioni personalistiche e credo che si possa dire, elencando i suoi pregi e i suoi difetti. Io sono uscito dalla Fondazione per rivendicare l’Istituto di scienze religiose come un servizio in qualche modo che fornisse gli strumenti per la ricerca e quindi si concentrasse sui grandi temi, invece in questi anni la Scuola di Bologna si è trovata in mezzo a quei contrasti interpretativi tra Lercaro e Biffi (i vescovi del dopoguerra bolognese forse più polarizzati e rappresentativi ndr). Tutto questo secondo me ha portato a tensioni che non hanno fatto bene, l’istituto era l’interprete di Lercaro e l’ha messo inevitabilmente in contrapposizione con Biffi».

Tutto questo porta a pensare che il messaggio di Dossetti sia stato tradito, ma Prodi parla piuttosto di «interpretazioni unilaterali e unidirezionali del suo pensiero». «Loro sono stati gli interpreti di Dossetti e del Concilio Vaticano II, hanno fatto cose bellissime per carità, ma il Concilio è stato la fine dell’epoca tridentina, non un nuovo inizio. Ha concluso 5 secoli di storia, dunque fermarsi al Vaticano II secondo non era la prospettiva giusta, bisognava guardare al futuro, cosa che questo Papa sta facendo».

La prospettiva di Prodi è decisamente più a Sinistra di quella di Melloni, ma il suo j'accuse è chiaro: a Bologna, complice forse anche la recente nomina del vescovo Zuppi, qualcuno sta provando ad attaccare in partibus fidelium, una roccaforte che si pensava impentrabile e intoccabile. E non è un caso che alla giornata di studi per Paolo Prodi del 12 aprile scorso, organizzata dall'Università di Bologna, e che ha lanciato l'uscita del suo libro, tra i vari docenti ed esperti presenti non ce ne fosse nessuno gravitante attorno alla Fondazione di Melloni. 

 

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